Wild Horse Nine: Dimenticare di scordarsi o scordarsi di dimenticare?

DI ALBERTO GROMETTO 

Ma quante parole usiamo Noi Esseri Umani? Ve lo siete mai domandato? Al di là del fatto che usiamo lingue diverse a seconda del Paese nel quale abitiamo e della nazionalità del popolo di cui facciamo parte, secondo voi quante parole sono state inventate in tutta la Storia del Mondo? E di quante parole avrebbe esattamente bisogno una lingua per essere chiamata tale? C’è forse una regola? 

Davvero, non vi siete mai ritrovati a interrogarvi su quante parole, termini, vocaboli esistano? Già solo ponendomi quest’ultima domanda ho usato tre parole diverse, tre termini differenti, tre vocaboli distinti per dire la stessa cosa! E fa forse differenza che parola, termine, vocabolo abbia io scelto? Mi son ritrovato spesso a pormi domande di questo tipo, rendendomi conto di come noi Noi Umani non facciamo altro che parlare, parlare, parlare! Spesso anche uscendocene fuori con termini che troviamo più appropriati e giusti rispetto ad altri, correggendo chi ha usato questa o quell’altra parola, tirando fuori magari un’espressione che proviene da una lingua diversa dalla nostra. Che ne so, ad esempio i grandi simpatici testoni giganti che hanno reso iconica la remotissima Isola di Pasqua spersa nell’Oceano Pacifico lontana da tutto e da tutti, non devono essere chiamati “grandi simpatici testoni giganti”. Bensì “Moai”. Questo è il termine corretto proprio della popolazione indigena dei Rapa Nui. 

MA CHE DIFFERENZA FA??? 

Se io nel dire “Moai” voglio dire la stessa identica cosa tale e quale di quando dico “grandi simpatici testoni giganti”, è veramente così importante che io abbia usato quella data parola invece di quell’altra? È una questione di rispetto, forse? Davvero offendo qualcuno se uso parole diverse da quelle che sono ritenute “socialmente accettabili”? Anche se l’intenzione da parte mia non fosse quella di offendere? Insomma, sono veramente così importanti le parole che utilizziamo? Ma il discorso assume contorni grotteschi di proporzioni epiche se pensiamo a tutti i discorsi, i dialoghi, le divagazioni, le digressioni, i racconti per cui ci ritroviamo ad utilizzare le summenzionate parole. Se le parole che usiamo non vanno bene, figuriamoci le stesse conversazioni che teniamo! A quel punto qualsiasi cosa è soggetta a dubbio: di cosa si può parlare e di cosa no? Ed è giusto parlarne? Il fatto che sia la Verità quello che diciamo, è giusto? O il fatto che sia vero quello che raccontiamo non basta a rendere giusto il raccontarlo? Tanto vale stare zitti, piuttosto che parlare e sbagliare! O fregarsene invece, scegliendo di parlare di tutto quello di cui si vorrebbe parlare?

È un film parlatissimo l’indubbia e sconcertante e straordinaria e assoluta e clamorosa perla cinematografica eccezionale che tratto quest’oggi, una pellicola durante la quale i personaggi parlano, parlano tantissimo, parlano tutto il tempo, usando fiumi di parole, perdendosi nei loro infiniti dialoghi, raccontando un mucchio di aneddoti e storielle, condividendo riflessioni e opinioni, conversando e chiacchierando della qualunque! L’anno è il 1973. I due protagonisti dicono di essere agenti della CIA. Dicono di aver deciso il Destino di intere Nazioni con le loro azioni. Dicono di aver fatto cose orribili. Però lo dicono solo. Non che non l’abbiano fatto, attenzione!, non dico questo. E non metto in dubbio la loro onestà. Ma non do nemmeno per scontato che non siano dei bugiardi. Però dico solo che Noi non vediamo niente di quello che loro dicono di aver fatto. Vediamo solo loro, che ne parlano. E lo raccontano. In mezzo peraltro ad una valanga formidabile di altre cose strampalatissime e assurde e scriteriate di cui parlano: dai dinosauri che forse abitano a milioni i Cieli del Paradiso fino ad arrivare a quanto possa essere distraente la foto di un nano che gioca a basket, passando per il rapporto che esiste tra formaggi di qualità e “nazioni gay” (Francia e Olanda e Svizzera — che a quanto pare sarebbero Paesi gay – rimangono fra i Numeri Uno al Mondo quando si tratta di formaggi, al contrario di una Russia per niente omosessuale ma orridamente sprovvista di un qualsiasi formaggio noto). 

