Il cristallo – Thomas Chatterton

DI EDOARDO VALENTE

Il senso della rubrica Il cristallo è quello di sfiorare la vita di personalità note e meno note del passato, che hanno avuto una rilevanza principalmente attraverso le loro opere d’intelletto, e che a distanza di anni e secoli possono riflettere qualcosa, come un cristallo; ma sono vite fragili, come un cristallo, attraverso il quale crediamo di poterle vedere chiaramente, e invece siamo sempre offuscati dal nostro stesso riflesso.

Sono figure isolate, attorno alle quali si crea un mito, una narrazione, una spinta che tenta di superare la loro semplice umanità, per poi ricaderci pienamente.

Perché il cuore di ogni cristallo è sempre questo: l’essere umano.

Esistono umani, però, che sembrano vivere più nell’irrealtà che nella realtà, che sono accerchiati da un mito che cannibalizza la loro stessa vita.

Thomas Chatterton è uno di loro.

Cos’altro poteva capitare a colui che fin da bambino voleva associare a sé “un angelo, con ali, e una tromba, che faccia risuonare il mio nome per il mondo intero?”.

Per dare una prima idea della drammaticità della sua esistenza, è sufficiente indicare le date di nascita e morte: 20 novembre 1752 – 24 agosto 1770.

Diciassette anni e nove mesi. Gli è bastato per creare una leggenda all’interno della letteratura romantica inglese, e nella letteratura mondiale.

Questa fulminea apparizione è giustificata dal prematuro interesse che ha sviluppato nei confronti della letteratura, imparando a leggere da solo a otto anni grazie a un’edizione della Bibbia, e lasciandosi ammaliare da antichi manoscritti ritrovati in un vecchio baule.

Grazie a quei manoscritti si instilla in lui la fascinazione per il periodo storico della Guerra delle Rose (avvenuta trecento anni prima della sua nascita), e questo gli darà l’idea per presentarsi al mondo della letteratura sotto lo pseudonimo di Thomas Rowley.

(La Guerra delle Rose)

Questo, però, è molto più di uno pseudonimo: Thomas Rowley era un monaco del XV secolo, che è stato Chatterton stesso a inventare.

E non solo si è inventato quella controfigura letteraria (quasi un eteronimo, per dirla con Pessoa), ma riusciva a scrivere in un perfetto inglese del Quattrocento.

Questa sua abilità ha dato il via a una vicenda dalle note borgesiane, poiché molti critici letterari, per decenni, sono stati convinti che quel monaco chiamato Rowley fosse veramente esistito, e che i testi scritti da Chatterton fossero davvero attribuibili a lui.

Tutto ciò accadeva nel pieno della sua adolescenza. Nutriva ammirazione per Geoffrey Chaucer, e per i contemporanei Thomas Gray e Horace Walpole. A quest’ultimo (quando aveva sedici anni) spedì una copia delle sue opere, sempre utilizzando lo pseudonimo di Rowley; e pare che Walpole ne rimase colpito.

A diciassette anni collabora con diversi giornali londinesi, scrivendo sempre sotto pseudonimo, inviando pezzi satirici, e diventando avversario di sé stesso, poiché i suoi numerosi pseudonimi si rispondevano a vicenda (altra cosa che ricorda quello che accadrà duecento anni dopo con Pessoa e i suoi eteronimi).

Ma i giornali, quando accettano ciò che scrive, pagano poco, troppo poco per permettergli di mangiare, ma il suo orgoglio rifiuta aiuti e pasti offerti.

Pare che negli ultimi mesi di vita sfruttasse le ore di solitudine per scrivere, fingendo di ricopiare antiche pergamene quattrocentesche. 

E poi, d’improvviso, il suicidio, tramite arsenico. Insieme al suo cadavere furono ritrovati i frammenti delle sue opere inedite, che lui aveva strappato riducendo i fogli in pezzi.

Forse è questo il momento in cui si inizia a intravedere l’esplosione del mito che nasce dalla morte di un adolescente inimitabile.

Noi non possiamo che immaginarcelo come ce lo ha mostrato il pittore preraffaellita Henry Wallis, in un dipinto che è divenuto iconico, e non ha solo reso celebre la figura mitizzata di Chatterton, ma è diventato emblema del giovane poeta romantico dalla tragica sorte.

