“Una delle ultime sere di Carnovale” di Carlo Goldoni: Lasciare andare il tuo posto in cui stare

DI ALBERTO GROMETTO

Non credo nessuno di voi conosca la teoria nota come “il posto in cui stare”. Più che altro perché non è nota per niente. Si tratta del resto di una MIA teoria, ed essendo io un Signor Nessuno, ne deriva che di conseguenza pure la mia teoria non può risultare troppo conosciuta. Sapete però che anche il più Nessuno dei Signori Nessuno, in qualche modo e misura, sarà sempre Qualcuno, almeno per qualcuno? Certo, questo a patto che abbia trovato il suo “posto in cui stare”. 

Non so se ognuno di Noi nella Vita è destinato a trovare un posto a cui appartenere. C’è chi forse detesterebbe l’idea di legarsi così profondamente ad un unico luogo, forse lo percepirebbe come una prigione. Ma il posto in cui stare non è necessariamente il luogo a cui appartieni. O nel quale sceglierai di rimanere per sempre. Io ritengo che tutti Noi nella nostra Vita, anche se magari per poco, ci siamo imbattuti almeno una volta in un posto – geografico o mentale o dell’anima o tutte queste cose – nel quale abbiamo potuto sentire cosa significasse davvero essere Qualcuno. Almeno per qualcuno. Nel quale Noi stessi ci sentivamo Qualcuno, anziché persi e smarriti e come abbandonati. Un posto in cui quel che più volevamo fare, in qualche maniera siamo stati in grado di farlo e ci riusciva. Che sia forse un posto in cui essere felici o sentirsi completi?

Quando l’Assoluto Maestro del Palcoscenico CARLO GOLDONI, già un colosso nell’epoca in cui la scrisse, mise in scena nel 1762 per la prima volta «UNA DELLE ULTIME SERE DI CARNOVALE», era tutto tranne che un signor nessuno. Ed era chiaro al Mondo intero e (forse???) anche a lui quale fosse il suo posto in cui stare: Venezia, coi suoi infiniti teatri. Quella sua teatrale è una vocazione precocissima: da piccino gli venne regalato un teatrino di burattini, e da allora non ha mai smesso fino all’ultimo secondo di fare teatro. Poi, crescendo, sempre da bambino, intorno agli 11-12 anni, scappa dal suo collegio a Chioggia per raggiungere la madre a Venezia, quella stessa Venezia nella quale trascorrerà l’esistenza, imbarcandosi su una chiatta trasportante una compagnia d’attori, dai cui costumi e racconti e vita rimane come incantato. La sua gioventù è girovaga, i genitori vogliono che faccia qualcosa di “serio”, va a studiare un po’ qui e un po’ là, in tutta Italia… per poi sempre e comunque far ritorno nella sua Venezia, dove si stabilirà definitivamente e dove comincerà a recitare lui stesso. Per poi iniziare a scrivere, per il teatro. E anche se farà l’avvocato per provvedere alla sua famiglia, continuerà a dedicare anima e corpo al Teatro. La sua carriera costellata di successi epocali gli consentirà di abbandonare la professione per potersi dedicare al suo unico, vero mestiere. Era stato da lì, da Venezia, che lui aveva rivoluzionato e stravolto completamente il teatro italiano dell’epoca, prima di lui le opere teatrali manco erano scritte, si trattava di una serie di canovacci e tracce, le vicende raccontate venivano improvvisate sul momento dagli attori che erano chiamati a recitare non dei personaggi, bensì a fare la parte delle cosiddette maschere veneziane, tipo Pantalone o Brighella o Colombina o Arlecchino, cioè macchiette stereotipate che – per quanto buffe – rimanevano però monodimensionali. Poi è arrivato Carlo. E se in un primo momento, giusto per poter portare il pane a tavola, si adeguò, decise ben presto che la cosa gli stava stretta. E quindi che fece? Osa fare per la prima volta una cosa che nessuno aveva mai osato fare prima: realizzare vere e proprie commedie teatrali in cui tutte le parti fossero scritte, niente più improvvisazioni o canovacci, bensì battute precise e un copione stabilito a priori dove invece che maschere i protagonisti fossero caratteri autentici, donne e uomini reali, personaggi tridimensionali e sfaccettati. Un teatro nuovo in cui gli stessi temi sarebbero stati quindi più veri, autentici, reali. Ma di chi e cosa avrebbe parlato Goldoni? Chiaro, naturalmente: della sua gente, dei suoi connazionali, gli stessi Veneziani! Cosa se non la sua casa, l’argomento che meglio conosceva in assoluto? Del resto fosse nato in un’altra città, è giusto presumere che mai il suo istinto teatrale sarebbe stato altrettanto forte e trascinante. Ma lui di tutti i posti che stanno sotto questo azzurro immenso cielo, lui ha scelto di nascere proprio a Venezia, la “Hollywood del Teatro” dell’epoca, dove ad ogni calle sorgeva un teatro diverso, la città in cui le nuove produzioni teatrali brulicavano incessantemente, la Patria dei Teatri, e dunque la patria ideale per uno come Goldoni, che fino a quando sarebbe stato a Venezia avrebbe continuato a mettere in scena tantissime commedie, a scrivere come non ci fosse un domani, a realizzare nuovi inestimabili capolavori. I letterati colti e snob l’avrebbero detestato sempre perché lui faceva qualcosa di nuovo, e chi fa qualcosa di nuovo spesso viene osteggiato. Avrebbero scritto articoli contro di lui, avrebbero detto che il suo non era il modo di fare teatro. Ma alla gente semplice, la sua gente, i Veneziani, le sue opere sarebbero sempre piaciute da impazzire alla follia, ed è questo che gli ha permesso di diventare il Colosso che è diventato, un Qualcuno che faceva ciò che amava, e che lo faceva proprio grazie al posto in cui ha scelto di stare.

