DI ELODIE VUILLERMIN
“Ho qualcosa che non va”. Non c’è frase migliore di questa per cominciare una bella storia.
Se conoscete la struttura base di ogni narrazione, saprete che c’è una situazione iniziale e, a un certo punto, un momento di squilibrio che va ad alterarla e mettere il protagonista in difficoltà, fino a quando lui non tornerà a un nuovo equilibrio o ripristinerà quello di prima. Ci piace vedere i personaggi che stanno male, ma non per qualche strana forma di sadismo. È semplicemente perché una storia senza sconvolgimenti, senza il famoso conflitto che muove le azioni dei personaggi, non è una narrazione appagante e interessante. Una storia priva di momenti bui e crisi non spinge i personaggi a un’evoluzione, non permette alcuno sviluppo caratteriale.
Un personaggio che è sempre felice, non sbaglia mai e non ha problemi con la sua vita non ci attrae più di tanto. In narrativa siamo molto più interessati ai personaggi che non stanno tanto bene, che sono quasi felici ma non completamente, che nascondono anche la più piccola macchia nel cuore (sia essa un complesso di inferiorità rispetto a qualcuno, una difficile situazione familiare o altro). Prendete ad esempio questo scambio di battute:
“Volevo dire…”.
“Cosa?”.
“No, niente”.
Diffidate di quel niente. Diffidate di qualunque personaggio vi dica di star bene e di non avere nulla, perché in realtà non è mai così. In quel niente c’è di tutto. Una lezione che ho imparato nei miei anni di studio alla Holden.
Ebbene, Palmiro, il protagonista di questa storia, è proprio un personaggio che, fin dalle prime righe, capisce di avere qualcosa che non va. Si sveglia con un dolore allo stomaco che lo accompagna mentre va al lavoro; a tratti sembra svanire, ma torna con prepotenza. Poi Palmiro scopre, con sgomento, che il suo stomaco è sparito è al suo posto c’è un vuoto. Un certo Tebaldo, un uomo facoltoso che tempo fa ha avuto lo stesso identico problema, gli suggerisce di procurarsi una sfera di antimonio da mettere sulla pancia e lo indirizza allo spaccio di un certo Maxìm, che vende appunto sfere di minerali per guarire i mali fisici (quindi pratica la litoterapia).

