DI GIOSUE’ TEDESCHI
È un libro che ho letto molto lentamente.
Non perché non prendesse, ma perché seppure parla di cose reali, fattuali, avvenute veramente, sono così assurde che sembrano fuori da questo mondo. Di fatto dev’essere come si sono sentite quelle persone: trasportate in un altro mondo che non aveva niente a che fare con quello che conoscevano tutti i giorni. Il tema di questo libro è, infatti, un attacco terroristico con gas velenoso nella metropolitana di Tokyo. Hai idea di quante persone prendano la metropolitana di Tokyo, ogni giorno, fin dalle prime ore del mattino? Be’, tantissime.
La prima parte contiene le interviste di Murakami alle vittime dell’attacco, la seconda parte le interviste ai membri dell’organizzazione che l’ha orchestrato. Onestamente non so dire quale delle due sia più terrificante. Murakami ha fatto un ottimo lavoro, con lo stile ordinato che lo contraddistingue, a separare le opinioni delle vittime dalle sue, a riportare il modo di parlare di ciascun intervistato dai suoi pensieri e opinioni. Forse proprio questa chiarezza mi lascia disturbato nel profondo. La possibilità che ci dà Murakami di vedere con quella nitidezza ciò che accadde in quelle ore.
Un’altra delle scoperte del Salone del Libro che consiglio a tutti coloro che vogliono approfondire la loro conoscenza della mentalità giapponese.
La versione asettica può essere raccontata così: degli appartenenti a un gruppo religioso, Aum, una mattina hanno portato dei pacchetti di sarin – il gas velenoso in questione – nella metropolitana di Tokyo. Dopo averli bucati per far sì che il gas venisse rilasciato e si diffondesse, hanno abbandonato la metropolitana. Ai presenti non è stata immediatamente chiara la situazione — quei pochi a cui era chiara non volevano crederci o non sapevano come reagire. Le ore successive sono state frenetiche per il succedersi di eventi. Molti sono morti, moltissimi altri hanno subito danni permanenti e tutti ne sono usciti scossi. Non solo come vittime dell’attacco ma anche come componenti della società. Le investigazioni successive su Aum hanno rivelato dettagli non rassicuranti sull’attacco e sull’organizzazione intera.
La parte con le interviste ai membri di Aum è stata rivelatoria per me. Capire le motivazioni dietro l’attacco, avere entrambi i lati della storia fa un effetto particolarissimo. C’è chi dice, non in modo infondato, che chi aderisce a quel tipo di religioni è un debole e un idiota. Uno sciocco che non si rende conto delle contraddizioni nel suo ragionamento e in quello degli altri. Eppure il ragionamento c’è – per quanto questo possa essere assurdo e fallace – e questo gli dà forza e convinzione per credere di non essere sciocchi illetterati abbindolati. Anzi di essere nel giusto. Di aver capito ciò che gli altri – stupidi, poveri sciocchi – non potrebbero mai. Di elevarsi addirittura. Solo per poi dire “IO non l’avrei fatto“, quando si ritrovano membri di un’organizzazione che perpetra atti del genere. Sfortunatamente il “se l’avessero chiesto a me, non lo avrei fatto” ha ben poco peso di fronte alla realtà dei fatti.

Ben scritto, spaventoso, doloroso, lento da leggere perché ogni pagina pesa una tonnellata. Murakami voleva parlare della mentalità giapponese ed è, come al solito, finito a parlare di molto di più. Se solitamente evitate questo autore perché non potete sopportare i voli pindarici e le assurde situazioni in cui finiscono per trovarsi i suoi personaggi, potete stare tranquilli con Underground perché, sfortunatamente, è successo tutto veramente. La voce dell’autore c’è ma non sovrasta mai quella degli intervistati. Ha saputo trovare il suo spazio tra i loro racconti, inserendo i suoi dubbi e le domande che molti di noi avrebbero voluto porre con ordine e con i giusti tempi nelle conversazioni che hanno avuto.
È un libro sulla mentalità giapponese; consiglio di tenerlo a mente quando certi aspetti del racconto faranno strabuzzare gli occhi. Quando Murakami stesso pone delle domande che noi giudicheremmo indelicate, o quando chiede scusa per domande indelicate che noi porremmo senza pensarci due volte. Ci racconta di abitudini, testimoniate da gente normale, che non sono così distanti da quelle che potremmo considerare bizzarrie nei suoi libri.
Underground è un altro pezzo essenziale per capire “L’uccello che girava le viti del mondo“. Parla dell’essere giapponesi, sì, ma dice anche qualcosa, tra le righe, sull’essere scrittori. Sull’essere giornalisti quasi, nel mantenersi fedeli alla realtà.
Sì, quel dannato uccello che gira quelle dannate viti è ancora tra i miei pensieri da quando ho finito di leggerlo, e mi infastidisce non poco non essere ancora arrivato a una conclusione. Sono contento di aver letto questo libro non solo perché è una storia decisamente importante, qualcosa che andava raccontato; ma anche perché penso che fosse un mattoncino importante per preparare una rilettura informata del giraviti.
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