Mare fuori – Una parabola discendente

DI GABRIELE DE BENEDETTI

“La storia dei ragazzi detenuti all’IPM di Napoli, partita benissimo, sembra peggiorare di stagione in stagione a causa di assurde scelte di regia e sceneggiatura”

Chi non conosce Mare Fuori? La fiction targata Rai ideata da Cristiana Farina negli ultimi anni è diventata una delle serie italiane più seguite e discusse per via dell’argomento trattato: un gruppo di ragazzi rinchiusi in un carcere minorile a picco sul mare, i cui sogni e  speranze si scontrano con un mondo violento e corrotto dalla criminalità organizzata. Ed è proprio l’unione mafia + gioventù il vero motore della serie e il motivo per cui è così apprezzata, soprattutto dai minorenni, poiché da questa specifica coesione possono nascere storie anche molto interessanti e articolate, in cui il male non è sempre facilmente riconoscibile e dove spesso il lato emotivo prende il sopravvento su quello più pragmatico. Aiuta anche il fatto che la serie contenga perlopiù dialoghi in dialetto napoletano, che contribuiscono a darle una propria identità e a farla emergere dalle altre (innumerevoli) fiction Rai. 

Come molti ben sanno però, alla base di una buona storia ci deve essere un’altrettanto buona coerenza narrativa, che nel caso di Mare Fuori inizia a scricchiolare già a partire dalla seconda stagione. Alcuni personaggi cominciano ad agire in modo totalmente illogico, andando contro quanto detto o fatto in precedenza e la cosa sembra peggiorare di stagione in stagione. La quarta e per ora ultima stagione della serie ne è l’esempio peggiore. Senza fare spoiler, una grossa parte del cast comincia ad agire in modo totalmente illogico, di fatto annullando qualsiasi tipo di sviluppo possa aver avuto nei precedenti episodi. Emblematico poi il finale di stagione, dove vengono meno tutti gli ideali che la fiction si propone di promulgare in nome di un “finale alternativo” becero e sconclusionato. La colpa è sicuramente da attribuire alla sceneggiatura, che massacra i propri personaggi e li fa agire con il solo scopo di imbastire le basi per una quinta (e si spera) ultima stagione. 

Ci sono poi accenni e strizzate d’occhio alla prima stagione, ma non sono sufficienti a migliorare un prodotto ormai in caduta libera, che sembra non aver più niente da dire, sorretto unicamente dalle interpretazioni sempre di buon livello di Massimiliano Caiazzo, Matteo Paolillo e Maria Esposito.

Certo è che la serie non tornerà più ai fasti delle prime puntate, che riuscivano magistralmente a coniugare il clima di tensione dato dal carcere con quella travolgente tempesta emotiva che solo i giovani hanno dentro. 

Non resta che attendere la prossima stagione e sperare che venga corretto il tiro, perché non è sufficiente voler fare gli alternativi per creare un buon prodotto. Magari potrebbero anche essere riviste le scelte degli abiti da sposa nella serie, ma non sono uno stilista e l’argomento non mi compete. 

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