DI DAVIDE PISTARINO
Orson Welles è stato molte cose nella vita, ma il termine che lo definisce meglio è senza dubbio “Artista”. Non solo per la sua carriera, ma perché era un artista a tutto tondo, capace di spaziare tra i diversi settori della creatività: è stato regista e attore teatrale, autore e attore cinematografico, speaker radiofonico.

Proprio come speaker radiofonico ebbe inizio il successo del giovane Orson. Negli anni ’30, Welles realizzava per la CBS adattamenti di classici della letteratura. Nel 1938, mandò in onda una versione radiofonica de La Guerra dei Mondi di H.G. Wells. L’adattamento era strutturato come una serie di finti bollettini giornalistici: molti americani credettero che l’invasione aliena fosse reale, scatenando il panico in tutto il Paese.
Grazie a questo evento, la sua popolarità esplose e Hollywood gli aprì le porte. Il primo progetto che tentò di realizzare fu una versione cinematografica di Cuore di tenebra di Joseph Conrad, che finì però per essere il primo dei suoi numerosi progetti incompiuti (sarebbe stato poi trasposto da Francis Ford Coppola in Apocalypse Now nel 1979, spostando l’ambientazione dal Congo al Vietnam).

Sebbene Welles avesse già girato Too Much Johnson (una commedia muta pensata per il teatro dove lavorò per la prima volta con il suo attore feticcio Joseph Cotten), il suo vero debutto a Hollywood avvenne con la RKO. Dopo il fallimento di Cuore di tenebra, Welles mise gli occhi su un progetto ambizioso: Quarto Potere (Citizen Kane).
In questo film, Welles fu regista e protagonista nei panni di Charles Foster Kane, un misterioso magnate dell’editoria ispirato alla figura reale di William Randolph Hearst. La sceneggiatura fu scritta insieme a Herman J. Mankiewicz; il loro rapporto burrascoso è stato recentemente raccontato nel film Netflix Mank di David Fincher, con Gary Oldman.
Fin dalla sua uscita, il talento dell’enfant prodige colpì il mondo del cinema: Welles realizzò una pellicola dalle alte pretese intellettuali che riusciva, al contempo, a parlare al grande pubblico. Sebbene sia considerato uno dei massimi capolavori americani, il film ricevette pareri discordanti in Europa. Jean-Paul Sartre fu gelido, definendo Welles “un intellettuale che non verrà mai amato dagli intellettuali”. Al contrario, i critici della Nouvelle Vague, come François Truffaut, lo adorarono.
Ancora oggi, Quarto Potere domina le classifiche dei film più grandi di sempre, contendendosi spesso il primo posto con Il Padrino di Coppola.

Con Quarto Potere, a soli ventisei anni, Welles vinse l’Oscar alla migliore sceneggiatura originale insieme a Herman J. Mankiewicz. Possiamo considerare questo film come uno dei primi grandi esempi di cinema moderno: un lungometraggio dai raffinati vezzi artistici che però tiene fortemente conto del pubblico, inaugurando un modello di narrazione che avrebbe ispirato registi come Steven Spielberg e George Lucas decenni dopo.
Tuttavia, dopo questo trionfo, iniziò il rapporto burrascoso che Welles avrebbe avuto per sempre con Hollywood. Il suo secondo lungometraggio fu L’orgoglio degli Amberson, tratto dal romanzo di Booth Tarkington e interpretato dal fedele Joseph Cotten. La lavorazione fu estremamente travagliata: la RKO, approfittando dell’assenza del regista (impegnato in Brasile), decise di rimontare completamente la pellicola, tagliando circa un’ora di girato e distruggendo il negativo originale. In seguito a questa mutilazione, Welles rinnegò il film.
Nella carriera di Welles, il teatro è sempre stato l’elemento cardine. Prima di approdare al cinema, fondò con John Houseman la compagnia Mercury Theatre, con la quale portò in scena classici rivisitati in chiave moderna. L’autore che lo ha influenzato di più è stato senza dubbio William Shakespeare.
Welles realizzò tre grandi trasposizioni cinematografiche shakespeariane: Macbeth (1948), Otello (1951) e Falstaff (1965). Nel Macbeth, per esigenze economiche, utilizzò il cast del Mercury Theatre e scenografie essenziali, interpretando lui stesso il re scozzese. Nell’Otello, la produzione fu così lunga e frammentata che il cast dovette cambiare più volte, ma il risultato fu un capolavoro visivo. In questi film, così come nel Falstaff, la presenza scenica e l’impostazione teatrale sono volute e palpabili, trasformando il mezzo cinematografico in una naturale estensione del palcoscenico.
Nel 1947 diresse quello che è considerato il suo secondo grande capolavoro: La signora di Shanghai. Nel film recitò accanto alla sua ex moglie Rita Hayworth (che Welles fece trasformare in una bionda fatale per il ruolo); la pellicola è passata alla storia per l’iconica e virtuosistica sequenza finale nel labirinto degli specchi.

