DI DAVIDE PISTARINO
27 Marzo 1963: nasce Quentin Tarantino.
Chi meglio di Quentin Tarantino ha saputo incarnare, nella storia del cinema, il concetto puro di cinefilia? In un certo senso si può dire che abbia ricevuto una vera e propria educazione cinematografica “sul campo”.
Del resto è sua la celebre frase: «Non devi sapere fare un film. Se ami veramente il cinema con tutto il cuore e con abbastanza passione, non puoi fare a meno di fare un buon film». Tarantino non ha mai frequentato una scuola di cinema: la sua vera scuola sono stati i film di serie B che divorava da bambino, i capolavori di maestri come Sergio Leone e Dario Argento, e le migliaia di pellicole che ha visto e consigliato quando lavorava in un videonoleggio insieme a Roger Avary.
Roger Avary è un nome poco noto ai non addetti ai lavori, eppure è stato fondamentale nella prima fase della carriera di Tarantino. Negli anni ’80 i due iniziano a scrivere varie sceneggiature; tuttavia il primo film tarantiniano, Reservoir Dogs (in italiano Le Iene), è scritto dal solo Tarantino, e la trama sembra ispirata a Rapina a mano armata di Stanley Kubrick. Nel 1992 Le Iene segna l’esordio alla regia di Tarantino: nel cast troviamo già molte future stelle del suo cinema, da Harvey Keitel a Tim Roth, Michael Madsen e Steve Buscemi.
Il film diventa subito un successo tra i cinefili e viene presentato al Festival di Cannes.

Dopo il trionfo di Le Iene, Tarantino si trasferisce per un periodo ad Amsterdam, dove scrive la sceneggiatura del suo secondo film, Pulp Fiction, un progetto a cui lui e Avary pensavano da anni. Il film, che viene prodotto da Lawrence Bender e che ha come produttore esecutivo Danny DeVito (conosciuto da Tarantino nel 1991), segna l’inizio della collaborazione con la Miramax di Harvey Weinstein – il produttore che anni dopo finirà al centro dello scandalo sessuale del 2017, ma che ha contribuito a realizzare gran parte dei capolavori tarantiniani.
Le riprese di Pulp Fiction partono nel 1993 con un cast straordinario: John Travolta, Samuel L. Jackson, Tim Roth, Bruce Willis, Harvey Keitel e Ving Rhames. La scelta di Travolta, all’epoca in declino, sembrava rischiosa, ma il film lo riporterà nell’olimpo di Hollywood. Pulp Fiction rivoluziona il cinema contemporaneo: ancora oggi, a più di trent’anni di distanza, resta un’opera di una modernità impressionante. A Cannes vince la Palma d’oro (consegnata nientemeno che da Clint Eastwood, il protagonista della trilogia del dollaro amata da Tarantino) e ottiene il primo dei due Oscar alla miglior sceneggiatura originale, condiviso con Roger Avary.

Dopo il successo planetario, la collaborazione con Avary si interrompe e Tarantino decide di dedicarsi a Jackie Brown. Nonostante un cast di prim’ordine (Samuel L. Jackson, Robert De Niro, Pam Grier, Michael Keaton), il film rappresenta il primo vero insuccesso commerciale del regista. Tuttavia Jackie Brown – adattamento dell’unico romanzo mai trasposto da Tarantino, Rum Punch di Elmore Leonard – offre la prima vera protagonista femminile del suo cinema: la hostess Jackie Brown interpretata da Pam Grier. Anche se non ha conquistato il grande pubblico, il film è amatissimo dai cinefili e dai “tarantiniani”, a dimostrazione che qualità e incassi non sempre vanno a braccetto.

Dopo Jackie Brown Tarantino si prende una lunga pausa. Torna nel 2003 con Kill Bill: Volume 1, seguito nel 2004 da Volume 2. In origine il progetto era unico, ma il produttore esecutivo Harvey Weinstein impose la divisione in due parti per via della durata eccessiva. Con Kill Bill Tarantino rende omaggio alla cultura giapponese e alla pop culture che lo hanno formato, lavorando di nuovo con la sua attrice feticcio Uma Thurman, qui nel ruolo più iconico della sua carriera dopo Mia Wallace in Pulp Fiction. Il film attinge a piene mani dal cinema di arti marziali (Bruce Lee su tutti) e sceglie David Carradine – storico interprete di serie con Lee – per il ruolo di Bill.