(“La morte di Chatterton”, l’iconico dipinto realizzato da Henry Wallis)

Possiamo dire che è stato in qualche modo un anticipatore del Romanticismo, poiché i poeti romantici hanno visto in lui un idolo struggente.

La prima generazione romantica, quella formata da Wordsworth e Coleridge, nutre interesse per le vicende di Chatterton. 

Ma è con la seconda generazione romantica – Byron, Shelley, Keats – che avviene la vera consacrazione, unitamente all’avvento dei Preraffaelliti.

John Keats, anche lui poeta dalla tragica sorte (al quale ho già dedicato un cristallo), dedica il suo poema Endymion a Chatterton, e scrive in suo onore anche un sonetto. 

E Percy Shelley scrisse la sua elegia Adonais in memoria di John Keats, ma facendo riferimento in un verso anche a Chatterton.

Quello che mi colpisce è che sono queste rappresentazioni a essere maggiormente vivide nella nostra memoria culturale, a discapito dell’effettiva vicenda umana di Thomas Chatterton, che seppur breve ha avuto delle note strabilianti.

E quel che ci giunge dalla rivisitazione romantica è, soprattutto, il dipinto di Wallis, raffigurante un pallido giovane dalla chioma rossa, con in mano i frammenti della sua opera distrutta, adagiato su un letto sfatto. Attorno a sé, i segni della morte.

C’è chi sostiene che, in realtà, Chatterton non sia morto suicida, ma a causa di complicazioni di una malattia, o per complicazioni di una cura della malattia.

A noi, ormai, questo non importa più, non può più avere rilevanza: la verità dei fatti non può superare di valore la potenza di un’immagine così drammaticamente perfetta.

(I celeberrimi Poeti Romantici inglesi che vissero nel mito di Thomas Chatterton; da sinistra a destra: William Wordsworth, Samuel Taylor Coleridge, Lord George Gordon Byron, Perch Bysshe Shelley e John Keats)

Ho letto, inoltre, documentandomi, alcune critiche nei confronti del mito che si è creato attorno a un giovane suicida, attorno alla figura di un poeta tormentato, che per essere poeta deve essere tormentato, e morire giovane e sconosciuto.

Certamente, scrivere dei versi e poi porre fine alla propria vita non è in alcun modo un’assicurazione di fama imperitura. Né è questo l’obiettivo di chi fa poesia sinceramente.

Però, se si tenta addirittura di essere poeti, come si può pensare di farlo senza dolore?

Vedo costantemente persone che si definiscono senza esitazione “poeti” e “poetesse”, perché scrivono andando a capo spesso, senza punteggiatura, ecc.

A me pare che l’essenza della poesia, se è da qualche parte, non stia in questo. Non è un semplice scrivere disordinatamente i propri pensieri, perché questo lo facciamo tutti – non siamo tutti poeti, ricordiamocelo.

La vocazione alla poesia è come una ferita lacerante, è un non poter essere altro, scrivere altro, pensare altro. È strutturale, congenita, definitiva. È una maledizione, certo. Ma non nel senso dei poeti maledetti (perché neanche ubriacarsi e drogarsi è un’assicurazione di poesia). È una maledizione nel senso della persecuzione.

Tutta la vita, in ogni suo istante, deve tendere inarrestabilmente alla poesia, qualsiasi cosa essa sia. E, forse, solo in questo modo ci si può arrischiare – con superbia – di definirsi “poeti” o “poetesse”. Cosa che sarebbe meglio evitare di fare.

Perciò no, non serve suicidarsi adolescenti come Chatterton, ma quello di Chatterton deve rimanere un esempio vitale, non mortale.

Esprime in tutto sé stesso quell’afflato poetico che richiede un sacrificio, il sacrificio della propria vita, interamente. Dedicarsi, asservirsi completamente alla creazione di un’opera. Solo questo è auspicabile.

A costo di rimetterci la vita, come fece quel diciassettenne in una soffitta inglese, nel 1770. Come fecero i poeti che ne seguirono le orme, chi con successo, chi senza ricompensa alcuna.

Però lo hanno fatto nell’unico modo possibile: quello assoluto. 

La poesia, per essere poesia, non può essere un passatempo: deve costituire l’unica possibilità.

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