DI ALBERTO GROMETTO
Espediente narrativo cinematografico attraverso il quale spaventare senza preavviso e all’improvviso il pubblico, normalmente per mezzo di un repentino mutamento visivo accompagnato da un forte rumore acutissimo.
Definizione esatta di jumpscare
Il termine deriva dall’unione di due parole inglesi: “jump” da una parte e che significa “saltare”, e “scare” dall’altra e che è invece traducibile con “spaventare”. Richiama letteralmente la reazione fisica che segue uno spavento, il cosiddetto “salto dalla sedia” tanto per intenderci. Sostanzialmente tu ti guardi il tuo bel film e nel mentre che lo guardi SBARABARABARBARBSBAMSRBSM!!! Spunta fuori qualcosa all’improvviso, che sia un mostro o un killer con in mano un coltellaccio non fa differenza, qualunque roba vale, che arrivi però sullo schermo bruscamente, di norma accompagnato pure da un picco sonoro uditivo violentissimo, e che può essere un urlo o un piatto che si rompe o ancora semplicemente una musica extradiegetica che irrompe repentinamente, onde amplificare pure a livello sonoro lo spavento visivo. Trattasi di pura manipolazione psicologica e addirittura biologica che, basandosi sulla mera fisiologia e le cosiddette reazioni di riflesso quali il trasalimento e il sussulto, gioca sul gettarti in faccia, davanti agli occhi e nelle orecchie, qualcosa all’improvviso che ti susciti uno spavento istintivo, subitaneo, immediato. Che tu ci metta poi tre quarti d’ora per riprenderti quello è un altro discorso, ma il jumpscare si esaurisce nel momento in cui appare sullo schermo, il panico termina là dove è iniziato. Proprio perché trattasi di uno spavento. In altre parole: altro non è che il cosiddetto “BUUU!”, ma un filino più grande e spaventoso.

Che lo si ami oppure lo si odi, il jumpscare è oramai entrato di prepotenza nell’immaginario collettivo storico globale, e viene associato quasi immediatamente al Cinema, anche se è proprio di qualunque opera appartenente alla categoria dell’audiovisivo (un esempio è l’arte videoludica). Come ogni spavento che si rispetti, il jumpscare può assumere forme diversissime, non esiste uno jumpscare perfetto, né delle regole precise a cui attenersi che ne codifichino l’utilizzo. Nessun manuale delle regole. Il punto è che deve essere subitaneo, inaspettato, improvviso, immediato, imprevisto e imprevedibile. Anche quando viene fatto intendere che qualcosa di terrificante accadrà e si gioca proprio su quella tensione, quel che poi accade dev’essere comunque un colpo al cuore inatteso. Perché sì, ammettendo che esiste un numero infinito di combinazioni possibili per cercare di realizzare il jumpscare perfetto, bisogna riconoscere che il fattore comune è quello dell’imprevedibilità improvvisa.
È essenziale sottolineare che in mia opinione è il contesto costruito attorno a quello spavento a determinarne la qualità e il valore. Guardando infatti all’infinità di jumpscare possibili, ne si possono di fatto distinguere due tipi differenti, o almeno il sottoscritto ne distingue due diametralmente opposti: quello che accade dopo un depistaggio del pubblico a cui viene fatto credere che niente di impanicante stia per succedere e durante il quale la musica s’abbassa e i rumori si fanno fiochi… e poi SBAM SBAM e accade lo spavento!, oppure l’esatto contrario e cioè quando viene costruita una qual certa tensione, quando si esprime l’idea secondo cui qualcosa di terrorizzante in effetti accadrà, — ma ancora non si sa cosa! — e poi viene fatto accadere, ed era la cosa più impensabile di tutte. Il suo utilizzo viene principalmente attribuito, come è logico che sia, al Cinema Horror, del quale risulta uno dei meccanismi più largamente utilizzati e ricorrenti. Per questo c’è chi ne critica la faciloneria semplicistica vedendoci nel suo uso una dimostrazione di pigrizia: del tipo “Tutti quanti fanno horror inserendoci spaventoni qui e là atti a far sobbalzare lo spettatore, e allora ne faccio uno pure io con un po’ di spaventoni!”. E così storia, personaggi e temi vengono sacrificati appunto in nome del facile spavento. Non dico di non essere d’accordo con questa visione, soprattutto non io che vivo convinto che la prima cosa di un film debba essere la Storia che racconta, ma riconosco l’innegabile fascino del jumpscare e l’abile maestria che dev’esser sottesa a crearne di nuovi, originali, iconici.

