DI GIORGIA IMPERIALE
Questo articolo è frutto di espressione analitica personale. Qualsiasi riferimento a formati precedentemente visti su questa piattaforma è puramente casuale. Possa l’Augusto Direttore non offendersi.

È insito nell’individuo portare a giudizio l’aspetto, i comportamenti e le intenzioni di un altro. Lo identifichiamo in un tratto ancestrale che manteniamo dalla nostra natura animale: quello che ci concede uno sguardo selettivo verso quegli elementi i quali possono ispirarci paura o un pericolo per la nostra sicurezza. Una simile caratteristica potrebbe salvarci nel vedere le fauci ringhianti di un animale rabbioso incontrato per strada; analizzare, seppur per un breve istante, il suo comportamento può fare la differenza in una situazione al limite.
Ma è inevitabile come portare a giudizio ormai sia una cosa che va ben oltre il puro istinto di sopravvivenza. Studiamo e diamo nostre risposte relative a un soggetto partendo da una qualsiasi sua caratteristica che si presenta alla nostra attenzione: il vestiario, la voce, l’età, ecc… Un’analisi che magari ci conduce a un diverso approccio che, appunto basandosi su un esame approssimativo, molte volte non è in grado di farci percepire l’interezza dell’insieme. Non dico che sia di per sé un’azione sbagliata o superficiale ma se viene perpetuata porta a una svalutazione e a una categorizzazione erronea dell’individuo. A un primo incontro posso considerare la cassiera sotto casa come svogliata e maleducata per una risposta secca lanciata durante l’orario di punta del negozio ma non bisognerebbe poi mantenere viva questa “impressione a caldo” al secondo incontro quando ella apporta un tono e un atteggiamento più sereno (l’uso del condizionale nella mia precedente frase è assolutamente necessario).

E con questa mia lunga premessa vorrei spiegare come Grease (1978) e Mamma Mia! (2008) siano alla fine lo stesso identico film. Non parlo della loro trama specifica, anche perché non si accomunano per alcuna ragione, ma dello sviluppo intrinseco dei loro protagonisti principali: Danny-Sandy e Donna-Sophie.
Cominciamo da Grease, uno dei primissimi Musical della mia vita. Il film narra dell’amore, travagliato e adolescenziale, tra Danny e Sandy (e delle varie peripezie dei loro amici). I due ragazzi sono agli antipodi a livello caratteriale: Danny è un po’ un mascalzone affascinante e sbruffone mentre Sandy è innocente, a volte supponente, e un po’ ingenua (perfetta cartolina di questi loro aspetti è la canzone Summer Nights in cui i due mostrano cosa si aspettavano, anche mentendo, e cosa hanno avuto più a cuore in quell’estate fuori dal loro mondo ordinario). I vari conflitti nel loro rapporto non solo derivano dai loro modi di fare in contrasto ma anche dalle aspettative che uno ripone nell’altro. Danny si aspetta dalla ragazza un atteggiamento più disponibile (cosa che la mette fortemente a disagio) mentre Sandy spera in un appianamento dei modi di fare scapestrati del ragazzo.
Invece Mamma Mia! parla del rapporto tra una madre e la figlia. La storia gira attorno a Sophie alla ricerca dell’identità di suo padre (informazione sconosciuta sia a lei, sia alla madre e sia ai tre interessati all’oscuro di tutto) in vista del matrimonio, mentre Donna cerca sia di affrontare i suoi ricordi sia di non rovinare, a suo dire, il giorno della figlia. Sophie, nonostante sia molto giovane, vuole sposarsi col fidanzato e il suo modo di fare durante la pellicola è curioso ma attento, soprattutto per non far comprendere alla madre e ai padri le proprie macchinazioni (per esplicitare la sua ‘maturità’ è infatti ironico che la canzone con più tono erotico, Lay All Your Love On Me, sia sua), mentre Donna è una madre single che si ritrova spesso in situazioni con i tre uomini che forse ci aspetteremo di vedere in un’adolescente; discorsi sui sentimenti e incomprensioni mai risolte nel passato (ovviamente le canzoni Mamma Mia, Dancing Queen e Super Trouper sono quasi comicamente perfette per mostrare l’aspetto più giovanile di Donna e delle sue amiche).

