DI CHRISTIAN PAROLIN
Mentre tutti se ne andavano, Alessandro Torti si inginocchiò sulla tomba di Pietro Appachere.
«Non piango dal 2008 e non intendo farlo oggi, per te. Ci rivedremo molto presto, amico mio. E quando accadrà, che Dio sia pronto al più grande bordello che sia mai stato organizzato tra le nuvole».
Sua moglie Claudia gli appoggiò un braccio intorno alle spalle.
«Gli dicevo che non piangerò».
«Forse gli farebbe piacere sapere che almeno uno dei presenti piange per lui. Nessuno ha versato una lacrima».
Alessandro si tirò su il colletto fin sopra il naso.
«C’è il rischio che si congelino sulla faccia».
Li raggiunse Don Dino Buzzati con il libretto del Vangelo in mano; un dito faceva da segnalibro.
«Ora andiamo» disse Alessandro. «Non piangerò per lui».
«Ti sentiresti meglio» ribadì Claudia.
«Mi verrebbe l’emicrania». Si alzò e offrì il braccio alla moglie. «Ho apprezzato molto la sobrietà della cerimonia, Don. Sembrava l’avesse pensata lui».
«Caro».
Claudia gli passò un dito sotto un occhio.
«Terra» disse Alessandro dopo essersi pulito alla svelta. «Grazie per aver omesso il suo burrascoso passato».
«Ne possiamo parlare fuori?» chiese Claudia.
Già spingeva Alessandro verso i cancelli.
«Ciao, Don Dino. Gli hai reso omaggio come si confà a un uomo del suo calibro».
Don Dino sollevò il libretto fino al petto a mo’ di cenno.
«Pietro aveva un passato burrascoso?» domandò Claudia in macchina.
Alessandro guardava fuori dal finestrino con le mani giunte davanti alla bocca, aveva le scarpe di Claudia in grembo. Claudia dovette scuoterlo e ripetere.
«No, niente di che. Ha esplorato, come ogni ragazzo. Aveva solo venti… sei, sette… oddio, quanti anni aveva?».
«Trent’uno».
Alessandro si baciò le dita di una mano e le posò sulle guance di Claudia.
«Grazie per aver accettato di guidare».
«Se in centro troviamo confusione io ci rinuncio. Passami le scarpe».
Alessandro gliele allungò sempre rivolto alla fredda e dura Treviso di metà dicembre.
Claudia annusò le scarpe e gliele riconsegnò.
«Sono uscita senza lavarmi».
Era già buio quando tornarono all’appartamento.
«Sarà meglio che mi faccia una doccia» disse Claudia. «Ho sudato sette camicie per ogni vicolo».
«Ne ho bisogno anch’io» disse Alessandro. «Usiamo la jacuzzi».
Chiuse la porta e spinse la moglie con la schiena contro il muro, ma aveva scordato la scarpiera e la testa di Claudia schizzò all’indietro e sbatté contro il legno; Claudia spruzzò saliva.
«Miseria» fece Alessandro.
Claudia lo allontanò delicatamente mentre con una mano ispezionava la nuca alla ricerca del bernoccolo.
«Niente di importante, caro. Vai a preparare la vasca».
«Ti fa male la testa?».
«L’ho sbattuta» ringhiò lei.
«Sono così sconvolto».
Claudia si baciò le dita della mano libera e gliele posò sulle labbra.
«Vai».
Alessandro sparì in bagno.
«Porca paletta, che male».
Claudia sistemò le scarpe di entrambi e tirò fuori le ciabatte. Guardò la scarpiera con gli occhi socchiusi e la colpì con il palmo della mano. Poi si infilò le mani nei capelli.
«Ti chiedo scusa. Che colpe hai tu, brutto pezzo di legno? Stasera siamo tutti sottosopra».
Si baciò le dita di una mano e toccò la scarpiera. Con l’altra avvertì il bernoccolo sulla nuca e le rifilò un timido calcio.
Tre passi appena verso il bagno e suonò il campanello.
Claudia sobbalzò e le ciabatte di Alessandro le scivolarono per terra.
«Chi è?» chiese a voce alta.
Aveva una certa paura dello spioncino.
Il campanello suonò ancora.
Dovette avvicinarsi.
Nel frattempo, Alessandro era già nella jacuzzi. Si scordò presto di cosa fosse il freddo e per questo si sentì in colpa. Guardò lo specchio grande quanto la parete con vari mobiletti annessi, la tazza con la tavoletta riscaldata, i faretti incassati al soffitto dalla luce regolabile.
