Il Museo Regionale di Scienze Naturali – Quando la Scienza incontra l’Arte

DI FEDERICA CANNATA

FRITZ – L’ELEFANTE DEI SAVOIA

Se vi fosse capitato di andare in giro per Torino nelle ultime settimane potreste esservi imbattuti in una statua di un elefante di dimensioni reali. Di chi si tratta? Ebbene, non un elefante qualsiasi. Il suo nome è Fritz ed ha una lunga e, purtroppo, triste, storia alle spalle.

Fritz fu un esemplare di elefante indiano che soggiornò per circa 25 anni alla Ménagerie di Stupinigi, una struttura che fungeva sia da giardino zoologico per l’intrattenimento della corte, che da area di allevamento della selvaggina per il rifornimento della zona di caccia dei Savoia.  

L’esemplare fu inviato dal vicerè di Egitto a Carlo Felice in cambio di 100 pecore merinos e divenne la principale attrazione della Palazzina. Inoltre, fu probabilmente l’unico animale ad essere il soggetto di un dagherrotipo, ovvero la prima immagine fotografica

Fritz non arrivò dall’Egitto da solo ma fu sempre accompagnato da un guardiano che si prendeva cura di lui. Il forte legame con l’uomo fu anche la sua condanna. Quando egli morì, infatti, l’animale iniziò a diventare poco governabile. Questo, insieme agli ingenti costi che richiedeva il suo mantenimento, portò Vittorio Emanuele II alla decisione di sopprimerlo per asfissia l’8 novembre 1852. 

Figura 1. Dagherrotipo dell’elefante Fritz. Credit: Archivio Storico di Torino

IL MUSEO REGIONALE DI SCIENZE NATURALI

Perché vi ho voluto raccontare la storia di Fritz? E perché è riapparso in città?

Tutto è collegato alla riapertura, dopo ben 10 anni di chiusura, del Museo Regionale di Scienze Naturali. Ricordo ancora quando da piccola ci andai con la scuola. Forse la mia passione per le scienze iniziò da lì, in quel posto che per me aveva un fascino tutto suo, tra le rocce, gli animali e l’enorme scheletro di balenottera che sovrastava tutto dall’alto con la sua imponente maestosità.

Il museo attualmente si compone di sole 3 sale, dico attualmente perché in realtà gli spazi museali sono molto più ampi e in futuro le sale visitabili aumenteranno. Nonostante l’area espositiva sia ancora parziale, comunque, il museo merita di essere visitato. Potrete ammirare una vasta collezione di animali, dai più piccoli insetti ai grandi mammiferi della savana, acquisiti a partire dall’800 attraverso viaggi e spedizioni in giro per il Mondo

Figura 2. L’elefante Fritz esposto al Museo Regionale di Scienze Naturali

Un’intera sala è in effetti dedicata ai personaggi del panorama piemontese dell’800 che hanno arricchito la collezione del museo e la nostra conoscenza in ambito naturalistico. Un esempio ragguardevole è lo zoologo Filippo de Filippi, allora direttore del Museo zoologico di Torino, che insieme ad altri due naturalisti, Enrico Giglioli e Clemente Biasi, partecipò all’impresa della “Regia pirocorvetta Magenta”. Un viaggio di 871 giorni in giro per il Mondo con l’obiettivo primario di allacciare relazioni politiche e commerciali con l’Estremo Oriente ma che fornì ai tre studiosi l’occasione perfetta per raccogliere un’ampia collezione di campioni naturalistici.

Figura 3. Filippo de Filippi, morto per una malattia sulla pirocorvetta Magenta. Credit: Archivio storico dell’Accademia delle Scienze – Catalogo digitale

L’ultima sala è invece dedicata prevalentemente alle collezioni botaniche e mineralogiche, con esemplari di grande impatto visivo, che affascineranno anche coloro che di rocce e minerali non s’intendono. 