E cosa fanno i due film al riguardo? Giudicano un comportamento come superiore all’altro? Denigrano entrambi?
Semplice: i film invertono e amalgamano le caratteristiche e gli aspetti prima rappresentati in modo da mantenere sullo stesso piano entrambi gli atteggiamenti. Non c’è una critica né una preferenza verso un personaggio rispetto all’altro… C’è un incontro dei due poli e quello che nasce è un miscuglio diverso dall’originale.
Alla fine di Grease (a farla da padrona è la canzone You’re the One That I Want) Danny sembra darsi una calmata dicendo persino ai suoi amici che non sarà il loro leader e che per Sandy vuole davvero cambiare, mentre lei abbraccia uno stile più trasgressivo e caratterizzato dal colore nero che prima associavamo al design di Danny. Si vedono ancora i loro caratteri di partenza, ad esempio quando Danny fa di nuovo il cascamorto però stavolta il suo sguardo è fisso verso la donna amata, mentre Sandy – seppur provocatoria – cerca il supporto delle sue amiche e cosa interessa allo sguardo del suo amato per capire come muoversi, ma il film non li demonizza e non vuole nasconderli appunto preferendo una trasformazione di questi in qualcosa che racchiuda entrambe le realtà dei ragazzi. Sandy diventa un po’ Danny e Danny diventa un po’ Sandy; un desiderio che entrambi maturano per l’altro senza però perdere i sé stessi passati.

In Mamma Mia! il finale vede una maturazione più diretta di Donna (che, badate bene, non sto intendendo che fosse irresponsabile e infantile nel senso più denigratorio dei termini ma solo che adottava atteggiamenti più attribuibili a una ragazza più giovane!) che si sposa con l’uomo che ama e con il quale ha finalmente chiarito il terribile malinteso dopo anni di rimorsi e supposizioni, mentre Sophie decide di rinunciare alle nozze e girare il mondo con il fidanzato Sky. Di solito vediamo nel matrimonio un sinonimo di stabilità e maturità, quindi Donna si ‘sistema’ maturando sul piano sentimentale senza però abbandonare la sua isola e le sue passioni che la ancorano alla realtà mentre Sophie vuole conoscere il mondo, quindi mantenendo la sua curiosità iniziale, ma senza abbandonare il suo compagno… Perché essere più immaturi non vuole dire non essere innamorati.

Il Giudizio quindi dato sia dai personaggi sia dagli stessi spettatori può essere sovvertito col tempo, con la conoscenza degli individui così avventatamente analizzati. E tutto questo mi porta terribilmente alla mente un particolare paragrafo dell’Umorismo di Pirandello: la vecchia imbellettata.
Il Paragrafo parla di un’anziana signora che si veste e trucca come una giovane donna e, a detta di Pirandello appunto, la prima reazione a una tale vista è la risata, che però viene seguita da un senso di pietismo nel ragionare le ragioni dietro un simile comportamento, come ad esempio il mantenere l’attenzione di un ben più giovane marito. La meccanica è sempre quella, no? Giudizio, osservazione e reazione emotiva alla possibile realtà intuita. Anche se Pirandello ha utilizzato un simile esempio per distinguere comico e umorismo, mostra, come solo questo autore sa fare nei suoi scritti, una cruda realtà analitica che caratterizza l’umano quasi inconsciamente. Più di un centinaio di anni sono passati e ancora manteniamo certi meccanismi… E andando indietro troveremo tanti altri esempi in letteratura e teatro che possono dimostrare come alla fine non è l’Umanità a cambiare ma l’Uomo nella sua piccola realtà. Rimarremo sempre un albero immenso e immutato ma spetta solo a noi decidere come cogliere e nutrirci dei suoi frutti.


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