«Perché io dovrei meritare tutto questo e tu sei appena morto?».
Claudia gridò e seguì un tonfo.
Alessandro saltò fuori dalla vasca, si infilò l’accappatoio e corse fuori. Quando si affacciò al corridoio che collegava l’ingresso al soggiorno, vide Claudia trascinarsi all’indietro con i gomiti e scuotere la testa.
«Cioccolatino?».
Claudia fece una capriola all’indietro e fu in piedi.
«C’è Pietro, là fuori».
«Chi?».
Claudia cominciò a oscillare e gli cadde addosso.
«Ti sei alzata troppo in fretta».
«Perché hai il mio accappatoio?».
«Per sentirti sempre vicina».
«Il mio piccolo marron glacé».
Alessandro le sollevò la testa.
«Miseria, sei pallida come uno spettro».
«Lo spettro è lì fuori».
Alessandro sbirciò l’uscio.
«Aspettami nella jacuzzi».
Claudia si avviò claudicante.
«C’è qualcuno?» chiese Alessandro.
«C’è Pietro» gridò Claudia dal bagno.
Alessandro raggiunse l’entrata.
«Ho il dito sopra l’allarme, mi basta premerlo e puoi considerarti catturato».
«Stai bluffando» disse una voce. «Hai rinunciato all’allarme perché Claudia diventa isterica quando sente un rumore troppo forte».
La fronte di Alessandro gelò di sudore. Cercò qualcosa con cui difendersi mentre apriva la porta, ed ecco Pietro.
«Lasciami spiegare. Sono morto davvero e prima di andare nell’Aldilà devo aspettare venti giorni per dei controlli, vogliono stabilire in quale dei tre Regni merito di finire. Un fantasma però ha bisogno di una dimora mentre è in attesa qui sulla Terra e questo è il solo posto in cui so di essere accettato. Dal mio migliore amico».
Alessandro guardava con la bocca socchiusa. L’accappatoio si era slacciato e si era formata una pozza d’acqua sulla moquette.
«Ti aspettavi qualcosa di più sostanzioso?» domandò Pietro.
I contorni della sua figura erano evanescenti, come fossero parte del corridoio.
«Ti chiedo quest’ultimo favore. Non devo mangiare né lavarmi né dormire. Me ne starò fermo in un angolo rivolto verso il muro».
Un oggetto sibilò a dieci centimetri dall’orecchio di Alessandro e si schiantò contro la parete del corridoio opposta rispetto alla porta d’ingresso. I frammenti rotolarono giù per le scale.
«Uccidi quel bandito» gridò Claudia. «Fallo a pezzetti e bruciali tutti!».
«Piantala di urlare» le disse Alessandro.
«Cosa dovrei rubare?».
Flemmatico, Alessandro agguantò uno dei tacchi, fece un passo indietro e lo scagliò contro Pietro. Gli passò attraverso.
«Perché?» chiese Pietro.
Alessandro prese l’altro tacco e mirò alla testa.
«Smettila».
«Che cosa aspetti a conciarlo per le feste?» urlò Claudia.
Alessandro la sentì tornare dentro al bagno, rovesciare uno dei mobiletti e tornare fuori.
«Prendi questo». Lanciò un vasetto di crema. «E questo». Un tubetto di dentifricio. «E questo» una confezione sigillata di lamette da uomo.
«Fermati cara, ho capito tutto».
«Dici sul serio?» domandò Pietro.
Emanò un sottile alone di luce che rischiarò il corridoio.
«Tu sei la proiezione dei miei sensi di colpa. Ci pensavo così intensamente da averli materializzati sotto forma di Pietro e ho coinvolto persino mia moglie».
Sorrise, poi scoppiò a ridere.
«Oh, no» disse Claudia.
«Pietro» sbottò Alessandro. Teneva le braccia sollevate come un predicatore e rideva. «Mi senti, Pietro? Vaffanbrodo! Io sono vivo, ho un attico da due milioni e mezzo di euro e sto per infilarmi nella jacuzzi con mia moglie. E tu sei morto!».
Lanciò un ululato che gli sconquassò tutto il corpo, come se fosse privo di ossa.
«È sparito» disse Claudia.
Si avvicinò cautamente, pronta a lanciare un flaconcino omaggio di shampoo.
Alessandro glielo levò di mano e la sbatté contro il muro, stavolta senza la scarpiera.