Ecco, «Una delle ultime sere di Carnovale» parla proprio di questo, del proprio posto in cui stare. E delle mille forme che esso può assumere. Mettendo in scena non macchiette stereotipate, ma persone vere e autentiche e reali. Non solo: persone che per Goldoni facevano parte del suo posto in cui stare, i suoi Veneziani. La lingua stessa adottata dal testo è il veneziano, la stessa ambientazione è squisitamente veneziana, pure il momento che racconta è quello della festa veneziana per eccellenza, e cioè il Carnevale. Ci vuole un pazzeschissimo coraggio da leoni a mettere in scena un’opera di questo tipo, ieri come oggi. C’è il rischio fortissimo che non venga compresa. E non solo per quello che è il dialetto utilizzato, e che tuttalpiù costituisce un limite oggigiorno. Ma proprio per la sua malinconicissima, tragica natura nostalgica. I personaggi saranno allegri, frizzanti, divertenti, spassosi, ilari, ma quello che ci viene raccontato è tutt’altro che leggero e buffo. È anzi molto doloroso. E quando un pubblico, ieri come oggi, si presenta a teatro aspettandosi il solito Goldoni divertente e divertito che gli strizza l’occhiolino e si ritrova invece ad aver a che fare con una riflessione afflitta e sofferente sull’Umano, la delusione può essere dietro l’angolo. Perciò mi sento in dovere di togliermi il cappello e applaudire fragorosamente senza sosta dinanzi all’eroismo audace e lodevolissimo dei nostri amati amatissimi amici del TEATRO STABILE DI TORINO per aver preso la prode decisione intrepida di inaugurare la loro stagione proprio con questa opera qui. Altro che delusione, in questo caso una sorpresa che ci ha lasciati stupefatti dall’estasi! L’applauso però si moltiplica dinanzi alla bellezza sconcertante che toglie il fiato della rappresentazione in sé e per sé, a cui abbiamo potuto assistere presso il magnifico TEATRO CARIGNANO, sempre sublime e splendido e stupendo! Riteniamo sinceramente si tratti di una delle messinscene più incantevoli che potessero essere confezionate, affidata del resto alle sole mani che potessero ricordare a tutti quanti Noi che questo testo vecchio di due secoli e mezzo parla ancora di Noi, anche oggi, dell’Umanità insita in Noi e di cosa significhi stare al Mondo. 