Figura 4. Alcuni esemplari della collezione mineralogica del museo

L’ARTE DELLA TASSIDERMIA

Girovagando per il museo, circondata dal vociare dei visitatori incuriositi, spesso mi sono saltati all’orecchio sprazzi di conversazioni da cui emergeva una certa confusione in merito agli animali esposti. Chi parlava di animali imbalsamati, chi si chiedeva che cosa ci fosse al loro interno: una cavità vuota, un’impalcatura artificiale o lo scheletro dell’animale defunto

Effettivamente non è così immediato capire di fronte a cosa ci troviamo quando guardiamo un animale naturalizzato – quindi non imbalsamato!

L’imbalsamatura è infatti una tecnica usata dai popoli antichi, un esempio ne sono gli Egizi, che prevede il trattamento dei corpi tramite sostanze per la conservazione dei muscoli e dello scheletro.

Un animale naturalizzato invece si ottiene tramite l’arte della tassidermia, dal greco: τάξις = taxis (ordinamento, sistemazione) e δέρμα = derma (pelle). Come si può intuire dall’etimologia del nome la tassidermia utilizza la pelle dell’animale, insieme ad altre parti anatomiche quali unghie, denti, becchi etc. per realizzare riproduzioni di animali da utilizzare in seguito a scopo espositivo e scientifico.  

Ma qual è la procedura seguita?

La prima fase della preparazione consiste nella realizzazione di una scultura che riproponga la forma e la postura reale dell’animale in natura. Solo dopo che questa verrà realizzata si potrà applicare la pelle, precedentemente trattata per permetterne la conservazione nel tempo. 

Figura 5. Il tassidermista nella fase di scultura del manichino (a sinistra) e in quella di cucitura della pelle (a destra). Credit: Museo di Storia Naturale – Comune di Milano

Anche gli occhi possono essere considerati delle piccole opere d’arte. Ci sono delle ditte specializzate che dipingono minuziosamente le semisfere in vetro che fungeranno da occhi per rendere l’espressione dell’animale quanto più realistica. 

Figura 6. Semisfere in vetro che, una volta dipinte, fungeranno da occhi. Credit: Museo di Storia Naturale – Comune di Milano

La tassidermia però non è egualmente efficace per tutti gli animali. Per quanto riguarda anfibi, pesci, e in generale animali non dotati di piume o penne, il risultato della naturalizzazione non sarebbe abbastanza realistico. In questi casi il tassidermista avrà il compito di realizzare modelli o calchi. I primi sono delle vere e proprie sculture fatte a mano che riproducono in tutto e per tutto l’animale. I calchi sono invece realizzati tramite una copia in negativo della forma dell’animale che verrà sfruttata per realizzare un positivo identico all’originale. Sia per i modelli che per i calchi si otterranno dei campioni che dovranno essere colorati manualmente dal tassidermista.

Figura 7. Fase di colorazione di un modello di Pesce pappagallo. Credit: Museo di Storia Naturale – Comune di Milano

Il tassidermista può quindi essere considerato un vero e proprio artista a tutto tondo, egli dovrà essere in grado di scolpire e dipingere, ma non solo! Dovrà avere conoscenze naturalistiche in modo da realizzare dei modelli animali quanto più fedeli agli originali. 


Pertanto, se state pensando di andare al museo, preparatevi a fare non solo un viaggio alla scoperta degli esseri che popolano questo immenso Mondo, ma anche un tuffo nelle vite di chi, nel passato e nel presente, ci ha permesso di godere di questo patrimonio!

Per informazioni riguardanti la visita al museo consultare il loro sito ufficiale: Home – Museo Regionale di Scienze Naturali (mrsntorino.it)

Fonti: 

http://www.comune.torino.it/archiviostorico/mostre/animali_2005/teca8.html#:~:text=Nel%201835%20fu%20Enrico%20Gonin,cui%20si%20sia%20a%20conoscenza.

Laboratorio di tassidermia – Museo di Storia Naturale – Comune di Milano (museodistorianaturalemilano.it)

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