«Siamo vivi, cioccolatino, e dobbiamo festeggiare».
Le stampò un bacio sulla bocca e le infilò la lingua tra le labbra.
«Cos’abbiamo visto?» gli chiese Claudia baciandolo sul naso e sulla fronte.
«La risposta di Dio» disse Alessandro intento a umettarle il collo e una spalla.
La prese in braccio e la portò alla jacuzzi.
Pietro aspettò che i condomini del quarto piano rientrassero in casa prima di scendere. Il portone del palazzo era ancora aperto.
Attraversò Piazza dei Signori fino in Riviera Garibaldi, il rumore del fiume lo metteva a suo agio, e la tenne fino a Palazzo Giacomelli, dove svoltò a destra per evitare il parco dei cani. Assaporò ogni passo.
Arrivò alla chiesa di Santa Maria Maggiore. Don Dino si allontanava lungo la navata laterale destra.
Pietro lo chiamò e Don Dino rispose mentre sistemava i candelabri sull’abside.
«Mi serve un posto dove restare in questi venti giorni».
«Ai fantasmi è vietato risiedere nelle chiese».
«Magari conosci un posto».
«Esci dal centro e rimani nella parte dell’ospedale, costeggia il Sile fino al Volto del Squero e inoltrati nei campi fino al boschetto. Ad altezza Porto di Fiera c’è un rudere abbandonato. Sistemati lì».
«Perché proprio un rudere?».
«È l’unico posto adatto ai fantasmi».
Pietro cominciava ad avere le vertigini e vedere tutto sfocato. Si sentì meglio una volta uscito dalla chiesa.
Seguì le indicazioni di Don Dino e arrivò al rudere. La porta era chiusa da un catenaccio bello grosso e i muri erano interamente coperti dall’edera, fino al soffitto, eccetto nei buchi delle finestre.
«Sei un fantasma?».
Guardò in su e sobbalzò alla vista di un uomo.
«Sì. Ho venti giorni d’attesa».
L’uomo sparì in casa e al suo ritorno si portò dietro un altro uomo e una donna.
«Quale chiesa ti manda?».
«Santa Maria Maggiore».
«Quel baciapile» esclamò la donna.
«Che sta succedendo?» domandò Pietro.
«Anche noi aspettiamo di essere ammessi all’Aldilà» disse il primo uomo. «Mi chiamo Augusto Traverso e loro sono i miei fratelli Adriano e Angelina».
«Io sono Pietro».
«Potresti tornare indietro» disse Adriano.
«Dovrò stare con voi mentre aspetto».
Angelina e Adriano si guardarono da dietro le spalle di Augusto; Augusto si mosse appena.
«Sicuro» disse. «Devi solo aprire la porta».
«Perché è chiusa?».
«Per impedirci di uscire».
«Ma le finestre…».
«Possiamo passare solo dalle porte».
«Avete la chiave?».
I tre risero. Adriano si sganasciò e scivolò dalla finestra. Pietro si scansò e si coprì il volto, ma Adriano svanì nell’aria.
«Domanda sciocca» disse Pietro.
Gli fece strano non provare il pizzicore della vergogna sugli zigomi.
«Tutt’altro» disse Augusto. «Dagliela».
Adriano si affacciò alla finestra e gli lanciò la chiave.
«Ridevamo per la gioia. È la prima volta che qualcuno passa di qui».
«Neppure ad Halloween abbiamo visite» disse Angelina. «Girano voci torbide su questa casa».
«Entra, dai».
Pietro aprì il lucchetto e fece per attraversare la soglia, ma sbatté contro un muro invisibile.
«Diavolo» disse Augusto. «A chi è intestata la casa?».
«Forse a me» disse Adriano. «Entra».
Stesso risultato.
«Guarda un po’». Angelina si mise a cavalcioni sulla finestra. «A quanto pare sono la padrona di casa. Fa freddo, lì sotto?».
«Presumo di sì» disse Pietro.
«Che tu sia il benvenuto, Pietro caro».
Pietro sollevò un piede e provò l’ingresso con la punta. Poteva entrare.
I tre corsero giù dalle scale. Pietro tirò la porta ma Augusto gli disse di lasciarla aperta.
«Ho un gran mal di testa» disse Pietro sedendosi a peso morto.
«Davvero?» chiese Adriano.
«Certo che no, era per dire».
«Brutta vita quella dei fantasmi».
Augusto allargava e stringeva le braccia e ogni volta che le stringeva batteva le mani; Adriano fischiettava e calciava la polvere sul pavimento.