Abbiamo amato tutto di questa eccezionale produzione targata “TEATRO STABILE DI TORINO – TEATRO NAZIONALE, TEATRO DI ROMA – TEATRO NAZIONALE, TSV TEATRO STABILE VENETO – TEATRO NAZIONALE, TEATRO STABILE DI BOLZANO”. Oltre che allo Stabile che a volerla realizzare ha avuto lo stesso tipo di coraggio che ebbe Goldoni nel momento in cui fece la Storia della sua Arte, il merito spetta ovviamente a tutti i meravigliosi e inequiparabili talenti che ci hanno lavorato. A cominciare dal suo regista, un artista che Noi di MERCUZIO AND FRIENDS ammiriamo da immemore tempo e stimiamo infinitamente, il Direttore Artistico del Teatro Stabile di Torino VALERIO BINASCO. Il Maestro Binasco, nell’affacciarsi al Maestro Goldoni, se ne frega della distanza spazio-temporale che li separa, dei secoli e dei chilometri che li dividono, e per mezzo della sua assoluta abilità teatrale riesce nella grandiosa impresa di prendere quella vecchia storia e restituirle una modernità nuova, attuale, che le permetta di poterci parlare ancora oggi. Perché quello che ha scritto Goldoni è di un’attualità eterna ed è destinato a parlarci per sempre, se rappresentato adeguatamente. Senza rinunciare nella sua messinscena a tutta quella che è la tradizione indiscutibilmente veneziana nel segno della quale questo spettacolo è stato scritto, Binasco mette in piedi uno spettacolo che però ci ricorda che Noi Umani siamo sempre Noi. Parleremo anche un’altra lingua, avremo la televisione, saremo incollati costantemente ai nostri cellulari, ma non siamo diversi da quei tipi vissuti in pieno Settecento. Perché Goldoni non ha scritto della sua epoca. Goldoni ha scritto di posti in cui stare e persone con cui rimanere e luoghi ai quali appartenere, e di cosa significhi andarsene e lasciarli.

(Insieme al Maestro VALERIO BINASCO, che il Comitato di Redazione ringrazia calorosamente, in occasione di un’altra sua rappresentazione di diverso tempo addietro)

Si sta celebrando la fine del Carnevale in casa di un venezianissimo commerciante di stoffe, che per l’occasione ha dato una grande grandissima festa alla quale ha invitato così tante persone da aver perso il conto! Non l’avesse mai data, quella festa… Infatti l’occasione di far baldoria e vivere un momento di giubilo diventa ben presto luogo di convegno per solitudini e tristezze e dolori e patimenti diversi. C’è chi è innamorato ma non lo sa dire e non sembra ricambiato, c’è chi litiga costantemente con la persona che dice di amare, c’è chi si ritrova incatenato a vita con qualcuno che non è altro che dolore e sofferenza continui, c’è chi lega a sé chi ama, c’è chi invece decide di farsi imbrigliare da quelle stesse catene di cui sopra e preferisce che le cose stiano così, e c’è chi ama così tanto da non saper lasciare andare la persona che ama. Insomma, si parla di Amore ed eccezion fatta per qualche personaggio, la stragrande maggioranza dei protagonisti di questa triste commedia straordinaria quell’Amore non lo sa gestire né comunicare. E per questo soffre.

L’Amore, si sa, rappresenta da sempre un problema per Noi Umani. Se ci fa così tanto soffrire, perché non ce ne sbarazziamo? A dispetto di dolori e patimenti, Noi Umani continuiamo a imboccare la via dell’Amore, a praticarlo, a sceglierlo. Non se ne riesce comunque a fare a meno, né vogliamo veramente rinunciarvi. Anche se fa soffrire. Non a caso, quasi sempre il nostro tentare di stare in un posto al quale voler appartenere, è un atto d’amore, e che deriva dagli altri. Dal nostro desiderio di stare con loro. Perché i motivi per cui soffriamo e le ragioni per cui patiamo hanno sempre a che fare con delle altre persone. 

Trattasi di una delle sue opere più belle, ma solitamente nelle antologie non figura mai. Di norma quando si parla di Goldoni, si tende a parlare dei suoi mastodontici capolavori e dei suoi successi più noti, ci si concentra sulle sue commedie più ridanciane e gratuite e teatrali, quelle che han goduto dell’appoggio del pubblico naturalmente, che lo han fatto divertire. Questa però non è una di quelle commedie. Si ride, non dico di no, in più di un’occasione, e con vivo gusto. Ma è anche infinitamente, assolutamente, indiscutibilmente triste. Perché quasi tutti i personaggi rappresentati si ritrovano in un posto nel quale non sembra stiano bene. Ma comunque continuano a scegliere di rimanerci. È una idiosincrasia folle, una contraddizione in termini insensata, un’illogica assurdità che però è tipica dell’umano comportamento, e un fine osservatore acutissimo e sagace della natura umana quale il Sior Carlo Goldoni non poteva non comprenderla e volerla descrivere. Per poter dunque rappresentare un testo del genere, così drammaticamente malinconico, senza però per questo rinunciare a farci ridere — come avrebbe voluto lo stesso Carlo — serve un cast attoriale che sia più che di prim’ordine, capace attraverso la sua gestualità ed espressività di dare voce ad un testo così vecchio, in un dialetto così forte e che sia così malinconico. Fortunatamente sul palco quella sera abbiamo potuto applaudire solamente ad attori divini e titanici e smisurati in stato di grazia!

