DI SARA MORENA
Esce nel 2008 ed è il decimo film diretto da Hayao Miyazaki. L’idea di realizzarlo prese forma durante la proiezione di Il castello errante di Howl, quando il produttore Suzuki gli suggerì di creare, come prossimo film, una storia per bambini. Però la prima vera scintilla che accese la miccia fu un viaggio aziendale dello Studio Ghibli a Tomonoura. Durante questo viaggio, Miyazaki alloggiò in una casa sulla scogliera e trascorse le sue giornate leggendo libri. Fra di essi, quello che gli suscitò l’ispirazione fu La porta, di Natsume Sōseki, autore di romanzi come Io sono un gatto e Il cuore delle cose. Dal libro che lesse il regista trasse il nome per il suo protagonista, Sōsuke, e decise insieme a Suzuki che il film si sarebbe intitolato Sōsuke sulla scogliera. Un altro importante modello di riferimento fu il dipinto Ofelia di John Everett Millais, scoperto dal maestro nel 2006 durante un viaggio nel Regno Unito. La visione del quadro diede a Miyazaki l’idea che per il nuovo film avrebbe dovuto fare un passo indietro, allontanandosi dalla sua dimensione matura, per tornare alla fonte delle sue visioni. Quella fonte era l’infanzia, l’infanzia caratterizzata dall’innocenza e la speranza. Il regista intendeva dunque distaccarsi dalle sue visioni mature per tornare a rappresentare qualcosa che trasmettesse la freschezza dei bambini e la loro speranza.

A questo desiderio di tornare all’innocenza bambina si accompagnava, in quegli anni, un progetto di realizzazione di un asilo aziendale, adiacente ad una casa di riposo, che lo Studio Ghibli avviò nello stesso 2006. Miyazaki vedeva nella costruzione di questo asilo, inaugurato nel 2008 col nome La casa dei tre orsi, la possibilità, data la vicinanza dei bambini, di sostenere emotivamente sia lo staff Ghibli che gli anziani della casa di riposo vicina. Mettendo vicini anziani e bambini, lo Studio Ghibli voleva creare un ambiente gioioso e pieno di speranza, dato che le persone anziane sono spesso felici di vedere i bambini. Miyazaki sostenne che gli adulti, diversamente dai bambini e dagli anziani, fossero delle persone noiose che vivono una vita senza gloria né lieto fine. Ma nonostante l’età adulta sia piena di tragedia, esistono sempre i bambini, che sono la speranza che ci fa andare avanti. Il regista si propose di trasmettere questo pensiero nel suo nuovo film, che una volta realizzato si chiamerà Ponyo sulla scogliera.

Da un punto di vista tecnico, il digitale in Ponyo viene completamente abbandonato e si torna alla tradizionale animazione bidimensionale, per tutto l’arco del film. Un’animazione artigianale che comunque non si contiene e realizza scene spettacolari, come quelle iniziali dove vediamo il mondo marino pieno di creature meravigliose, ed è presente anche un pizzico di magia, nel momento in cui viene presentato il primo personaggio, Fujimoto, un alchimista che ha rinunciato alla vita e alla natura umane per cercare di diventare una creatura del mare. Lo stile è tuttavia semplice, e dal momento che si tratta di un film per bambini, è pieno di colori, più di quanti ne avesse Il mio vicino Totoro. La scelta di tornare al 2D sta nella parola “animazione” che significa “dare vita”, e dato che la vita era uno dei temi del film, un’animazione tradizionale fu considerata una scelta inevitabile. Inoltre, Miyazaki ritenne che ciò che attrae dell’animazione sono i disegni realizzati a mano. I fondali, rispetto ai film precedenti, vennero realizzati in maniera meno minuziosa e con un tocco più rustico, da libro illustrato; le forme degli edifici, delle auto e degli altri elementi degli sfondi, sono inoltre meno diritte e più arrotondate, al fine di creare un’atmosfera rilassante per gli spettatori.