Angelina si accucciò davanti a Pietro e gli strizzò i ricci.
«Perché sei tanto triste? Venti giorni sono uno schiocco di dita».
«Il mio migliore amico mi ha cacciato senza nemmeno ascoltarmi. Ho sentito le sue parole al funerale, proprio questo pomeriggio, e tratteneva a stento le lacrime».
«Da vivi siamo un po’ idioti».
«Mi aspettavo almeno un dialogo».
«Presto smetterai di avere aspettative e sarà tutto più bello».
«Voi come ci siete finiti qui?».
Angelina esitò, guardò gli altri due.
Augusto tirò su Angelina per i capelli.
«È inammissibile» disse. «I voltagabbana come lui devono marcire all’Inferno».
«Era solo spaventato» disse Pietro.
«E con ciò? Con quale diritto ti ha trattato come un insulso cumulo di cenere?».
«Augusto ha ragione» disse Adriano. «Quel tuo amico merita un ripasso di buone maniere».
«Cosa dite?».
Augusto distese le braccia e le scrollò.
«Siamo i cattivi per eccellenza, potremmo far prendere un bello spavento al tuo amico».
«Poca roba» precisò Adriano. «Luci che si spengono, il fiato freddo sul collo…».
«Per farlo però dobbiamo avere il tuo permesso».
«Davvero?».
«I fantasmi possono perseguitare solo i vivi che hanno fatto loro un torto».
Pietro avvertì un prurito fantasma alla caviglia e si grattò.
«E sono invisibili a chiunque non abbia avuto a che fare con loro».
«Temo che gli procurerete ben più di uno spavento. Alessandro è altamente suscettibile e sua moglie è peggio di un cane con la rabbia».
«Meglio ancora».
Pietro pensò di saltare di gioia e si ritrovò in piedi.
«Fareste questo?».
«Tu ci hai liberati».
Pietro li guardò a uno a uno e a tutti rivolse un sorriso, ma ad Angelina riservò anche un bacio sulla guancia.
«Se le persone credono nella tua esistenza vivrai per sempre» gli disse. «Addirittura potresti recuperare carne ed ossa».
«Dacci il suo indirizzo» la interruppe Augusto.
Angelina fu l’ultima ad uscire e si voltò prima di chiudere la porta e Pietro vide che il viso era cupo, privo della lucentezza dei fantasmi.
Il tempo di assaporare la sensazione di leggerezza – e vendetta, molto più intensa di quanto ricordasse – che sentì un rumore fuori dalla porta. Vi si precipitò e udì il lucchetto.
«Augusto?».
Il suono di risate maschili si attutì fino a sparire.
«Aprite» urlò invano.
Si batté le mani sui fianchi e scoprì di avere ancora la chiave in tasca. Corse al primo piano e la lanciò fuori dalla finestra, imprecando violentemente contro il cielo, per poi ritrovarsi seduto dov’era prima.
Alessandro si svegliò di soprassalto alle tre e trentatré.
«Cioccolatino».
Claudia grugnì e si girò.
«Ho sentito un rumore nell’androne».
«Sarà…» e farfugliò qualcosa.
«È Pietro».
«Gesù santo».
Alessandro si infilò vestaglia e ciabatte e accese la torcia del suo cellulare.
Claudia borbottò e si allargò sul letto.
«Pietro?» sussurrò Alessandro davanti alla porta. «Se sei tu battimi le prime note di una tua sinfonia».
Udì dei colpi a ritmo, nulla però che avesse composto Pietro in vita.
«Sei arrabbiato per quello che ti ho detto?».
Rispose una voce cava, gutturale, sembrò graffiare la porta.
«Sì».
Cinque lacrime scivolarono dagli occhi di Alessandro troppo veloci perché potesse fermarle.
«Vuoi farmi del male?».
«Sì». Poi la voce si schiarì. «Voglio dire, no. Devi solo farmi entrare».
Alessandro piombò con il sedere a terra; piangeva prima ancora di toccare la moquette.
«Ti chiedo scusa. Sono così distrutto per la tua morte. È che è stato tutto così improvviso».
«Tranquillo. Ora fammi entrare, fa freddo».
«I fantasmi hanno freddo?».
«Be’… è un freddo diverso. È il freddo degli esclusi».
Quelle parole colpirono Alessandro dritto al cuore.
«Oh, Dio, Dio, Dio».
Claudia uscì dalla camera e accese la luce.