Il magnetismo di Welles come attore rimase intatto anche in produzioni non dirette da lui. Sono memorabili le sue apparizioni in:
Il Terzo Uomo di Carol Reed, dove il suo Harry Lime pronuncia il celebre monologo sull’Italia dei Borgia (il contrasto tra l’arte nata dal sangue e la pace della Svizzera che ha prodotto solo l’orologio a cucù). Moby Dick di John Huston, dove in un breve ma indimenticabile cameo interpreta il Padre Mapple.

I problemi economici di Welles furono cronici e lo portarono a iniziare molti progetti senza mai riuscire a finirli. Tuttavia, la vera rottura con Hollywood non fu solo finanziaria, ma politica. Vittima del maccartismo e accusato di simpatie comuniste (proprio come Charlie Chaplin), Welles fu costretto a trasferirsi in Europa alla fine degli anni ’40, diventando un regista nomade e indipendente per il resto della sua vita.
Welles si trasferì in Italia dove inizialmente si sentì a suo agio, pur incontrando nuovamente ostacoli nel trovare finanziamenti per i suoi progetti. Nonostante le difficoltà, instaurò un legame profondo con il nostro Paese, imparando persino a parlare fluentemente l’italiano.
Negli anni ’60, la sua figura iconica venne scelta da Pier Paolo Pasolini per il cortometraggio La Ricotta, parte del film collettivo Ro.Go.Pa.G., a cui lavorarono maestri come Roberto Rossellini e Jean-Luc Godard. In quell’occasione, Welles interpretò ironicamente un alter ego di Pasolini stesso, un regista intellettuale e malinconico.


Oltre a Shakespeare, Welles cercò per tutta la vita di portare sullo schermo altri giganti della letteratura. Tra i suoi progetti rimasti incompiuti o perduti spiccano: Don Chisciotte, un film iniziato e mai terminato, che Welles continuò a girare in modo frammentario per decenni; Il mercante di Venezia di cui esistono solo pochi frammenti (il testo di Shakespeare sarebbe poi stato portato al cinema nel 2004 con Al Pacino).
Tra i giganti della letteratura che Welles ha saputo trasporre per il cinema, oltre al bardo inglese, spicca senza dubbio Franz Kafka con la versione cinematografica de Il Processo (1962). In questa pellicola, Welles appare in un’interpretazione maestosa: nonostante passi gran parte del tempo sdraiato su un letto, riesce a dominare la scena con la sua mole imponente e la sua voce inconfondibile.


Il fisico di Welles, nel corso della sua lunga carriera, ha subito profonde trasformazioni. L’aumento di peso, tuttavia, non è mai stato un limite, ma un elemento su cui il regista ha saputo costruire personaggi indimenticabili. Pensiamo soprattutto a L’infernale Quinlan, dove interpreta il poliziotto Hank Quinlan: una figura mastodontica e decadente che ipnotizza lo spettatore con uno sguardo magnetico.
Orson Welles è, con ogni probabilità, l’artista più poliedrico della storia del cinema. Ha saputo muoversi tra il cinema delle grandi major e un cinema indipendente di cui è stato, di fatto, l’inventore. Ha diretto kolossal ad alto budget come Quarto Potere, ma ha anche saputo creare capolavori con risorse ridottissime, come Macbeth o il geniale e sperimentale F come Falso. Orson Welles è stato una leggenda fin dal nome: era destinato a segnare la storia, e lo ha fatto restando fedele alla sua visione fino alla fine.


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