DI ANTONIO MARIA PIROZZI
Raga, che vi devo dire, è Richard Benson.
“Un pollo!”, “Ti devi spaventare!”, “Che frega a me di Sanremo?” Mi sento quasi in colpa nel citare le frasi del Grande Maestro della chitarra elettrica come se il mio lettore non le conoscesse.
Il documentario è figo, vedetelo.
Lo proiettano poco, quindi tenete occhi e orecchie aperte.
Di solito costa pure poco, tipo 5 euro.
Ridi, piangi e soffri col regista.
C’è pure Cruciani della Zanzara.
Ammetto di esserne uscito confuso.
E lo sono ancora adesso.
Quasi quasi mi sembra più di scrivere una poesia di Pamela che un articolo:
Etereo
Quel documentario
Confusa
Quella visione
Da essere estraneo
All’ammasso di immagini
Che percuote.
Quel documentario
Rivedrei con piacere.
(Vi lascio la poesia originale per non farmi menare in redazione: https://mercuzioandfriends.it/estraneo/).
Ma tornando al documentario, la motivazione per cui sono così confuso dalla visione è che non so più come guardare il personaggio di Richard Benson, per come è stato raccontato.
I problemi economici che lo hanno colpito nell’ultimo periodo della sua vita, più o meno li conoscono tutti. Ripasso veloce: al verde e depresso. Un pazzo. Un solitario? Di sicuro una persona che ha avuto difficoltà a comprendere come quantificare il denaro, problema che riguarda anche altri artisti, come Gino Paoli, che ha raccontato questo suo aspetto in una puntata di “Tintoria” condotta da Tinti e Rapone.
Ad ogni modo, povero sì ma solo mai, perché la sua compagna di vita Ester Esposito non lo ha mai abbandonato, rimanendogli vicino fino all’ultimo. Ben fatto.

Un bravo chitarrista? Secondo me, no. O non lo so… ecco un difetto forse del documentario è che si vedono pochi momenti in cui Benson ha modo di suonare la chitarra. La domanda è: “Suonava poco o non li hanno montati per scelta quegli eventuali frammenti?”
Spotify ha qualcosa da offrire, lascio a voi decidere se è un sì o un no.
Come persona sembrava un bel soggetto, piacevole e gentile, anche se non si capisce bene cosa sia successo a ’sto poraccio a metà vita, che casca/si butta/viene spinto giù da un ponte di Roma e, sopravvissuto all’incidente, diventa un po’ più Benson di prima. Forse qui, ecco, magari il film avrebbe dovuto investigare più in profondità… non saprei cosa dire.
Per quanto riguarda gli spettacoli dove si fa tirare la roba addosso, che sono presenti nel documentario in diversi momenti, ho visto in lui una sorta di espressionista corporale, dove è lui la tela per una platea di Pollock amante del metal.
Non so se si è capito che questo articolo non lo volevo scrivere, ma mi sono sentito in dovere di scriverlo perché sono stato l’unico di “Mercuzio and Friends” ad essere arrivato in tempo per acquistare un biglietto nel Cinema Baretti di Torino.
Sono contento di quello che ho visto? Sì. Lo rivedrei? Volentieri, nel caso voleste organizzare con me, trovate un’email di riferimento nella mia bio del sito.
Il fatto è che la mia testa non riesce a capire se questo maledetto documentario, chiaro, preciso, e cronologicamente ben leggibile sia uno scherzo, un’operazione seria o il tentativo di inserire un chitarrista incapace tra gli artisti del “Eh ma in vita non lo hanno capito, lui era un genio! Lo apprezzano solo ora che è morto!” anche se non se lo merita.
Quindi niente raga, sono contento che la storia di Richard Benson sia stata raccontata, il regista Maurizio Scarcella ha fatto un ottimo lavoro.
Purtroppo non è facilissimo intercettare una sala che lo proietti, il sito per scoprirlo in anticipo è questo: https://www.bensonilfilm.it/
E niente.
Vedetelo, scrivete pure all’email della mia bio cosa ne pensate voi perché, come dicevo, non volevo scrivere l’articolo perché non sapevo se parlarne male o bene, e quindi alla fine ho deciso di parlarne a caso solo perché mi sembrava un peccato non farlo.
Buona visione e, nel caso, ci sentiamo via email.
Arvëddse!


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