«Porca paletta».
«È Pietro, cara, è proprio lui».
Claudia capì solo Pietro, il resto venne inghiottito dai singhiozzi.
«Alzati, per la miseria».
Lo afferrò per le ascelle.
«Fatemi entrare» disse la voce.
Claudia strillò e lasciò la presa, Alessandro cadde a terra e sbatté di nuovo il sedere.
«Chiamo la polizia. Piantala con questi scherzi».
«Sono davvero io… bambola».
Le sopracciglia di Claudia e Alessandro si sollevarono all’unisono.
«Come hai detto?» fece lei.
Oltre la porta si udì del tramestio.
«Che sono il vostro amico Pietro».
«Pietro era amico di Alessandro, io lo detestavo».
«Sapete com’è, quando si muore. Pace e amore».
Alessandro si asciugò gli occhi.
«Dimmi la tua data di nascita».
«La memoria viene pesantemente intaccata, quando si muore».
«Ora basta».
Claudia tornò in camera. Alessandro la seguì e le tolse il cellulare di mano.
«Ridammelo immediatamente».
«È lui».
«Se quello là fuori è lo stesso che hanno seppellito ieri io sono Mattarella».
Alessandro ricominciò a piangere.
«Mi sento così in colpa per quello che gli ho detto».
Claudia gli prese la testa e gli carezzò i capelli. Adagio, lo fece sdraiare sul letto e spense la luce.
«Sei ancora scombussolato. Datti qualche giorno».
Ripresero a dormire e i colpi alla porta presero parte ai loro sogni.
Il mattino successivo Alessandro chiese a Claudia di andare in farmacia.
«Vorrei tagliarmi la testa dal collo per quanto brucia».
Claudia gli preparò tè nero e biscotti e uscì.
Doveva percorrere centoventi metri; a metà qualcuno cercò di rubarle la borsetta. Claudia era una cittadina navigata e si fece trovare pronta, ma era impreparata ad affrontare… il nulla.
Liquidò l’accaduto come un colpo di vento troppo forte. Accanto alla farmacia c’era un bar e si fermò a fare colazione; posò la scatola di aspirine sul tavolo.
Quando tornò a casa, la scatola era sparita.
«Porca paletta».
Alessandro scoppiò a piangere.
«Portami quelle dannate aspirine!».
Claudia lo mandò in Cina e tornò al bar. Domandò ai camerieri se l’avessero vista ma erano troppo occupati per prestare attenzione.
«È il vostro lavoro prendervi cura dei clienti» sbuffò Claudia.
Ne comprò un’altra confezione. Di nuovo qualcuno tentò di portarle via la borsetta e di nuovo vide il nulla appresso a sé.
«È tutta colpa di Alessandro» si disse. «Mi ha condizionata, e poi questa notte ho dormito poco».
Tornò a casa e in borsa le aspirine non c’erano.
«Se stanotte torna» disse Alessandro con un filo di voce e gli occhi gonfi come se avesse l’allergia, «lo farò entrare».
Quella notte ci furono i tonfi alla porta. Alessandro si alzò e aprì la porta e la richiuse dopo qualche secondo, poi filò in bagno a vomitare.
Il giorno dopo dormì fino all’una.
«Allora?» chiese in cucina.
C’erano due piatti vuoti davanti al suo posto a tavola e alcune briciole di pane sulla tovaglia. Nel bicchiere appena un dito di acqua.
«Pensavo fossi immune alla fame. Fatti vedere».
Sentì un’esclamazione provenire dallo studio al piano superiore.
«Claudia?».
Salì le scale e la trovò legata sopra la scrivania. Fogli, matite e libri erano rovesciati sul pavimento.
«Miseria».
Le tolse la carta igienica dalla bocca.
«Brutto…».
Claudia gli rivolse così tanti insulti che dovette tapparle la bocca con il suo fazzoletto.
«Sei stato tu, Pietro?».
Un libro uscì dallo scaffale alle sue spalle e gli finì sulla schiena.
Claudia sputò il fazzoletto.
«Chi accidenti hai fatto entrare, razza di babbeo?».
«Pietro…».
Un altro libro partì verso di lui, ma si abbassò e colpì la fronte di Claudia.
«Chi sei?».
Si sollevò un coro di risate.
«Adesso è casa nostra» disse la voce che aveva udito la prima volta.
«Vi vogliamo fuori dai piedi entro stanotte» disse un’altra voce.
«Altrimenti…» fece una terza voce, femminile.