Pure la faccenda più banale e insignificante loro la prendono con tutta la serietà del Mondo, molto ma molto seriamente… ma anche no: tenendo un atteggiamento a metà tra il riflessivo e il ridicolo, divertendosi ridanciani ma anche discutendo e riscaldandosi animatamente se giudicano che la conversazione lo richieda, Noi non capiamo più se son dei tonti d’una saggezza impressionante o dei geni con una forte demenza che gli pesa sulle spalle! Ma forse neanche loro lo capiscono. Ad esempio, nel momento in cui uno dei due si chiede se le tarme ce l’hanno con lui quando le accompagna alla porta e fuori piove, fa sul serio oppure no? Vuole essere un pensiero dolce e affettuosissimo e consapevole nei riguardi delle tarme o invece è una stronzata detta tanto per dire? Magari entrambe le cose, ma una cosa è certa: quella conversazione non renderà lui che ne parla né l’altro che lo ascolta più ricchi o fortunati o migliori di come erano prima che quella stessa conversazione venisse affrontata. Allora perché parlarne? A cosa è servito? Loro sono gli stessi tizi che stanno organizzando il Golpe che metterà in ginocchio il Cile l’11 Settembre del ’73 trucidandone la libertà, quelli che hanno sconvolto il Mondo intero combinando l’invasione della Baia dei Porci a Cuba, coloro che hanno privato l’America del suo più grande Leader una decina di anni prima, a Dallas, il 22 Novembre. E sì, mi riferisco all’indimenticabile John Fitzgerald Kennedy. Loro destabilizzano la democrazia di intere Nazioni, assassinano elenchi smisurati di persone che devono essere assassinate, sanno chi verrà torturato e per quanto tempo e se alla fine se la caverà oppure no. E lo sanno perché saranno loro a deciderlo. A farlo. Eppure sono anche le stesse persone che si chiedono se i dinosauri sono andati in Paradiso, quelli buoni quantomeno, e che si domandano se le tarme ce l’hanno con loro. Per questo potrebbe riuscirci difficile credere che loro siano davvero quello che dicono di essere.

Parlano talmente tanto e di talmente tante cose diverse, ignorando completamente che siano questioni serie o ridicole quelle su cui conversano dal momento che per loro non sembrerebbe esserci differenza alcuna, che Noi quasi ci dimentichiamo che sono agenti della CIA che hanno fatto tutte le porcate di cui sopra, se non fossero loro stessi a ricordarcelo parlandone in continuazione, tra una stronzata e l’altra. Forse loro stessi a dire il vero, non ne parlassero ogni tot, se lo dimenticherebbero. Ma senza scordarselo. Scordarsi? Dimenticarsi? Non è la stessa cosa? NO, PROPRIO NO! Attenzione: abbiamo passato paragrafi interi prima a parlare della differenza fra le parole, del perché sarebbero importanti, di quel che cambia nel momento in cui cambiamo i termini che usiamo. Qui occorre dire che “dimenticare” e “scordare” sono due parole completamente differenti che vogliono dire cose completamente differenti. La prima deriva dal latino “de-menticare” e discende da “de” che sottintende allontanamento e “mens, mentis” che indica “mente”. Significherebbe “togliersi qualcosa dalla mente”. Quando ci dimentichiamo che una cosa esiste, è perché a livello cognitivo-razionale ci siamo scordati di quella cosa, quella cosa mnemonicamente parlando è scomparsa. Ma scordare viene dal latino “ex-cordare”, derivante da “ex” che significa “fuori” e “cor, cordis” che invece significa “cuore”. Quindi: “togliersi qualcosa dal cuore”. 

Si possono dimenticare tante cose della propria Vita e di sé stessi, come succede al più anziano fra i due protagonisti, impersonato da un gigantesco JOHN MALKOVICH divino premiato per la sua sublime performance con la Coppa Volpi alla Mostra D’Arte Cinematografica di Venezia nel 2026, che ancora una volta ci ricorda quanto il suo sia un talento di cui è impossibile sia dimenticarsi che scordarsi. Ci sta che il suo personaggio abbia dimenticato di aver chiesto all’amico di accompagnarlo sull’Isola di Pasqua. O che un male lo sta divorando. O che quel dato anno ha ucciso quel dato tizio di quel dato Paese decidendo così le Sorti di milioni di persone e privandole per sempre della loro libertà. Non è più in grado di ricordarsi le cose a quanto pare, nelle condizioni in cui si ritrova. Il che non è esattamente l’ideale per un uomo che di professione deve mantenere segreti e tenere tutti quanti per la palle coi segreti di cui si ricorda. Specie quando si tratta di decenni su decenni su decenni di segreti. Lui però ora come ora è un uomo che dimentica. Ma non fatevi ingannare: il fatto che dimentichi, non significa che si scordi. Magari lo vorrebbe anche, specie ora che si dimentica tutto continuamente. Ma finisce per dimenticare di scordarsi. Scordarsi di quello che ha fatto e dell’uomo che è stato e della persona che ha voluto essere. Non ci riesce. Perché chi ha fatto quello che ha fatto lui, potrà anche dimenticarsene, ma scordarselo no, quello è impossible, quello mai. 