Palmiro compra una sfera e la cura funziona, quindi inizia a credere effettivamente a quello che Genovese chiama “il potere di possedere”. Ma poi gli sorge il dubbio, indotto da Tebaldo, che da un momento all’altro potrebbe svegliarsi senza un orecchio, il naso, i denti o altre parti del corpo e si convince che sia necessario avere la collezione completa di sfere per poter vivere sereno. Pur di averle arriva a rovinarsi e distruggersi. Rinuncia ai suoi libri, a mangiare, a lavarsi, a gran parte dei suoi risparmi, pure all’amore. Ipoteca la sua casa e arriva addirittura a fare due lavori per avere qualche soldo in più.
E alla fine tutto questo non servirà comunque a nulla. Palmiro sta sempre più male, non importa quanti sforzi faccia. È bloccato in una spirale di collezionismo che dovrebbe avere un fine terapeutico ma si rivela più distruttiva che altro. La sua ossessione è accompagnata da una crescente invidia nei confronti di Tebaldo, che ha tante sfere più di lui e che vuole superare a tutti i costi.
Proprietà degenerative della materia e altre catastrofi è un libro molto introspettivo, con uno stile ironico e surreale. L’argomento centrale, quello che spicca su tutto il resto, è l’avidità dell’uomo, uno dei peggiori mali del mondo secondo l’autore. Questa avidità ci viene presentata nella sua accezione più estrema e becera, ossia quella che ci porta a mentire e tradire i nostri amici pur di ottenere l’oggetto del nostro desiderio, così che i lettori possano averne coscienza e capire come non soccombere a essa.
Volere sempre di più è purtroppo nella natura umana, però non per questo non si può “criticare” o combattere, in un certo senso.
(Alessandro Genovese)
Palmiro non è un personaggio perfetto, ha continui cedimenti, è vittima di grandissime sfortune ed è giusto che sia così. Genovese lo ha reso volutamente caricaturale e anche un po’ ingenuo, come una sorta di Marcovaldo che vive a Barcellona. All’inizio della storia non ha bisogni particolari, si accontenta della sua normalità e della sua comfort zone. Ma dal momento in cui incontra Tebaldo viene contagiato dall’avidità. Possedere tutte le sfere di tutti i minerali per vivere più a lungo e cancellare ogni male diventa il suo unico scopo nella vita. Non solo, l’ebbrezza provata nel toccare le sfere, spalmarsi sopra di esse e aspirare i loro profumi assomiglia in modo inquietante a una dipendenza da droghe.
Già il fatto che al protagonista piaccia dormire nella più completa oscurità e che ha studiato un metodo per tenere lontano da sé ogni minimo spiraglio di luce (che sia naturale o prodotta dai LED) è un segnale d’allarme, una sorta di anticipazione del suo scivolamento verso il male. Se ama circondarsi di buio, è molto probabile che ci sia un’oscurità dentro di lui oppure, se non c’è, si impossesserà di lui a breve. Ed è quel che effettivamente accade.
Palmiro, pagina dopo pagina, diventa sempre più schiavo di un desiderio materiale e sempre più paranoico, arrivando a credere che le persone intorno a lui stiano complottando per rovinarlo, oppure che tentino di ucciderlo direttamente. Perde di vista il suo obiettivo iniziale (curare i suoi mali e puntare al benessere fisico) e si lascia consumare dalla voglia di superare i limiti e uscire dalla mediocrità.
Tebaldo è l’avidità incarnata che contamina le altre persone e le rende schiave di un bisogno che in principio nemmeno avevano. È un personaggio subdolo, di quelli che sembrano cortesi e volenterosi di aiutare ma in segreto mirano a distruggerti pian piano. A tratti ti sembra un amico, poi diventa il tuo peggior nemico. Palmiro diventa incredibilmente competitivo verso di lui, che ha già tutto quello che desidera e di cui ha bisogno (o almeno, quello che lui crede di desiderare e di cui avere bisogno).
Ciò che rende ancora più tragica la sorte finale di Palmiro è che ogni suo istante di vittoria è di breve durata: a ogni momento felice segue, puntuale e con la rapidità di un fulmine, una nuova disgrazia. Palmiro passa da un oggetto del desiderio all’altro, non fa in tempo a godersi le sfere appena conquistate che già pensa a come ottenere le prossime. E alla fine gli rimane l’impressione che quelle sfere siano un peso, che gli abbiano aumentato il vuoto dentro anziché annullarlo.


Non si parla solo di avidità, comunque. È una storia che mette in luce l’ipocrisia degli esseri umani. Dietro i loro sorrisi e i modi di fare gentili nascondono altre intenzioni subdole. Basti vedere come Tebaldo e Maxìm si comportano con Palmiro. Un momento sembrano pronti ad aiutarlo, quello dopo gli voltano le spalle o temporeggiano con scuse di circostanza. Un primo istante gli offrono aiuto, il secondo cercano di spremergli via altri soldi e dignità.
Dopo il cerimonioso “Grazie-Dovere. Come sdebitarmi allora? Non è nulla”, i due si augurarono migliore fortuna per le rispettive imprese, ma ognuno sperando segretamente che l’altro riuscisse solo a metà o che fallisse del tutto. La cosa non stupisca più di tanto: situazioni del genere capitano spesso anche tra grandi amici e amiche, figuriamoci tra due tizi che si sono conosciuti da poco e meno si sono visti, e quando è accaduto è stato sempre per reciproca convenienza.
(Proprietà degenerative della materia e altre catastrofi, Alessandro Genovese, pag. 144)
Un aspetto ancora più inquietante è che i sentimenti, come l’amore e la tristezza, diventano qualcosa di utilitaristico, l’ennesimo strumento per il fine ultimo del protagonista. Palmiro arriva ad autoingannarsi e inventare nuovi pretesti per essere triste, così che le sue lacrime producano cristalli preziosi sempre più grandi da rivendere in cambio di soldi. Se prima detestava le delusioni, ora le cerca ossessivamente, e le buone cose che gli capitano e che dovrebbero renderlo felice diventano, paradossalmente, un nuovo ostacolo. Questa è, probabilmente, una critica al consumismo e alla mercificazione dei sentimenti umani.
Consiglio questo libro a chiunque cerchi un’esperienza di lettura un po’ diversa dal solito. Parola mia, non ve ne pentirete.


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