Tutti i libri nello scaffale finirono a terra.
«L’ho combinata grossa» disse Alessandro.
«Marron glacé» lo chiamò Claudia. «Mi fai scendere, per favore?».
Chiamarono subito Don Dino. Al suo arrivo protese il libretto del Vangelo come uno scudo e ispezionò l’appartamento. Si concentrò nello studio e annusò l’aria.
«Inferno».
Alessandro cacciò il pianto dentro agli occhi.
Don Dino aprì il Vangelo e cominciò a recitare.
«“Il Fanciullo Posseduto Dal Demonio”…».
«Ho sentito» disse qualcuno in tono scocciato nelle loro menti.
Soffiò un vento fortissimo che portò con sé odore di stalla e polvere da sparo.
Chiusero gli occhi dal tanfo e quando li riaprirono videro le spalle di Dio.
«Fa in fretta, Dino, sono sotto di due mani».
Indossava un logoro cappello a tesa larga che copriva dei capelli color grano, degli stracci che lasciavano scoperte le spalle e le cosce, un paio di stivali senza speroni pieni di bruciature e una cintura con proiettili e revolver Pacemaker. Una mano teneva tre carte da poker.
«I due signori qui presenti lamentano presenze profane».
Dio si voltò a guardarli e il cappello gli scivolò davanti al viso; sbucava solo un sigaro fumante.
«Li avete fatti entrare?» sentirono chiedere alle loro menti.
«È stato lui» disse Claudia. «Io lo avevo avvertito».
Sbatterono le palpebre e Dio si era voltato di nuovo.
Sguainò il revolver e sparò cinque colpì sulla balaustra che si affacciava al salotto dal piano superiore. Videro due uomini e una donna cadere di faccia.
«Questi qui li avevo già sistemati» disse Dio.
I tre si levarono a sedere. Avevano la stessa consistenza fumosa di Pietro.
«Dino, spiegami perché sono qui».
«Mi sono confuso sulle invocazioni» disse Don Dino impassibile, con l’indice della mano destra a metà del Vangelo.
«Mi ero assicurato che non potessero più uscire» disse Dio. «Adesso in quella casa c’è Pietro?».
«Sissignore».
Dio si levò il sigaro di bocca, fece roteare la pistola sulle dita per puro vezzo e sparò ai tre.
Poi guardò Claudia e Alessandro, il cappello davanti al volto.
«Li avevo tenuti sulla terra per una scommessa persa contro Satana». Mostrò le carte che aveva in mano. «Questa partita va avanti da allora».
Il fischio di un treno lontano e Dio sparì.
«È davvero finita?» domandò Claudia.
Don Dino annuì e si avviò verso la porta.
«Dimmi dove hai messo Pietro» chiese Alessandro. «Gli devo delle scuse».
Alessandro si precipitò al rudere.
«Pietro, sei qui?».
Pietro si affacciò alla finestra.
Alessandro provò un brivido vertiginoso.
«Vi hanno fatto del male?».
«Li abbiamo cacciati. Mi dispiace molto di aver dubitato della tua esistenza».
«Fa niente, posso capirti».
«Se ti va ancora sei il benvenuto».
Il sorriso di Pietro restituì interamente le forze ad Alessandro.
«La chiave è lì da qualche parte».
Claudia lo accolse con freddezza, gli intimò di stare distante da lei e dalle sue cose e di farsi vedere solo quando lei era fuori. Per quanto riguardava Alessandro, gli promise che avrebbero fatto i conti.
«Come mai ti tocca aspettare?» gli chiese Alessandro una sera.
Erano davanti al caminetto finto con un bicchiere di Amaro Lucano e delle noccioline sgusciate.
«Una parte la si deve al mio passato, un’altra a qualcosa che ho fatto poco prima di morire».
Alessandro finì il suo amaro e prese il bicchiere di Pietro.
«L’incidente in cui ho perso la vita è stato un suicidio. Il giorno prima avevo tenuto l’ultimo spettacolo del mio tour, ero su di giri e ho deciso di comprare un fucile ad aria compressa. Mi ero detto di voler sparare contro i piccioni che mi infestavano il tetto, ma la verità è che volevo far secco il cane del mio vicino. Ogni notte sgattaiolava nel mio giardino, si piazzava sotto la finestra della camera e latrava. Io avevo il sonno leggero e mi piaceva suonare all’alba, curavo il sonno come fosse uno strumento musicale».
Alessandro ingoiò una manciata di noccioline e rischiò di soffocare.