A questo riguardo, non molto tempo fa mi trovavo all’interno di una sala cinematografica (il mio habitat naturale) insieme ad un Mio Fratello Mercuziano amante fervente del Cinema tutto e anche dell’Horror, tra gli amici più cari che abbia al Mondo, ALESSIO SABA altrimenti detto “L’ARCIVESCOVO DELLA GIOIA”, per assistere al film «CAMP MIASMA». Un film horror che ti parla di film horror, smontando e rovesciando — attraverso una sottile e brillantissima e sagace messinscena metacinematografica assolutamente originale e insieme folle — qualsiasi cosa abbia mai fatto di un film horror un film horror, portandoci a indagare sul perché e il percome dietro le nostre paure più allucinanti, i nostri desideri più profondi, i nostri piaceri più perversi, e financo dietro il desiderio stesso di paura – e il piacere che ne ricaviamo – quando facciamo o guardiamo un film horror. Ebbene, la protagonista è una giovane regista in erba chiamata a realizzare il reboot della sua saga cinematografica horror preferita in assoluto. E il film comincia quando lei va a trovare l’attrice protagonista del primo capitolo, a seguito del quale non fece più nulla, ritiratasi a vita privata in quello che era il set originale dell’opera cinematografica, divenuto oramai sua abitazione personale: la regista vorrebbe chiedere alla vecchia gloria, di cui è fan sfegatata all’ennesima potenza, di recitare nella sua nuova pellicola. Nel minuto immediatamente precedente la comparsa in scena dell’attrice, la regista si aggira nel campeggio abbandonato che faceva da set del primo film, e tutto quanto è molto buio e oscuro e sinistro, e ad un certo punto nel mentre che la telecamera la riprende in faccia lei dice quello che in sala pensavamo tutti: Ecco che arriva il jumpscare. Lo dice apertamente. Solo che poi non arriva, semplicemente giunge la diva. Ecco però che di fronte a questo genialissimo, folle, fantastico momento mi ritrovo messo di fronte alla consapevolezza ancor più chiara e netta e forte di quanto e come il jumpscare abbia davvero rivoluzionato la percezione che Noi abbiamo dello spavento in sé e per sé e anche dell’Horror. Quante volte sento dire frasi del tipo “Non amo l’Horror, perché odio i jumpscare!”, oppure “Non posso vederlo quel film, è un horror, e io i jumpscare non li sopporto!”. Cioè si finisce per ridurre un intero genere cinematografico ad una cosa sola, e cioè lo spavento in sé e per sé. Quando invece l’Horror è infinitamente più grande dei tanto discussi e chiacchierati jumpscare.
Quando rifletto sul cinema horror, sia guardando alla sua storia passata sia a quella più recente, mi rendo conto di come siano infinite — proprio per quello che tratta — le potenzialità di questo genere, che ha a che fare con una delle più viscerali e anche bestiali emozioni umane che vi siano, con uno dei più essenziali e ancestrali e naturali e antichi sentimenti possibili: e cioè la paura, il terrore, il panico. Sia nelle storie che racconta sia nei temi che sviscera. Uno dei casi recenti più eclatanti è quello di un capolavoro assoluto quale «BACKROOMS», perla sconfinata targata A24, uscita in sala in questo 2026, e che non rappresenta solo un gioiellino horror, bensì una portentosa meraviglia in termini cinematografici assoluti e narrativi. Di jumpscare nel suo interno ve ne sono a bizzeffe, ma mai fini a sé stessi, mai realizzati solo con lo scopo di spaventare, bensì tutti ugualmente funzionali e finalizzati allo stesso obiettivo, trattare cioè l’argomento di cui parla, e che rimane il vero perno fondamentale di un’architettura d’un complesso e d’un fascino inesprimibili nell’ambito di un solo articolo. Quel film è tanto più terrorizzante non per i sobbalzi sussultanti che può provocare nei suoi spettatori. E di cui a me personalmente frega poco. Del resto stiamo parlando di una persona – il sottoscritto – che a furia di vedere film di questo tipo, ne risulta talmente desensibilizzato che sempre più spesso quando guarda un horror al cinema gli capita di saltare a sedere sulla poltrona per lo spavento provocatigli dai salti in poltrona degli altri spettatori, e non per lo spavento che il film in sé e per sé vorrebbe suscitargli. Il segreto della straordinarietà di «Backrooms» non sta nei suoi jumpscare infatti, bensì è insito nella paura autentica e