DI LORENZO CAMBI
E se scrivessi una recensione sul film “La Vita da Grandi” che ho visto in sala a Torino in data 3 maggio 2025?
Questo articolo sarà un po’ diverso da quelli che ho scritto finora, perché non verterà sulla trattazione di un argomento medico-scientifico bensì sull’esposizione di sentimenti, emozioni, pensieri da me provati durante la visione.
Tutto è iniziato qualche giorno fa, quando volendo andare al cinema ma non sapendo quale film effettivamente vedere, ho iniziato a guardare su Internet quali pellicole fossero in circolazione e ho letto alcuni titoli che mi hanno colpito, come:
“Conclave” e “La Vita da Grandi”. Allora ho considerato i rispettivi trailer e la trama e quello che mi ha colpito di più è stato “La Vita da Grandi”. Questo non solo per la colonna sonora che gli autori hanno scelto per accompagnare la breve presentazione ma anche per come hanno riassunto l’intero film: il mare di Rimini, il rapporto tra la sorella Irene ed Omar, il desiderio di partecipare ad un provino canoro. Dopo aver visualizzato il trailer, ho quindi intuito che fosse una produzione audiovisiva ben fatta.

Riassumendo l’intero film, posso dire che questa pellicola è l’emblema di come un soggetto con disturbo dello spettro autistico, da sempre iperprotetto e trattato come un bambino dalla famiglia, mostri la volontà di costruire qualcosa per sé stesso e di voler diventare adulto.
Tutti però hanno paura che lui possa fallire e di conseguenza sprofondare in una brutta depressione e arrivare a suicidarsi.
Nel film, però, succede un imprevisto che si rivelerà fondamentale per permettere a Omar e Irene di rafforzare il loro legame e di consentire al primo, con l’aiuto della sorella, di costruire una vita più felice e indipendente.
Quanto accaduto fornisce, tuttavia, un’occasione anche per Irene per scoprire, vivendo insieme a suo fratello, come in realtà lui sia perfettamente in grado di essere autonomo. Questo è contrario a quanto inizialmente pensavano lei e i suoi genitori, che giudicavano Omar più incapace di quello che effettivamente sembrava. Inoltre il rapporto che Irene ha con il fratello, le consentirà di riscoprire una nuova parte di sé, liberandosi così definitivamente dalle catene della perfezione, della noia e della routine in cui si era involontariamente imprigionata. Lei trova un nuovo modo di vedere sé stessa, vivendo con Omar: infatti salta l’appuntamento che aveva con il suo datore di lavoro in merito ad una conferenza che doveva tenere; per Irene, infatti, era più importante aiutare suo fratello a raggiungere il suo sogno e incoraggiarlo, così, a “volare”.
Il film di per sé mostra come, in realtà, i due si completino a vicenda e come Omar, anche se affetto da autismo, abbia delle ambizioni proprie e riesca molto bene a compensare i difetti caratteriali di sua sorella.
L’aspetto centrale della mia recensione si basa sulla forte emozione che ho provato durante il film: è stato tutto un susseguirsi fin dall’inizio della proiezione di un forte senso di tristezza, angoscia e di rabbia e devo ammettere che, durante la visione, ho pianto molto.
Mi sono un po’ identificato nel personaggio di Omar e nella relazione che lui aveva con sua madre; lei lo riteneva inadeguato e bisognoso di continue cure e protezione, solo che adottando questo comportamento non lo ha aiutato a crescere e a diventare una persona ADULTA.