«Sto bene» tossì. Sputacchiò alcune briciole. «Va avanti».
«Ho fatto quel che mi ero ripromesso. Il mio vicino ha minacciato di denunciarmi ma è bastato mostrargli un assegno per dissuaderlo. Ho provato così tanto rimorso che per placarlo ho dovuto uccidermi».
«Porco cane». Alessandro si versò dell’altro amaro. «I giornali avevano menzionato un frontale».
«È stato così, infatti».
«Porco cane!».
Il giorno della Vigilia Claudia andò a comprare il musetto e gli ingredienti per fare la sua torta salata mentre Alessandro si occupava della tavola e delle decorazioni.
«I Tamburlani sono nostri ospiti questa sera».
«Oh».
«Il sentimento è reciproco».
«Toni faceva di tutto per ostacolarmi. Quando ancora suonavo nelle trattorie è andato in una di queste a dire che avevo l’HIV e hanno annullato il concerto».
«Questa sera avrai la possibilità di giocargli un bel tiro quale ringraziamento».
«No, devo guadagnarmi il Paradiso».
«In questo caso, nasconditi in bagno. Useremo quello di sopra».
Passarono il pomeriggio a cucinare. Claudia trovò che le stelle di polistirolo stonassero sul parapetto del piano superiore e le spostò sopra la vetrata che dava in terrazza. Disse anche che l’albero era disgustosamente zeppo di neve finta.
I Tamburlani arrivarono alle cinque e mezza.
«Buoni auguri» disse Toni. «Il primo Natale che festeggiamo fuori casa».
«Sei tu l’orso» disse sua moglie Gianna. «Voi diplomatici siete tutti uguali».
«Cosa vorrebbe dire “diplomatici”?».
Presero l’aperitivo e ciarlarono fino alle otto, ora di cena.
«Uno dei propositi per l’anno venturo sarà il veganesimo» disse Toni. «In questi giorni abbiamo mangiato troppa carne».
«Rifiutare la carne è illogico oltre che malsano» disse Claudia.
«Sono scelte di vita, suppongo» fece Gianna. «Io mi limito alle occasioni come questa. Devo fare un grande sforzo per mandarla giù senza pensare a quelle povere bestie torturate».
Toni lasciò cadere la forchetta su cui stava infilzata una fetta di musetto.
«Animali, religione e politica vanno evitati a tavola».
«Soffia sul boccone prima di metterlo in bocca, altrimenti ti scotti il palato».
«Conservate lo spazio per il dolce» disse Alessandro. «È fresco del forno di Nascimben».
«Stanne alla larga» disse Gianna al marito. «È pieno di panna».
Toni sorrise sotto i baffi. Mangiarono a sazietà, Toni fece perfino il bis di torta.
«Andrà avanti a digestivi per tutta la notte» commentò rassegnata Gianna.
Con gli uomini nello studio a discutere di geopolitica come si usava in presenza di Toni (lui parlava e gli altri ascoltavano), Claudia e Gianna seguirono il Concerto di Natale alla tv, nella sala cinema.
«Ogni anno spero che il Natale arrivi e se ne vada» disse Claudia.
«Che cosa brutta mi dici».
«È portatore di nostalgia come i topi di peste».
«Sei troppo dura. Devi scioglierti, diventare più femminile. Se vuoi conosco un posto».
«Tu?».
«Toni lo sa e lo accetta. A lui basta avere i suoi libri e la pancia piena».
A mezzanotte si riunirono e fecero il conto alla rovescia, ma al dieci lo stomaco di Toni brontolò tanto forte da coprire la voce della presentatrice.
«Hai le bustine?» chiese a Gianna.
«Sono in borsa».
Toni corse in cucina.
Al sette lo sentirono ululare, al cinque aprire la porta della camera matrimoniale, al quattro quella del bagno.
«Porca miseria». Alessandro si lanciò a cannone. «Fermo, Toni!».
Allo scadere del conto, l’urlo di Toni e quello della presentatrice si sovrapposero.
«Lo sapevo» disse Gianna. «Lui è intollerante al lattosio. Se vi intasa lo scarico provvederemo alla riparazione».
Toni corse fuori affannato, tutto sudato, pallido e con le palle degli occhi di fuori.
«Ho visto…».
«Hai intasato la tazza?».
«C’era…».
Fece per sedersi ma mancò la sedia e finì a terra.
«Sei un orso bruno, sei» disse Gianna aiutandolo a rialzarsi.