Le vicende cominciano quindi con Fujimoto che effettua degli esperimenti nell’ambiente sottomarino. Mentre lui è occupato, sua figlia, una pesciolina rossa dal volto umano, sfugge alla sua attenzione e va verso la superficie, dove incontra un bambino di cinque anni, Sōsuke, che la salva da un barattolo di vetro in cui si è incastrata. Il bambino si affeziona subito alla pesciolina e la accoglie presso di sé, chiamandola Ponyo, la quale non solo si affeziona a sua volta al bambino, ma se ne innamora. Quando lei viene riportata in fondo al mare dal padre, lo stesso Fujimoto, usando i suoi poteri Ponyo riesce a liberarsi e torna da Sōsuke evolvendosi in un’umana e scatenando uno tsunami che apre uno squarcio sul mondo che ne minaccia la distruzione. L’ascesa di Ponyo sulla terra è un’altra delle scene più memorabili del film, piena di effetti, di colori e di animazioni che suscitano una meraviglia che non ha pari. Questi eventi scatenano il disappunto di Fujimoto, che richiama la dea Granmamare, la madre di Ponyo. Nel cercare una soluzione, la dea propone all’alchimista di dare una possibilità a Ponyo e Sōsuke, mettendo alla prova il loro legame. Se il loro amore è abbastanza forte, il suo coronamento e il riparo dello squarcio del mondo saranno entrambi possibili.

Tramite il personaggio di Fujimoto e l’apocalisse scatenata dalla ribellione di Ponyo, Miyazaki riprende parte della propria impronta. Il contesto apocalittico e post-apocalittico ha da sempre caratterizzato le opere del maestro, ma con Ponyo sulla scogliera l’apocalisse assume dei connotati diversi, più addolciti e meno tragici, mostrando gli eventi che la accompagnano dal punto di vista dei bambini e facendola diventare quasi un gioco, o se non un gioco, qualcosa che viene normalizzato, qualcosa che non sconvolge più di tanto. Dopo che Sōsuke e la madre Risa, sfidando lo tsunami, sono riusciti a tornare a casa, incontrano Ponyo trasformata in bambina, e la riaccolgono; quando entrano in casa, Risa cerca di rallegrare i due bambini, malgrado la difficile situazione in cui il paese si trova, svolgendo ogni attività casalinga come se fosse un gioco. A seguito dell’inondazione che ha ricoperto gran parte del paese in cui vive Sōsuke con Risa, quest’ultima si reca alla casa di riposo ove lavora. Non essendo tornata, il bambino va a cercarla insieme a Ponyo, navigando su una barca giocattolo ingrandita dai poteri della pesciolina umana. Mentre navigano, incontrano una coppia con un neonato che fa una gita in barca prendendosi un momento di serenità.

Sia Ponyo che Sōsuke vivono ogni momento del film con vivacità e spontaneità, agendo ed esprimendosi come dei veri bambini che prendono ogni cosa come un gioco. I due personaggi sono perfettamente caratterizzati come dei reali bambini, e sono in grado di infondere negli spettatori adulti quella tenerezza che solo i piccoli sanno suscitare. Al contrario dei due protagonisti, Fujimoto è un adulto disilluso che disprezza la razza umana per aver inquinato la Terra, e il suo scopo è quello di farla tornare al periodo devoniano, per purificarla. Fujimoto rappresenta il lato misantropo e nichilista di Miyazaki, è inizialmente un cattivo, ma rispetto ai precedenti antagonisti appare più ridicolo, con un aspetto che ricorda un dandyman. Tuttavia alla conclusione degli eventi, Fujimoto si ravvede sia verso Ponyo, sia verso Sōsuke, riconoscendo e accettando la forza del loro sentimento e riscoprendo la speranza nell’umanità che aveva perduto. D’altra parte, tuttavia, Miyazaki chiude gli eventi facendo intendere una perdita d’incanto nel mondo umano attraverso la scelta di Ponyo che, per poter stare con Sōsuke, deve rinunciare alla magia.

Ponyo sulla scogliera è un film che esprime con una naturalezza incredibile la dolcezza e l’innocenza dei bambini, al pari del suo predecessore Il mio vicino Totoro, mostrando una maggiore meraviglia fatta sempre di cose semplici, ma con una più grande presenza di magia e fantasia. La storia è ispirata a La Sirenetta di Hans Christian Andersen, ma la trama del romanzo viene raccontata nella dimensione dell’infanzia e delle visioni apocalittiche miyazakiane. È un film per bambini, ma è capace di incantare anche gli adulti.
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