Allo stesso tempo mi ha colpito la mancanza di fiducia che i genitori e la sorella hanno dimostrato nei confronti del figlio. Tuttavia quest’ultima è anche la prima a ricredersi e a cercare poi in ogni modo di aiutarlo.
Penso che questo film rappresenti il nocciolo della questione educativa tra genitori e figli e come sia importante che le madri e i padri debbano concedere fiducia alla prole e credere nelle loro capacità, soprattutto quando questa fallisce. Il fallimento è il punto di partenza di un nuovo percorso, il presupposto per riuscire a perseguire gli obiettivi di vita, stimolando non solo il cambiamento, ma anche l’autoriflessione, la perseveranza e l’autostima.
La frase più spettacolare che ha fatto breccia nel mio cuore, durante la proiezione del film, è stata quella detta da Irene, in risposta al commento fatto da Omar.
Il fratello chiede alla sorella se sia arrabbiata con lui, Irene risponde che non lo è, per il semplice fatto che lui ha compiuto una scelta, la SUA SCELTA.
Ebbene, questa affermazione per me è il simbolo della teoria educativa che sembra mettere in evidenza questo lungometraggio, cioè:
PER DIVENTARE GRANDI, È NECESSARIO AVERE IL CORAGGIO DI FARE DELLE SCELTE, le proprie, SENZA AVERE IL TIMORE DEL GIUDIZIO NEGATIVO ALTRUI avendo però, allo stesso tempo, il supporto emotivo dei genitori sia nel bene ma soprattutto nel male. In fondo, loro ci amano e ci spronano sempre a essere la versione migliore di noi stessi.
Purtroppo il processo di crescita personale non è un percorso così lineare e per avvenire necessita di tempo, buoni esempi pratici e bravi maestri di vita.
L’ostacolo più grande da superare, a mio parere per diventare “Adulti”, è LA PAURA DI FARE DELLE SCELTE AUTONOME E DI ASSUMERE LE RESPONSABILITÀ DELLE PROPRIE DECISIONI, SIA NEL BENE MA SOPRATTUTTO NEL MALE. Tutti abbiamo un po’ paura di sbagliare, errare è umano, è fondamentale e fa parte del processo di apprendimento, senza l’errore non ci sarebbe il cambiamento, il miglioramento e di conseguenza la crescita personale.
Il grande sbaglio che noi potremmo fare, di conseguenza, è quello DI NON SCEGLIERE PER PAURA DI FARE LA COSA SBAGLIATA, ma così facendo, restiamo immobili nella nostra “area sicura”. Questo non ci permette di scoprire cosa riserva la vita, cosa ci riservano gli altri ma soprattutto cosa destiniamo a noi stessi!
E come si fa ad educare i figli a compiere delle scelte?
Non lo so neanch’io, non esiste un protocollo per educare i figli, perché ogni coppia decide di approcciarsi alla prole in modo differente. Questa modalità relazionale varia in base alle credenze dei coniugi, al loro vissuto emotivo e personale, al patrimonio culturale, alla volontà di mettersi in gioco e in modesta parte anche al livello socio-economico che ricoprono nella società. Tuttavia essere genitori non è facile, perché nell’arduo compito di formare una vita, frequentemente si sbaglia, così come anche noi figli erriamo e a volte li deludiamo. Allora qual è la giusta distanza da tenere con i propri genitori per non deluderli ma allo stesso tempo sviluppare con equilibrio il nostro essere? Come facciamo ad avere il coraggio di fare delle scelte e di essere psicologicamente resistenti, nel caso in cui nel tempo si rivelassero fallaci? Riusciremmo a sopportare il peso della sofferenza? I nostri genitori riuscirebbero a mettere da parte il loro disappunto e perdonarci?
A tutte queste domande non ho una risposta, però cito la frase che disse un mio amico: “L’IMPORTANTE NELLA VITA NON È RIUSCIRE, MA PROVARE, PERCHÉ ANCHE SE SI SBAGLIA, A TUTTO C’È UN RIMEDIO, TRANNE CHE ALLA MORTE”.
Un ultimo pensiero che emerge da questa pellicola cinematografica è che anche chi ha un disturbo dello spettro autistico può vivere una vita come tutti gli altri, può realizzare grandi progetti; questo perché tale condizione non identifica completamente la personalità ma solo una parte di un tutto ben più grande e complesso.


Ami il Cinema? Allora pigia qua!!!
Desideri leggere un articolo che parla della Salute Mentale? Clicca qui!!!