(Insieme a MICHELE DI MAURO e GIORDANA FAGGIANO, che il Comitato di Redazione ringrazia calorosamente)

Abbiamo quel mito assoluto di MICHELE DI MAURO, il commerciante di stoffe che dà la festa e che non vuole altro che divertirsi con le persone a cui sente di appartenere, in quella che è la sua casa, ed essere felice, perché non lo è mai potuto essere troppo, perché ora è molto solo, perché non ha altri che la figlia, che desidera avere accanto a sé per sempre. Abbiamo colei che ne interpreta la figlia, la formidabile e fenomenale MARTA CORTELLAZZO WIEL, che attraverso una performance maestosa incarna quel tipo di Amore che spera di potersi realizzare, che non vuole altro che potersi esprimere, ma che ha paura, che è conscio che Vita e Sentimenti non vanno d’accordo fra di loro, che già sa che le cose andranno male, che sa essere entusiasta nel momento in cui desidera e turbato quando si rende conto che le cose non andranno come desidera. Abbiamo quella leggenda di NATALINO BALASSO, che impersona uno degli invitati, tra i personaggi più belli dell’opera, caoticità e voglia di festeggiare allo stato puro, ma forse quel desiderio di festa nasconde malinconie e sofferenze molto più profonde di quanto si possa pensare. Abbiamo quel grandioso e insieme colossale esempio di attrice che è la splendida GIORDANA FAGGIANO, che si ritrova in un posto al quale non può che appartenere, e da cui non potrà mai scappare, e che non è un luogo, ma la sua stessa testa, il suo carattere, sé stessa. Ed è logorante stare in sé stessa. Abbiamo il di lei tenerissimo marito interpretato da un sorprendentissimo DANIELE MARMI a cui vanno i nostri complimenti, struggente nel diventare questo consorte che è disperato per essere sposato ad una disperazione vivente, ma che a dispetto di questo non vuole che lei cambi, perché con tutte le sue lamentele e tristezze e piagnistei lei rimane comunque il posto in cui lui sceglie di stare. Abbiamo la divina divinissima ORIETTA NOTARI, che impersona una donna che vorrebbe amare chi le dice di amarla, ma che al tempo stesso è terrorizzata dall’idea di rimanerne delusa, di lasciarsi andare e poi scoprire che era tutto un bluff, preoccupata piuttosto che le cose stiano così, che sceglie di rimanere come bloccata in quel posto, in quella relazione in potenza desiderata ma non fattuale. Abbiamo la coppia impersonata da quei due straordinarissimi attori che sono CRISTINA PARKU e IVAN ZERBINATI, i quali litigano tutto il tempo e si prendono a male parole, ma che comunque non saprebbero vivere l’uno senza l’altra, al punto che però non stanno mai in un luogo senza che ci sia l’altro. Abbiamo poi una coppia di personaggi che ha saputo conquistarci il cuore, i soli che parrebbero non soffrire per via del loro amore, al netto dei difetti che possono avere come ad esempio la loro eccessiva ilarità e voglia di giocherellare, ma che ci fanno innamorare delle loro prese in giro, dei loro scherzoni, del loro essere uno spasso vivente che si sa divertire davvero. In quella masnada di disperati che festeggia senza avere motivo di farlo, quei due festaioli scriteriati sono i soli che forse festeggiano per davvero. Un applauso ai due brillantissimi attori stratosferici che hanno saputo conquistarci in quel modo: ELISABETTA MAZZULLO e NICOLA PANNELLI!!! Un posto speciale nel cuore è riservato anche ai tre servitori, uno più bello e simpatico e divertente dell’altro: MAURO BERNARDI, ANDREAPIETRO ANSELMI e il carissimo ARON TEWELDE, stimatissimo amico di M&F.