Purtroppo Kill Bill è stato anche al centro dello scandalo Weinstein: nell’ambito del movimento #MeToo Uma Thurman accusò Tarantino di averla messa in pericolo durante una scena in macchina (video poi diventato virale), accusandolo implicitamente di aver coperto le molestie di Weinstein. I due si sono poi riappacificati.
Nel 2007 Tarantino dirige Grindhouse – A prova di morte (il segmento da lui diretto all’interno del doppio film omaggio allo stile grindhouse), con Kurt Russell nei panni dello spietato stuntman assassino Stuntman Mike. Dieci anni dopo Jackie Brown, arriva il secondo passo falso commerciale: il film piace moltissimo ai cinefili, ma non al grande pubblico. Russell diventa un altro attore feticcio di Tarantino, mentre il regista dà sfogo al suo celebre feticismo per i piedi femminili. Stuntman Mike è cattivissimo, eccessivo, quasi grottesco – una scelta voluta.

Nel 2009 arriva Bastardi senza gloria (titolo che richiama un film di Enzo G. Castellari), ambientato in una Francia occupata dai nazisti. Tarantino per la prima volta lavora con Brad Pitt e lancia al grande pubblico Christoph Waltz, indimenticabile nel ruolo del colonnello Hans Landa: per lui arriva l’Oscar come miglior attore non protagonista. Il film è una ucronia: la Seconda guerra mondiale finisce nel 1943 con l’uccisione di Hitler per mano di un gruppo di partigiani ebrei guidati dal tenente Aldo Raine (Pitt). Nonostante le numerose libertà storiche, dimostra una profonda conoscenza del periodo.

Con Django Unchained (2012) Tarantino si confronta per la prima volta con il western, omaggiando apertamente il Django di Sergio Corbucci con Franco Nero (che appare in un cameo). Questo personaggio sarà poi protagonista di una vera e propria saga, i cui film verranno diretti da registi diversi. Jamie Foxx è lo schiavo vendicatore, Christoph Waltz interpreta il dottor King Schultz (lato buono), mentre Leonardo DiCaprio è il sadico schiavista Calvin Candie. Come già fatto con gli ebrei in Bastardi, Tarantino dà voce alla rabbia afroamericana attraverso una violenza estrema. Arriva il secondo Oscar alla sceneggiatura.

Nel 2015 resta nel western con The Hateful Eight, una sorta di Le Iene ambientato nel Far West, con vecchi volti noti (Tim Roth, Michael Madsen). Molti lo considerano il film più debole della sua filmografia: la premessa è fortissima, ma lo svolgimento risulta meno ispirato.


Nel 2019 esce quello che per ora resta il suo ultimo film, C’era una volta a… Hollywood, titolo che omaggia Sergio Leone. Ancora una volta un’ucronia: stavolta al centro c’è l’omicidio di Sharon Tate (Margot Robbie), moglie di Roman Polanski, scongiurato nel finale. I veri protagonisti sono Leonardo DiCaprio e Brad Pitt, coppia che richiama Newman e Redford in Butch Cassidy. Manson appare solo marginalmente: la storia della Tate fa da sfondo alla vicenda di Rick Dalton e Cliff Booth. L’attesa per la classica esplosione di violenza tarantiniana viene costruita con maestria fino al finale. A Brad Pitt va l’Oscar per Cliff Booth; di recente Netflix ha prodotto uno spin-off su questo personaggio, scritto da Tarantino e diretto da David Fincher.


C’era una volta a… Hollywood è il nono film di Tarantino. Come noto, il decimo dovrebbe essere l’ultimo. Il regista sta avendo difficoltà a scegliere il progetto giusto per chiudere la carriera, ma nel frattempo si è dedicato ad altro: ha pubblicato libri, scritto un’opera teatrale in arrivo a Londra e si è trasferito in Israele con la moglie Daniella Pick e i due figli. I fan attendono con ansia quel decimo capitolo, consapevoli però che Tarantino ha scelto di fermarsi al momento giusto, anche se con un pizzico di amarezza.
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