«Ti dico che…».
«Ti sei almeno svuotato?».
Lo stomaco di Toni emise uno dei tuoni più potenti che Alessandro e Claudia avessero mai sentito. Si guardarono e subito distolsero lo sguardo per non scoppiare a ridere.
«Hai tirato l’acqua?».
«Ho bisogno di zuccheri» annaspò Toni.
«Hai bisogno di una lavanda gastrica. Togliamo il disturbo».
«Restate» disse Claudia. «Mancano il caffè e il digestivo».
«Mi sa che ci aspetta l’ospedale» disse Gianna.
Quando se ne furono andati, Alessandro e Claudia si scompisciarono.
«Adesso chi tira l’acqua?» chiese Alessandro incapace di tornare serio.
«Tu» rispose Claudia con le lacrime.
Ci pensò Pietro.
«Ero nella jacuzzi quando è entrato, mi ha visto solo dopo…».
«Lo conosci, il Tamburlani» disse Alessandro dandogli una pacca sulla spalla. Poi si guardò la mano e guardò Pietro, il quale era confuso quanto lui. «Ho avvertito una certa solidità».
«Pure io».
Pietro toccò Alessandro.
«Riesco a sentirti. Nella mia mente mi sento vivo».
«Sei anche più a fuoco, più delineato».
«Se ci fosse la possibilità…» cominciò Pietro, ma arrivò Claudia.
«Aiutami a sistemare la cucina» disse ad Alessandro. «Voglio dormire fino a tardi domani».
Alessandro e Claudia passarono il Capodanno dai Tamburlani su loro insistenza; il giorno della Befana andarono al cinema e al ritorno incrociarono Almerina Antoniazzi a passeggio con il suo Basset Hound maculato.
«Che fine hai fatto?» le domandò Claudia.
«Ero alla Scala a preparare il Godot per lo spettacolo di fine mese. Sono tornata questa mattina e Artù mi avrebbe disarcionata se gli avessi negato la passeggiata».
«Di recente ho venduto un racconto scritto sulla falsariga del Godot» disse Alessandro.
La invitarono a bere un caffè. Alessandro le anticipò e disse a Pietro di aspettare nello studio.
«Come si festeggia a Milano?» chiese Claudia.
«A Milano il Natale ha fatto la stessa fine del Babbo. A teatro hanno messo un alberello nell’ingresso ma l’hanno tenuto spento».
Alessandro si sedette a tavola.
«Ho sistemato un telo sotto la scala nel caso Artù debba fare i suoi bisogni».
«Ti scappa, cavaliere?» gli chiese Almerina.
Artù abbaiò.
«Vedi di centrare il telo».
Lasciò il guinzaglio. Alessandro si assicurò che raggiungesse il punto giusto e poi si concentrò su ciò che avrebbero mangiato per cena.
Indisturbato, Artù annusò il primo scalino, poi il secondo e si ritrovò di sopra, nello studio.
«Siete miei ospiti a Praga» diceva Almerina. «Dovete assolutamente vedere le catacombe di Vodičkova».
Un urlò seguì un guaito al piano di sopra. I tre si voltarono di scatto; Almerina fu subito in piedi con le mani premute sulle guance.
Artù trotterellò giù dalle scale e fece pipì sul telo.
Alessandro andò di sopra e trovò Pietro che saltellava tenendosi la caviglia destra.
«Mi ha morso».
«Embè?».
«Mi sento bruciare».
Pietro cominciò a dimenarsi e si spinse verso la balaustra.
Il piede destro cominciò a sgretolarsi, poi lo stinco e infine la gamba.
«Cosa succede?» chiese Alessandro con le mani protese come per proteggersi.
«Mi sento…».
Scomparve anche l’altra gamba ma Pietro rimase in piedi.
«Così cadi!» lo avvertì Alessandro, ma Pietro ormai era sparito.
Alessandro si affacciò alla balaustra e vide un’abbondante nevicata di fuliggine scendere sul salotto.
«Togliamo il disturbo, Artù».
«Ti prego, rimani» supplicò Claudia, ma Almerina guadagnò l’uscita a testa bassa e costrinse Artù a sgambettare.
Alessandro guardava il mucchietto di cenere bianca formatosi al piano di sotto.
«Quello era Pietro».
Claudia andò in corridoio. Alessandro prese il cestino sotto la scrivania e scese. Trovò Claudia con l’aspirapolvere e un sorriso furbetto sulle labbra.


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