DI EDOARDO VALENTE
Di recente mi è capitato di piangere guardando un film di Aldo, Giovanni e Giacomo. Non è stato un avvenimento insolito per il semplice fatto che i loro film sono tendenzialmente comici (nonostante qualche punta di tragedia), ma perché non mi capitava di piangere da tantissimo tempo. E mi è sembrato strano che accadesse proprio grazie a un film che mi aspetto mi faccia ridere.

E in effetti mi ha fatto ridere.
Nell’ultimo periodo ho riguardato alcuni dei film del trio comico, e poche cose mi permettono di ridere tanto quanto lo fanno certe loro battute.
Eppure, in certi momenti la tristezza nascosta dietro la loro comicità ha toccato la fonte di lacrime che si era nascosta da qualche parte in me.
Ma come ci riescono? Perché la comicità di Aldo, Giovanni e Giacomo riesce a essere così resistente nel tempo, efficace e condivisa?
La mia più naturale risposta è questa: l’amicizia.
Pensiamo ai loro film (che saranno ciò di cui parlerò in questo articolo, tralasciando l’analisi della loro attività teatrale). Pensiamo, dunque, ai loro film, e vediamo insieme come e perché riescono a farci provare queste emozioni.
L’inaspettato, sfavillante esordio è stato, come sappiamo, con “Tre uomini e una gamba”. E nella dinamica iniziale del film abbiamo già la chiave di cui parlavo prima, il collante che tiene insieme il tutto: la loro amicizia.

In questo film (come in tanti altri) Aldo, Giovanni e Giacomo interpretano, rispettivamente, Aldo, Giovanni e Giacomo.
Riciclano un’idea già collaudata in uno sketch a teatro di grande successo (quello del “Viaggio in Subaru”, o più comunemente, della “Subaru Baracca”), ovvero trovano il più classico degli espedienti per un film: delle persone devono andare insieme da qualche parte.
Insomma, niente di meno di un road movie. La motivazione che li spinge è vincolante, le possibilità di inconvenienti sono alte, e la strada è spianata per inanellare una serie di eventi che ci accompagnano dall’inizio alla fine del film, e del viaggio.
Come dicevo, nel film loro tre sono loro tre. Ognuno con le sue tipiche caratteristiche, ma soprattutto ognuno con i suoi difetti. E a incombere sulle loro vite sgangherate, l’ombra del suocero – suocero di tutti e tre, dato che due hanno già sposato le sue figlie, e accompagnano il terzo, Giacomino, a sposare la terza – ma anche datore di lavoro, poiché tutti e tre lavorano “come galoppini” nel suo negozio di ferramenta.
Ovviamente, non abbiamo solo un viaggio con una meta, ma anche un carico speciale: la famosa “gamba” realizzata dal fantomatico Garpez. Un oggetto brutto dal grande valore artistico, pare, ma soprattutto economico.

Quindi la telecamera si piazza in macchina con loro, e noi siamo lì, ad assistere alle battute e agli scherzi che ci si fa tra amici, con annesse disavventure, e a ridere con loro.
Questo è il loro grande punto di forza.
Poi, essendo il primo film, per allungare il brodo, dato che troppi intoppi in un solo viaggio sono difficili da sostenere, tra un pomeriggio al cinema e un sogno strano, il trio ha l’occasione di riciclare altri celebri sketch.
Il trio accompagnato, però, da un’altra persona: Marina.
Ex moglie ed ex compagna di palco di Giacomo (componevano il duo comico Hansel & Strüdel) è presente nei primi film del trio, venendo amata, in tre film diversi, da tutti e tre.

E in questo primo film a cascarci è proprio Giacomino, che invece di pensare all’imminente matrimonio, sente di essersi fulmineamente innamorato di questa giovane ragazza incontrata per caso nella discesa dell’Italia.
Alla fine, superate le varie peripezie, i tre capiscono che non è il caso di portare avanti quelle misere vite assediate dal perfido suocero-datore di lavoro, e questa decisione viene accennata nella scena finale, con loro che girano la macchina per tornare da dove sono partiti, e la gamba, che li ha accompagnati nel viaggio, che viene lasciata a destinazione.
Ecco, se posso permettermi una critica generale all’operato di Aldo, Giovanni e Giacomo: i finali non sono il loro forte. Ma non sono “il forte” di coloro che riescono a realizzare qualcosa che non smetteremmo mai di guardare, che vorremmo rivedere ancora e ancora, e che è davvero un peccato che debba finire.
Per il suo secondo film, “Così è la vita”, il trio fa qualcosa di diverso. I personaggi che interpretano non sono proprio loro, hanno vite diverse, ognuno con le sue disgrazie, e solo dopo un primo momento le loro strade si uniscono, arrivando, guarda caso, a fare un viaggio in macchina.

