Il segreto degli angeli (Camilla Läckberg)

DI ELODIE VUILLERMIN

Se i primi libri vi sono sembrati difficili da digerire, lasciandovi quel retrogusto amaro una volta scoperta la verità, non avete ancora visto niente. Questo è un tale schiaffo alla vostra anima che in confronto le storie precedenti sembreranno una carezza.

Una coppia di coniugi, il cui figlio è perito in un incendio, si trasferisce a Valö per ricominciare. La loro casa viene bruciata e si sospetta un’origine dolosa. Inoltre sembra che la moglie riceva ogni anno, sin da quando era piccola, dei biglietti per il compleanno. Non si sa il mittente, se non che si firma con il nome “G”. La donna, Ebba, è protagonista di un altro grande mistero avvenuto nel 1974, quando tutta la sua famiglia, gli Elvander, scomparve in circostanze ignote. Il vecchio caso viene riaperto quando viene ritrovato del sangue secco sotto il pavimento e si scopre che c’erano discordie tra i membri della famiglia.

Erica porta la sua natura impicciona e indagatrice a un livello superiore. Stringe un accordo segreto con Gösta, a cui promette di fornire materiale utile per le indagini senza dover rispettare i noiosi e controproducenti protocolli. E anche Annika si aggiunge all’accordo. L’unica regola: Patrik non deve saperlo. Da quando Erica ha rischiato grosso in seguito agli eventi di Gråskär, lui vorrebbe che fosse coinvolta il meno possibile nelle indagini. Ma è impossibile trattenerla ed è innegabile la sua abilità.

La figura di una scrittrice come protagonista è vincente. Ha un carattere analitico e razionale, anche se in alcune occasioni si lascia sopraffare dall’istinto. Osserva le persone con gli occhi dell’anima, sa indagare la loro psicologia e può cogliere quella sfumatura nella voce o quell’espressione facciale che fa la differenza nella risoluzione del mistero. E anche questo corpo di polizia, con Patrik e la sua banda, non è come tutti gli altri: con la giusta dose di serietà e umorismo ha l’incarico importante di ricostruire la storia delle vittime, di ridare loro una dignità affinché qualcuno possa ricordarle e piangerle.

Intanto Anna sta guarendo, ha cominciato a riavvicinarsi a Erica. Ma resta impressa nel cuore la consapevolezza di aver sepolto un bambino su cui aveva fatto tanti pensieri e che non potrà vedere crescere. Sa che è irrazionale, ma non riesce a perdonare Dan per non averla protetta da quella sciagura. Dava per scontato che lui le avrebbe garantito la felicità di cui aveva bisogno, come aveva promesso nel quarto libro quando l’ha portata fuori dalle tenebre. Per questo fatica a riavvicinarsi a Dan: sa di essere dipesa troppo da lui. Si è sempre appoggiata ad altri, nel bene o nel male. Solo imparando a cavarsela da sola e non dipendendo da nessuno ritroverà la serenità con il suo compagno.

Come se non avessimo avuto abbastanza ingiustizie tra questo e il libro precedente, la moglie di Martin ha preso il cancro e lui non riesce ad affrontare la cosa. Il pensiero che la sua compagna, da cui ha avuto la piccola Tuva, possa lasciarlo è devastante. Cosa ancora più frustrante, lui è troppo sensibile e pensa subito al peggio mentre lei è determinata a combattere, quando dovrebbe essere il contrario.

In questa storia l’autrice approfondisce ulteriormente la figura di Gösta, elevandolo a protagonista di un’interessante trama secondaria connessa alla principale. Egli è più coinvolto del solito nell’indagine, soprattutto perché ha ospitato la piccola Ebba a casa sua, riservandole l’affetto che non ha potuto dare al suo vero figlio, morto tanti anni fa.

Visto che l’abbiamo nominata, passiamo ora a Ebba e al suo compagno Mårten. I due in teoria sono marito e moglie, ma entrambi sentono che il loro rapporto è finito ormai da tempo. Tutto quello che condividono è una compagnia fatta di silenzi, rabbia celata, rassegnazione e sensi di colpa. Sono vicini eppure distanti ed Ebba fa di tutto per aumentare questo vuoto tra di loro, mentre lui vorrebbe ridurlo. Oltretutto intorno al cognome di Ebba ruota una storia tristemente famosa, che pianta solide radici nel passato: la sparizione di un nucleo familiare, di cui Ebba è l’unica sopravvissuta. Una storia che ha fatto scalpore, che cela in sé conflitti familiari e maltrattamenti.

A ciò si intreccia una presunta maledizione ereditaria, che contribuisce a rendere ancora più grottesco il quadro generale. È un destino che collega più donne, dal 1908 al 1974. Helga, un’assassina di bambini. Dagmar, una ragazza madre psicopatica e ossessionata dall’uomo che ha amato. Laura, con manie di controllo e perfezione esagerate. Inez, sottomessa al volere della madre e prigioniera della vita che lei le ha imposto. E infine Ebba, ultimo anello della catena.

Legati alla storia di Ebba e degli Elvander ci sono poi cinque ragazzi, ormai diventati uomini. Tutti loro hanno qualcosa per cui sacrificarsi, colpe da scontare, vergogne che si sono appiccicate a loro come una seconda pelle. Hanno provato a far tacere quelle colpe con donazioni di denaro e conducendo vite separate. Ma non possono scappare per sempre. Bisogna prendersi le responsabilità delle proprie azioni, prima o poi. Molti di loro non lo accettano e cercano solo di gettare il passato nel dimenticatoio. Come Josef, che insiste a perpetuare la memoria del male che il suo popolo (gli ebrei) ha subito, eppure vuole dimenticare a tutti i costi la memoria di quello che gli è successo nel 1974. O come Percy, che maschera le sue insicurezze e debolezze dietro il denaro, quello stesso denaro che ormai si sta esaurendo. Poi ci sono quelli più consapevoli delle loro azioni e pronti a rimediare anche a costo della vita, come Leon. Quella dei cinque ragazzi di Valö è una sottotrama saldamente connessa a quella principale, affascinante nella sua tragicità.

La storia si fa più seria. Come nel quinto libro, la Läckberg si prende un attimo per soffermarsi sulla politica e sul discorso degli immigrati in Svezia, visti come una minaccia che ruba i soldi e i posti di lavoro alla gente onesta. E a proposito di politica e scontri di ideologie: torna il giornalista Kjell, il figlio di Frans (anche lui dal quinto libro), sempre in lotta contro coloro che ripudiano gli immigrati e istigano odio nei loro confronti basandosi su meri pregiudizi. Lo vediamo in crisi con la seconda moglie, che pretende di essere l’unica che si merita i figli. Scorgiamo un lato tenero di lui quando tenta di mantenersi in buoni rapporti con la prima moglie, uscita dal tunnel dell’alcolismo grazie a Frans. E torna lo scambio di informazioni tra lui ed Erica, la loro seconda collaborazione dopo quella stipulata nel quinto libro.

Le situazioni si fanno sempre più intriganti man mano che si prosegue la lettura. La trama torna a essere avvincente, come nei libri precedenti: è segno che la Läckberg si è ripresa. Torna la sua grande capacità di ricostruire la storia passata rendendola credibile. Ha saputo perfino inserire, in una trama fittizia, figure storiche come Hermann Göring, luogotenente di Hitler, senza che il tutto risultasse artefatto. Devo dirlo, un bel sospiro di sollievo dopo quella mezza delusione che è stato Il guardiano del faro.

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