(Insieme a ARON TEWELDE, che il Comitato di Redazione ringrazia calorosamente)

Esistono tanti modi diversi di stare in un posto, sapete? Esistono tanti posti diversi in cui stare, se per questo. La nostra tristezza (si può chiamare anche depressione) è uno di questi posti, ad esempio. Una relazione, fattuale o solo desiderata, può essere un posto nel quale ci ritroviamo a stare, al netto del fatto che ci faccia sentire bene starci oppure no. E poi sì, il luogo nel quale abitiamo è ovviamente uno di questi posti. Non è detto che ci faccia star bene stare in questi posti, che ci renda felici. Come detto, quasi tutti i personaggi rappresentati in quest’opera sono persone infelici che scelgono però di rimanere nel posto in cui si trovano, di starci, nonostante la loro infelicità. Vi è un solo personaggio, ancora non nominato, che prende invece la decisione di andarsene: Sior Anzoletto, interpretato da un veramente ottimo MATTEO CREMON. Disegnatore di pizzi, lui è l’uomo che la figlia del commerciante di stoffe ama, quello con cui vorrebbe stare. E anche lui vorrebbe stare con lei, lui che tutta la vita sua ha passato a Venezia. Ma ha ricevuto una proposta che lo porterebbe lontano da lì. E lui vuole accettarla, a dispetto di tutto. Quella è la sera in cui lo avrebbe annunciato.

(Insieme a MARTA CORTELLAZZO WIEL, che il Comitato di Redazione ringrazia calorosamente)

«Una delle ultime sere di Carnovale» fu l’ultimo meraviglioso regalo che Goldoni fece a Venezia, ai suoi Veneziani e a sé stesso. Fu la sua ultima sera. Nella storia di Anzoletto, vi è in realtà la sua. Goldoni non racconta di commercianti di stoffe o disegnatori di pizzi, racconta in realtà di sé stesso. Anzoletto è Goldoni, e Goldoni è Anzoletto. Goldoni stesso, proprio come Anzoletto che in quanto disegnatore di pizzi dice dagli stracci di essere passato ai tessuti, passò dai canovacci con protagonisti Arlecchino e Brighella a vere opere teatrali scritte, anche lui è un artista del ricamo più raffinato. La storia di Anzoletto convinto ad andare nella remota Moscovia (la Russia) è quella di Goldoni, che lascia Venezia perché — in quanto affermatissimo commediografo eminente, il più grande e importante autore teatrale italiano dell’epoca — ha ricevuto dalla Comédie Italienne a Parigi la richiesta di recarsi a lavorare lì. Non a caso è una vecchia signora francese tutta fru fru e smancerie che si chiama Madame Gatteau, disegnatrice anche lei, che vuole portarsi Anzoletto in Russia. Personaggio squisito interpretato nell’opera da quel vulcanico vulcano d’attrice che è stata l’impressionantissima MILVIA MARIGLIANO, una delle ragioni per cui non ci scorderemo mai più di quella serata. Faranno a Goldoni una generosissima offerta. Lui accetta e si trasferisce a Parigi, non senza qualche timore che le sue commedie possano non essere accettate in Francia. Lo stesso timore che nutre nel cuore Anzoletto, che teme che i suoi ricami in Russia possano non piacere. Magari in Moscovia apprezzano solo gli stracci e non i tessuti, così come in Francia dimostreranno di saper apprezzare i canovacci che Goldoni scriveva agli inizi anziché le opere che lo resero il più grande e importante autore teatrale italiano del momento. A Parigi vogliono che lui faccia Colombina e Pantalone, non quell’altra roba là che era il suo teatro! Goldoni tenta di contrattare, di mettere in scena le sue commedie, ma quelle non interessano a nessuno, i Parigini vogliono gli Italiani delle maschere e del mandolino. Per uno scrittore che ha maturato tutta una riforma convintissimo delle sue scelte, dover tornare trenta anni indietro nel tempo perché Parigi vuole così, vuole le maschere, è quanto di più orrido possa esserci. Goldoni trascorrerà il resto dei suoi giorni a scrivere per i Francesi i vecchi canovacci, cosa che lui odiava enormemente, rinunciando al suo dialetto e al suo stile e ai suoi personaggi. E al suo teatro, quella che era stata casa sua. E che aveva potuto fare solamente quand’era davvero a casa sua. Nel suo posto in cui stare.