In questo caso la trama è più strutturata, ci sono più personaggi secondari, più dietrologie, ma come al solito, quello che funziona con loro non è tanto la trama particolare, quanto la dinamica che solo loro sanno creare.
Ed è infatti con il terzo film che arrivano, secondo me, alla perfezione: “Chiedimi se sono felice”.
Qui abbiamo tante ottime cose: loro tre sono amici, e ci vengono presentati subito dalla voce narrante di Aldo, che però ce li mostra in un presente in cui si sono allontanati per qualcosa che è accaduto, che scopriremo verso il finale.
In questo caso non abbiamo proprio un road movie, ma la cornice esterna del film è un viaggio che viene fatto, ancora una volta, da Milano al sud Italia; e il motivo per cui Giovanni e Giacomo – e Marina – che non si parlavano più avendo litigato, devono viaggiare insieme, è che Aldo sta male, e non c’è tempo da perdere.

Ma cos’è successo?
La vera vicenda del film si svolge in questi lunghi flashback in cui vediamo i nostri tre protagonisti cercare di raccapezzarsi con le difficoltà del lavoro, e soprattutto dell’amore: Aldo ha fin troppe fidanzate, Giacomo nessuna, e Giovanni sembra aver trovato il grande amore.
Poi succederanno le varie disavventure, incomprensioni, e tutto il resto.
Se il primo film aveva un finale abbozzato, e il secondo un finale dai toni surreali, questo terzo film forse ha il finale migliore, con quel giusto altalenare tra commozione e risata, che lascia alla fine con una particolare malinconia, una vena di tristezza corretta da una risata, che lascia un sorriso amaro.
Il lieto fine, in realtà, c’è: ma io lo percepisco così, come un lieto fine a metà.

C’è poi una cosa che Aldo, Giovanni e Giacomo hanno fatto all’inizio sia del primo che del secondo film: inserire un “film dentro il film” in cui loro tre interpretano tre mafiosi italo-americani: Al, John e Jack. Nel loro quarto film hanno deciso di fare questa cosa per circa un’ora e mezza.
Con un risultato che ancora non ho capito come giudicare. Quindi rimanderò il giudizio ad altra sede.
Poi, segue “Tu la conosci Claudia?”, titolo particolare, che vede centrale la partecipazione e il ruolo di Paola Cortellesi, ma che sostanzialmente si basa su un grande, grandissimo, classico della commedia degli equivoci.
In breve: Giovanni e Claudia (Paola Cortellesi) sono sposati, ma il matrimonio è classicamente fermo, statico, noioso; allora Claudia cerca qualcosa di nuovo, e riesce a conoscere Giacomo, ma solo come amico. In questo caos si unisce per motivi futili Aldo, che è convinto che la sua amante, Claudia, sia la stessa Claudia che pare essere già contesa tra gli altri due uomini.

E indovinate cosa devono fare a un certo punto per risolvere la situazione? Fare un viaggio in macchina.
Infine, si scoprono le incomprensioni, e tutto si risolve.
Come avrete capito, in questo film loro tre all’inizio non si conoscono, e in qualche modo imparano a conoscersi nel procedere della trama. Però, come dicevo, certe dinamiche molto naturali non sono possibili, e i continui fraintendimenti non sono un movente abbastanza forte per sostenere tutta la trama.
Con questo film, il quinto, siamo nel 2004. Il primo era del 1997. Ora, farei un salto di diversi anni, perché gli altri film di cui mi interessa parlare sono gli ultimi. Quindi salterò il film antologico “Il cosmo sul comò” (che presenta un collage di diverse storie brevi), “La banda dei Babbi Natale” (che presenta una trama, anche in questo caso, simile a certe commedie che già conosciamo), “Il ricco, il povero e il maggiordomo” (già il titolo esaurisce il contenuto del film), “Fuga da Reuma Park” (che non voglio neanche commentare).