Gli Umani sono fatti per dimenticare, quasi nessuno per scordare. Noi siamo fatti per perdere fatti, lasciarli per strada, procedere lungo il cammino senza più ricordare dove si è svoltato e quando e in che modo. E questo è dimenticare, questo è rimuovere dalla mente. Ma rimuovere dal cuore, significa essere qualcuno di diverso da quello che si è sempre stati. Non significa semplicemente non ricordare le svolte fatte, ma diventare qualcuno che quelle svolte oramai fatte non le ha mai fatte. Scordare significa mollare lungo il percorso la persona che ci ha sempre accompagnati per tutto il tragitto: Noi stessi. 

Il personaggio malkovichiano, fenomenale capolavoro di ambiguità nella sua forma più paradossale e grottesca, è un anziano rincoglionito che rompe le scatole per vedere a tutti i costi i grandi simpatici testoni giganti dell’Isola di Pasqua e che causando profondo disagio nell’amico che gli sta sempre appresso — un incredibile e immenso e sempre e comunque incommensurabile SAM ROCKWELL — va a dire in giro a turiste incontrate per caso all’aeroporto che il loro Cile e la loro nuova democrazia appena eletta stanno per essere assassinati oppure è il tizio che ha nei fatti organizzato quel barbaro assassino e che è fermamente convinto che le sole persone di cui lui possa fidarsi sono i morti a cui ha sparato dopo avergli sparato? Fa tenerezza quando si dispiace all’idea che forse le tarme che ha accompagnato fuori dalla porta invece di ammazzarle non sono destinate al Paradiso, perché appartiene solo agli Uomini. Almeno avrebbero potuto mettere una buona parola per lui. Ma lui ci andrà in Paradiso? Tanti direbbero di no. Tutti quelli che ha ammazzato direbbero di no. Pure i suoi stessi colleghi di una vita, in primis l’odiatissimo superiore interpretato da quel colosso portentoso prodigioso di STEVE BUSCEMI — ineguagliabile qualsiasi ruolo abbia —, direbbero di no. L’amico però dice di sì. Il solo che lo direbbe. E che lo dice. Forse, dopotutto, quella montagna di inutili conversazioni insensate sul nulla che non hanno reso nessuno dei due più ricco o fortunato, così inutili non erano. E forse li hanno resi migliori. O se non migliori, comunque han permesso loro di trovare qualcuno di cui fidarsi davvero, senza avergli dovuto sparare prima. 

Io non credo mi dimenticherò mai di questo film. Ma soprattutto non me lo scorderò mai, trattandosi di una pellicola che ha saputo entrarmi nel cuore. Oltre che a un cast attoriale da estasi, il merito spetta naturalmente in primissimo luogo al suo padre e ideatore e creatore: il Maestro MARTIN MCDONAGH, mastodontico genio inarrivabile, che lo ha scritto e diretto e coprodotto, sfornando l’ennesimo film stratosferico d’una sfilza di titoli tutti uno più stratosferico dell’altro. E che decide in questo caso di mettere la sua elevatissima arte e magnifica capacità di raccontarti l’Umano al servizio della vicenda di un uomo che non smette di essere quel che è sempre stato, a dispetto di ciò che ricorda. Che ha sempre saputo in che razza di Mondo ha vissuto, e che se il Mondo è tale è anche per la gente come lui. Che ora si ritrova a raccogliere quel che ha seminato, come gli dirà un personaggio presente nel film, impersonato da un impareggiabile TOM WAITS sempre e comunque grandioso. E possibilità di perdono o redenzione, ma nemmeno di pentimento, non c’è. Né forse la cerca davvero. E allora che cerca? Forse solamente qualcuno che gli stia accanto, anche se nella Vita ha fatto quello che ha fatto. Qualcuno che sia disposto a sentire le sue stronzate. Che scelga di accompagnarlo fin laggiù nella remotissima Isola di Pasqua. E a quel punto allora ben venga che non riesca a scordarsi! Perché se scordarsi significa smettere di essere quel che si è stati e di avere tutto quello che si ha avuto, allo stesso tempo significherebbe anche smettere di essere l’amico di quell’amico di cui ti fidi davvero e di avere quelle interminabili conversazioni piene di parole senza senso ma che per noi che le pronunciamo sono la sola cosa sensata che conta. Come i cavalli selvaggi sono liberi e felici di poter essere sé stessi, così possiamo esserlo Noi Umani quando stiamo insieme agli altri solamente per poterci stare. Qualsiasi attentato o golpe o operazione clandestina non ha alcuna importanza in confronto a una bella chiacchierata su dinosauri e formaggi e nani che giocano a basket col tuo vero amico.

Questa straordinaria perla meravigliosa di film l’abbiamo recuperata nel nostro cinema del cuore ❤️, il migliore al Mondo per Noi: IL REPOSI DI TORINO IN VIA XX SETTEMBRE 15; ANDATECI PURE VOI!!!

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