(Insieme a NATALINO BALASSO, che il Comitato di Redazione ringrazia calorosamente)

Ogni volta che Anzoletto parla, è in realtà Goldoni che ci racconta cosa per lui sia il Teatro e cosa abbia significato vivere così tanto tempo nel posto in cui sentiva di dover e voler stare, Venezia. Nel momento in cui accettò l’offerta francese, Goldoni sceglie di accomiatarsi dalla sua amata città e i suoi abitanti attraverso quest’opera qui, che nel lodare la sua casa vuole essere un elogio sentito e malinconico nei riguardi di tutti quei posti che ognuno di Noi, anche chi non ha mai scritto per il Teatro o non è mai stato a Venezia, ha potuto chiamare “casa”. A Parigi Carlo ci starà per oltre trent’anni. Verso il tramonto della vita arriverà pure la Rivoluzione Francese a sconvolgergli l’esistenza e inasprirgliela. Perde infatti qualsiasi sussidio, e sbarca il lunario facendo l’insegnante di italiano presso la Corte del Re di Francia, cosa che gli garantisce una lauta pensione. Ben lontano dal palcoscenico. A dispetto però di nobili teste tagliate e scontri terrificanti, sono tanti gli autori del tempo che vanno a trovarlo per rendergli onore e omaggio. Fra questi un trentacinquenne Vittorio Alfieri nel 1784, che all’interno della sua celeberrima autobiografia («Vita scritta da esso», che adorabile egocentrico che era il buon Vittorio!) ripercorre quell’incontro descrivendo il Maestro con un’espressione iconica passata alla Storia: «un buon vecchietto». Lo descrive ingolfato nel suo lavoro, nel mentre che scrive le sue memorie, non più teatro, mai più teatro, e ne parla come di un caro vecchietto, lasciandoci di lui un’immagine incredibilmente tenera  e commovente ma anche tragica e malinconica. Quello era pur sempre il più grande autore teatrale italiano dell’epoca, e invece si ritrovava lì, da decenni in una città che non era veramente sua, senza poter mai più fare quello che aveva amato di più. Un finale, il suo, dei più malinconici possibili. Molto diverso da quelli che era solito regalarci nelle sue opere teatrali. Non avrebbe mai più rivisto Venezia.

(Insieme a ORIETTA NOTARI, che il Comitato di Redazione ringrazia calorosamente)

Mi son sempre chiesto, quasi arrivando a tormentarmi, perché Goldoni avesse scelto di lasciare Venezia. E non l’ho mai capito. Ma a volte nella vita facciamo delle scelte che noi stessi non sappiamo comprendere. E che ci portano lontani da quei posti nei quali saremmo sempre dovuti stare. E così, per quanto tossico possa sembrare passare il resto della propria vita in una relazione fatta di litigi e incomprensioni e attaccamento fortissimo oppure rimanere accanto ad una persona che non fa altro che lagnarsi e soffrire, è la sola scelta possibile restare in quel posto. Il solo modo che conosciamo di vivere, la sola maniera in cui vorremo vivere. Si parla di Amore in quest’opera, ma l’Amore non è solo sogni che diventano realtà o romanticismo sfrenato. È sofferenza, patimento, dolore. È tossicume, è tristezza. È decidere di rimanere a Venezia anche se Parigi ti offre montagne di soldi a palate per accoglierti nel suo abbraccio. Scegliere di rimanerci anche se intanto arriva la marea a portarsi via tutto: vorrà dire che si porterà via anche Te, Te che a Venezia ci sei rimasto. Che avresti voluto rimanerci. E invece te ne sei andato. Ma per quanto lontano, non te ne andrai mai via per davvero. Così quell’icona impareggiabile che è il Teatro Stabile decide di iniziare il suo anno, partendo dalla fine. La fine di Goldoni e della sua parabola artistica e umana. Ma non è una fine, perché quando si è amato così tanto stare in un posto, quel posto non ci lascerà mai veramente. Anche quando ce ne andremo.

Perché in ultima analisi i posti in cui stiamo sono le altre persone. I luoghi che scegliamo di abitare sono tali perché ci sono le altre persone. Perché ognuno di Noi può sapere cosa significa stare nel posto in cui stare nel momento in cui sta con chi ha amato. C’è chi dice che amare significa lasciar andare. Ma forse perché chi ama davvero, non lascia andare mai nessuno veramente, anche quando se ne va. 

Per me Goldoni non è mai andato via dalla sua Venezia, che è sempre stata sua. E questo perché c’erano i suoi Veneziani, loro erano il suo posto in cui stare, loro che anche quando lo hanno lasciato andare via perché lo amavano, a dire il vero lo han sempre tenuto lì. Lì, dove era la sua casa.

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