Arriviamo a inizio 2020, con “Odio l’estate”. Il primo film di Aldo, Giovanni e Giacomo della cui uscita in sala ho avuto coscienza, perché era il primo uscito da quando io avevo iniziato, in adolescenza, ad appassionarmi ai tre comici.
Ecco, “Odio l’estate”, rivedendolo, è stato proprio il film che mi ha fatto piangere. Il perché non sono sicuro di saperlo. È stato strano. I film e gli spettacoli di Aldo, Giovanni e Giacomo mi hanno sollevato l’umore in tanti momenti tristi, sono stati di grande compagnia, li ho imparati a memoria, li ho condivisi con passione.
Eppure, quel film è riuscito a farmi piangere.
Ne presento una sintesi: tre famiglie (ognuna disfunzionale a modo suo) scoprono di aver prenotato tutte e tre la stessa casa per le vacanze, e a quanto pare non c’è modo di risolvere la cosa, e devono convivere. Prima sono scontenti, poi fanno amicizia, poi ognuno svela degli altarini, incomprensioni, ecc.
Cosa mi ha commosso? Il finale. Come mai? Per la capacità di unire tristezza e risata. Non solo, ho un altro esempio più specifico.


Aldo (che interpreta come al solito un personaggio che si chiama Aldo) ha un segreto che non vuole rivelare, e che si scoprirà essere una malattia. La moglie, a un certo punto, sospettosa, fa domande, ma lui svia la conversazione. E una volta le chiede come sceglierebbe un eventuale nuovo compagno per sostituire lui.
Lei risponde: “Con i capelli”.
Ci fa ridere, pensando alla pelata di Aldo, ma ci commuove anche, perché si parla dell’eventualità in cui Aldo non ci sarà più, e lei debba ritrovarsi a “sostituirlo” con un altro uomo.
E poi abbiamo “Il grande giorno”. Anche qui, la trama è facile: due soci di lunga data, Giovanni e Giacomo, si trovano su un’isola in mezzo a un lago per celebrare il matrimonio tra la figlia del primo e il figlio del secondo. Quindi, in questo caso, due dei tre soliti nostri protagonisti si conoscono già. Come ci viene introdotto Aldo? È il nuovo compagno dell’ex moglie di Giovanni. Un nuovo compagno esuberante e casinista, e possiamo immaginare che succederà.
Anche in questo caso (come già nel film precedente), oltre a essere presente una dinamica molto prevedibile, Aldo, Giovanni e Giacomo riflettono su alcuni temi che, evidentemente, sono a loro cari in questo momento della loro vita. Quand’è stata l’ultima volta che ci siamo divertiti? Che abbiamo osato? Che abbiamo ascoltato i nostri figli e abbiamo cercato di comprenderli?


Dal matrimonio saltato di “Tre uomini e una gamba”, a quello (che salterà, ve lo dico) di “Il grande giorno”, in questa parabola durata un quarto di secolo, i tre comici sono passati attraverso le diverse esperienze della vita, descrivendole, raccontandole, esagerandole, attraverso la loro voce unica; che a volte si sente di più, a volte di meno.
Ma il segno distintivo, come dicevo già all’inizio, è la loro amicizia. Quando si sente che a interpretare quei ruoli sono proprio loro, allora non c’è nient’altro da fare, il film funziona. In altri casi, devono avere il supporto di una buona trama, ma si sa, le idee è facile che scarseggino.
E poi, questa risata, che maschera in tanti casi un dispiacere, una delusione, una malinconia. E questi, secondo me, sono i loro film in cui, oltre ad avere il loro unico contributo, c’è quel “qualcosa” in più. Essere in grado di farti ridere, ma anche di farti piangere.
Si dice che far piangere sia facile, far ridere più complicato, e fare entrambe le cose sia difficilissimo.
Quando loro tre riescono a fare entrambe le cose, ecco che assistiamo a un capolavoro.
E per me, quel capolavoro, è “Chiedimi se sono felice”; che porta con sé, inevitabile, il suo ribaltamento: chiedimi se sono triste. Solo in seguito alla tristezza può scaturire una pura risata, e solo una grande risata può portare una pura malinconia.




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