AL CIRCO

DI CHRISTIAN PAROLIN

Circo Madagascar, Parco della Pellerina, Torino, primo di trentasei spettacoli. 

Biglietto costoso, divorziata, due bambini maschi che adorano i leoni e le giraffe. 

Primo pomeriggio, i figli non hanno voluto mangiare, tanto erano agitati, così ha digiunato pure lei. Quarantacinque minuti di macchina da Savonera, i bambini si picchiano, uno morde l’orecchio, l’altro tira i capelli. 

Lei gestisce il reparto bambini in una biblioteca. Ha più volte pensato di stringere le mani intorno al collo di qualcuno di loro.

Siamo sotto il tendone, lo spettacolo inizierà fra poco più di mezz’ora e c’è un pagliaccio che gira per gli spalti con un pappagallo sulla spalla. Senza che tu dica alcunché, ti si avvicina e ti poggia il pennuto sulla testa, gli fa dire quattro parole e un bagliore ti acceca. Il fotografo ti prende in contropiede e ti sbatte la fotocamera davanti al viso dicendoti quanto sei fotogenica. Tu gli dici che è vero. Però!, quel blocchetto per la fattura che spunta dal cinturino del fotografo. Dieci euro o cinque senza fattura, la foto la potrai ritirare all’ingresso, accanto alla bancarella dei bomboloni fritti ripieni. Tu vorresti strappargli la macchina fotografica dalle mani e gettarla nel recinto dove verrà calpestata dagli elefanti. Ti sforzi di rifiutare, il fotografo ti dice che ormai l’ha fatta, che il rullino costa e che avresti dovuto dirglielo prima. È un ragazzino pieno di brufoli, con i peli contati sul mento e dei baffi immaturi che sembrano i tuoi prima di depilarti. Porta gli occhiali e un collare di gesso che emana odore di vestiti umidi. Il pagliaccio ti strappa il pappagallo dalla testa, l’uccello si era aggrappato al cuoio capelluto con le zampe; senti un male d’inferno e hai la sensazione che ti vadano a fuoco i capelli e vorresti davvero ucciderli, il pagliaccio, il fotografo, il pappagallo e i tuoi figli, che adesso ridono perché il pappagallo ha fatto i suoi bisogni.

Spieghiamoci: è stato un incidente, come si ripete lei, ma la fecondazione non può essere un incidente; forse il malfunzionamento del contraccettivo. Lei e quell’uomo però l’hanno evitato ed era stata una sua idea, in quel momento non le andava, seguiva l’istinto e quel pomeriggio l’istinto le diceva così, e lei aveva creduto fosse la voce del subconscio, aveva sempre voluto diventare mamma e forse quello era il momento giusto; anche perché aveva già ventinove anni, nove anni di risparmi e nove ceri accesi alla Beata Vergine Consolata, e dunque perché adesso pensava di non aver mai voluto dei figli quando in quel momento pensava che fosse arrivato il momento di realizzare quel grande desiderio che pensava di aver sempre avuto?

Immagina di essere sessualmente inattiva da sette anni. Sei la prima di una fila che aspetta da un’ora di comprare il biglietto per prendersi il posto nel primo anello e scopri che devi sborsare centocinque euro. Chiedi quelli da venticinque, ma i tuoi figli vogliono stare davanti, si mettono a gridare, il gemello con gli occhi più chiari ti tira un calcio nello stinco, tu trattieni grida, lacrime e schiaffo, mentre da sotto le scale ti chiedono gentilmente di sbrigarti. L’altro gemello ti suggerisce di usare il bancomat, ma la ragazzina dietro al vetro dice che i bancomat sono fuori uso da tre giorni in tutta la nazione. Tu rispondi che lo sapevi già, adotti una modalità aggressiva anche se tuo malgrado, e prendi i biglietti per il terzo anello, da quindici euro l’uno, solo per fare un dispetto ai bambini. Quello che ti ha tirato un calcio dice un sacco di parolacce e corre via. Tu vorresti gridare di gioia ma corre verso la strada e tutti lo guardano e guardano te, e perciò ti senti in obbligo di andare a riprenderlo. Afferri l’altro bambino per il polso e lo trascini verso suo fratello. È arrivato fino alla banchina, un taxi già suonava il clacson. Prendi tuo figlio per il codino, ti sforzi di inginocchiarti per abbracciarlo e dirgli di non farlo più. Ti scendono delle lacrime, ma hanno il sapore dell’acqua dei rubinetti nei bagni pubblici. Torni verso il tendone e un ragazzo ti viene incontro. Ha i capelli lunghi e le labbra rosse e carnose. È di media statura, ti colpiscono i suoi pantaloni verdi con degli strappi sulle ginocchia. Ti saluta e dice che ti ha vista in fila, ha visto i bambini – che ora guarda sorridendo– e ti porge tre biglietti fluorescenti. Sono quelli per il primo anello. Ti mostra il suo e dice che dovete entrare se volete assistere al numero di apertura.

