Non c’è un solo mondo possibile

DI ANDREA CORDERO

Che immagine lascio di me al mondo? Il mio progetto è davvero riconoscibile? Qualcuno saprà coglierne il significato profondo?

Parole come branding, logo e identità, oggi più che mai risuonano con forza all’interno delle nostre realtà progettuali. Non è un caso che venga affidata ai grafici la responsabilità di prendersi cura dell’immagine di progetti, aziende o associazioni. Ai professionisti del segno non solo si chiede di rendere visibili le nostre idee, ma anche comprensibili e coerenti.
Il mare di simboli generati nella contemporaneità è di fatto la dimostrazione dell’evoluzione della nostra civiltà. Generiamo infiniti strati di interpretazioni e le affidiamo a segni, immagini, loghi e grafiche che nella rete quotidiana celano sempre il rischio di vanificarsi o di passare inosservate, o peggio, di essere fraintese.

In questo scenario saturo, i simboli oggi hanno ancora un senso o hanno perso parte della loro carica narrativa?

Come spesso accade quando le cose ci sembrano poco chiare, è sufficiente tornare alla loro origine per comprenderne i significati più essenziali. Riavvolgendo il nastro del tempo prima della scrittura e delle immagini, ci accorgiamo che il simbolo aveva un utilizzo pratico e meno teorico. Già in Mesopotamia indicava un possesso o l’appartenenza di una merce, ma è nella Grecia Antica che ne intuiamo l’utilizzo più radicale.

Il symbolon era infatti un sigillo di garanzia: due individui, due famiglie o anche due città spezzavano una tessera, spesso di terracotta, e ne conservavano ciascuna una delle due metà a conclusione di un accordo o di un’alleanza. Solo il perfetto combaciare delle due parti della tessera provava l’esistenza del patto stabilito. 

Il simbolo implica così una parte mancante e invisibile, evoca un qualcosa di altro. Da qui l’etimologia dal tema del verbo συμβάλλω: unire, mettere insieme, ricongiungere. Contrario semantico di διαβάλλειν (separare, da cui deriva la parola diavolo), il simbolo sottintende un qualche altro significato non immediatamente visibile che ci porta a fare delle connessioni per identificarlo. In questo risiede la potenza simbolica: un segno materialmente concreto, ma che nasconde un significato intuibile nel momento in cui lo si osserva.

(Erich Fromm)

Oggi ci muoviamo all’interno di un oceano illimitato di significati. Insegne, locandine, pubblicità, loghi: ogni elemento visibile sembra portare con sé uno o più messaggi sottintesi. Siamo costantemente stimolati ad annettere ad ogni singola realtà visibile uno o più messaggi. In un reticolo stratificato di interpretazioni e rimandi, è Erich Fromm, filosofo e psicologo tedesco, tra i più autorevoli studiosi della simbologia del Novecento, a riportarci al significato originario dei simboli. In una ricostruzione geografica del linguaggio simbolico, Fromm ci restituisce una mappa, uno strumento di interpretazione per non perdere la rotta in un mare di significati.

Fromm ci mostra come alcuni simboli trascendano le culture e le epoche, configurandosi come elementi universali capaci di parlare all’umanità nella sua interezza. Figure come il serpente, la madre, l’albero, il labirinto, il fiore sono archetipi profondi delle radici dell’umanità. Questi simboli costituiscono un linguaggio universale. Si configurano come strutture di senso che precedono la parola e la razionalizzazione. Sono matrici simboliche, archetipi che continuano ad agire nel nostro immaginario, anche quando non ne siamo pienamente consapevoli, influenzando il modo in cui interpretiamo il mondo e costruiamo significato.

Ci sono poi i simboli convenzionali, che derivano da un accordo che si stabilisce all’interno di un gruppo, come un popolo, un clan, una squadra o un club. Non c’è nessuna indicazione che ne spieghi il senso, proprio perché quel simbolo è frutto di un accordo condiviso da una collettività delimitata.
Ad esempio, con il verde del semaforo si può passare. Il cartellino giallo del calcio indica un’ammonizione. Il cartello triangolare implica di dare la precedenza.

(I loghi aziendali ambiscono a diventare convenzionali, rappresentando una comunità)

Esiste infine una categoria più intima, quella dei simboli accidentali. Essi appartengono all’individuo e sono generati dalla sua interiorità. Sono simboli che si connettono con delle particolari memorie interne: siamo noi ad attribuire a quel determinato segno un particolare valore emotivo. Ogni esperienza che assimiliamo, infatti, entra in noi filtrata dagli stati d’animo e dalle emozioni che l’hanno accompagnata. Per questo il simbolo accidentale è il risultato diretto del pensiero umano: non nasce per essere universale né convenzionale, ma per dare una forma a un’esperienza interiore.

È il linguaggio dei poeti. Possono condividerne il significato solamente spiegandolo. Oppure può essere indagato e interpretato dalle altre persone, attribuendo a quei simboli accidentali altri significati personali, a seconda dell’emotività e della sensibilità di ogni individuo.
Con una ricerca che si muove dal generale al particolare, Fromm sottolinea come i simboli, garanti delle connessioni del pensiero dell’essere umano, giochino un ruolo fondamentale non solo per la sopravvivenza delle comunità, ma anche per la preservazione delle nostre individualità. I simboli ci uniscono nei momenti di crisi, infondono forza e coraggio nei conflitti, rendono possibili gesti di cura e di solidarietà. Sono dispositivi di coesione e di senso: mantengono i legami, li rendono visibili, li rafforzano nel tempo. In mancanza di simboli condivisi le comunità si frammentano.

(I tatuaggi, simboli intimi che in passato hanno aggregato comunità)

Ma è altrettanto vera e reale la conoscenza intuitiva dei simboli, che ci stimolano a una visione più ampia e contemporaneamente ad un rapporto più intimo con la simbologia. Tutto quel che ci circonda può portare con sé un pensiero o un significato più sottile. Ogni cosa può nascondere un messaggio, o contribuire alla creazione di uno nuovo. Ogni cosa concorre a preservare dei simboli interiori, senza i quali l’individuo perde il proprio punto di riferimento, la bussola della propria identità.
I simboli ci chiedono di interpretare e di mettere insieme le cose, ci educano al fatto che non c’è un solo mondo possibile.

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