La rabbia monta perché i figli ridono degli escrementi di pappagallo che ha tra i capelli. Il ragazzo si sforza invano di rimanere indifferente. Le porge un pacchetto di fazzoletti, lei lo prende e torna fuori. Chiede alla guardia dove sono i bagni e lui, impegnato a contrassegnare i biglietti, fa un cenno alle sue spalle. Lei vede una roulotte rialzata con un cartello appeso. Sono strettissimi, le tazze minuscole, niente sapone e carta igienica, e c’è un solo specchio. Ha dei filamenti bianchi tra i capelli; bagna i fazzoletti e si pulisce. La tentazione di annusarli è irresistibile. Ricorda di avere un campioncino di J’adore in borsa. Dentro, i bambini parlano con il ragazzo e lui sembra ascoltarli. Si chiede se sarebbe un buon padre per loro, ma ha vent’anni e ha lo zaino da studente. Il ragazzo le indica l’arena, lo spettacolo sta per iniziare.

Come hai potuto scordare cibo e acqua? Adesso ti tocca uscire, a venti minuti dall’inizio, per comprare popcorn, mele caramellate, pizza fritta e Coca-Cola. Ma hai finito i soldi, ed è quello che dici ai bambini. Loro se ne fregano ed è tutta colpa tua perché a casa hai cracker, banane e bottigliette d’acqua da mezzo litro, e si mettono a fare i capricci e ad alzare la voce. Alcuni spettatori si lamentano.

Il ragazzo dice che provvederà; li prende e li porta fuori. Ti senti svilita.

Spera che tornino presto – ci mettono un sacco.

Il ragazzo non la corteggia. Lei si chiede se sia brutta, grassa, se sia colpa dell’odore di J’adore mischiato a quello di pappagallo. Almeno i bambini sono zitti.

Allora è lei che ci prova. Gli si avvicina all’orecchio e urla per sovrastare la musica. Lui le rifila qualche battuta e le fa capire che vorrebbe godersi lo spettacolo. Lei allora si chiede per quale motivo abbia comprato i biglietti più costosi per lei e i suoi figli… Chi lo conosce?

C’è una pausa. Il ragazzo va in bagno. Pure i tuoi figli devono andarci. Chiedi al ragazzo se può accompagnarli. Lui dice di sì. Sola, valuti l’ipotesi di andartene. I bambini hanno lasciato i giubbotti e i cappellini sui sedili e tutti penserebbero che li abbandoni. Ma che importa, se te ne andrai lontano? 

Il problema è che le colpe non sono escrementi di pappagallo.

Il ragazzo torna e purtroppo ci sono anche i tuoi figli. Lo spettacolo riprende.

Adesso ci sono gli animali. I bambini si aggrappano alle balaustre, gridano al domatore di abbassare la gabbia, si picchiano l’uno con l’altro. Diventano rumorosi e tu ti senti in obbligo di intervenire. Li prendi per un orecchio e li riporti sui sedili. Quello con gli occhi chiari ti tira un pugno sullo zigomo, l’altro lo rimprovera e gliene tira uno sul naso. Senti di essere arrivata al limite. Il ragazzo te li strappa di dosso e spiega loro che è da maleducati comportarsi così. Ti innervosisci, uno sconosciuto evidenzia le tue lacune di madre. Lui ti guarda come se si aspettasse un grazie. 

Durante l’ultimo numero qualcuno ti tocca la spalla. Sei un fascio di nervi, ti volti e una fitta alla cervicale ti fa imprecare. È una donna. Fai un pensiero che è antecedente alla vista di quella donna, e cioè che è giusta. È come se avessi sempre saputo che quella donna esisteva e che prima o poi l’avresti incontrata. La accogli come una verità universale. Profuma di esotico e sembra lei stessa un frutto tropicale. Ti domanda indicazioni per il bagno. Tu parti con le indicazioni, ti ingarbugli e le dici che fai prima a mostrarglielo. Lei ti ringrazia di cuore e dice che ha fatto un lungo viaggio in treno solo per venire al circo. 

Torna dentro che lo spettacolo è finito. Tutti si alzano e qualcuno comincia ad avviarsi verso l’uscita. I bambini si sono addormentati e il ragazzo è sparito. Si infila la borsa a tracolla e prende i figli in braccio. Sul sedile dietro al suo vede una borsa verde. È quella della donna in bagno. Da uno spiraglio tra le cerniere spunta un manico blu fatto di corda intrecciata. Uno dei gemelli le sbava sul collo. Prende la borsa e va fino alla roulotte. Pensa se entrare a bussare e avvisare la donna e decide di lasciarla sulla rampa. Il pericolo che qualcuno la prenda è inesistente: non c’è nessuno. Forse quella donna è sola quanto lei, si dice.

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