reale che ti inscena, che ha a che fare con un qualcosa che ci riguarda tutti, che non tocca il sovrannaturale ma un terrore vero e che tutti quanti Noi sperimentiamo in ogni momento della nostra esistenza. Perché stiamo parlando di una pellicola che si propone la missione di ritrarti la mente umana, di raccontarti del suo funzionamento, di catapultarti letteralmente nelle infinite stanze e negli interminabili corridoi bui e lunghi e tortuosi di cui il nostro cervello è fatto, tra i quali risulta quasi impossibile non smarrirsi. Il mostro che può spuntare senza avvertimento girato l’angolo e che ci manda il cuore in gola, o il buio nel quale incappi d’improvviso svoltando per di là facendoti prendere un coccolone, altro non sono che i jumpscare che la nostra stessa testa ci presenta inaspettatamente di punto in bianco. E attenzione, gli spaventi che «Backrooms» mette in scena son capolavori di maestria abilissima nella sua forma più alta, uno più formidabile dell’altro, opera di un Maestro vero con la “M” maiuscola quale il giovanissimo ventenne KANE PARSONS, già icona a questa giovanissima età. Ma son tanto più grandi perché non si riducono solo a quello, al mero spavento, ma perché vogliono dirci qualcosa di più su di Noi. Questo film qua è la massima incarnazione di come l’horror possa essere usato per esplorare la natura dei veri orrori da paura che nella vita di tutti i giorni mettono addosso fifa allo stato puro, e che hanno a che fare del resto con l’Umano stesso.

Se l’opera di Parsons è dimostrazione di quanto sia profondamente sbagliato ridurre l’Horror al solo spavento che ci fa prendere perché esso può e deve trattare di una paura più radicata e vera e concreta e reale, proprio sempre guardando a questo prodigioso miracolo cinematografico voglio anche sottolineare come quel genere ha molte più frecce al suo arco per poterci impaurire: non solamente il jumpscare con tanto di apparizioni improvvise e musiche e grida inaspettate atte a colpirci e provarci nell’immediato, ma tra le armi a sua disposizione ha anche il suo esatto contraltare, ovverosia la tensione. L’angosciante e disturbante inquietantissima attesa disagiante e terrorizzante volutamente prolungata del jumpscare, o comunque della causa dello spavento, è essa stessa paura. Non riguarda un solo momento all’interno di un’unica scena, come nel caso del jumpscare. Ma riguarda una scena intera, o più scene, più sequenze. O anche, perché no?, un intero film. Lo stesso «Backrooms» del resto non è solo lo SBAM!!! sbattuto sul muso in piena faccia che ti fa saltare in piedi, ma è soprattutto il lento camminare circospetto in quei corridoi e quelle stanze di cui sopra e che altro non sono che la nostra mente, il girovagare in tondo in questo luogo-non-luogo nel quale i nostri protagonisti si ritrovano quasi per caso e che ha un che di simile a qualcosa che hanno già visto ma che al tempo stesso è anche profondamente diverso da qualsiasi luogo in cui siano mai stati, l’esplorare passo dopo passo quest’area apparentemente sconfinata convinti che prima o poi qualcosa ci colpirà. Sentendo dentro di Noi che qualcosa d’orrido avverrà. Ma questo non vale mica solo per «Backrooms», ma vale nel caso di tantissime pellicole horror che trovano forza proprio nella pressante tensione ansiogena e non nel “Buuu!!!” imprevisto e improvviso. E anzi, vi dirò di più: non vale mica solo per l’horror. Se infatti è sbagliato ridurre l’intero genere horror al solo jumpscare, è altrettanto sbagliato ridurre il jumpscare al solo genere horror.

Subito mi vengono in mente i thriller ad esempio! I thriller si basano tutti o quasi sulla tensione costante e angosciante di cui sopra, di norma si sa chi provoca il pericolo, in cosa consista, e da dove provenga. E il senso della visione di quel film è insito nel vedere questo pericolo avvicinarsi ai nostri protagonisti. Però questo non significa assolutamente che non vi siano i jumpscare di cui sopra, molto spesso anzi tensione e jumpscare si danno la mano e vanno a braccetto. Il più iconico dei jumpscare quando si parla di thriller, è probabilmente la leggendaria scena della doccia nell’ambito della pellicola «PSYCHO», a cura di SIR ALFRED HITCHCOCK: Noi vediamo ad un certo tratto di punto in bianco un’ombra oltre la tendina della doccia avvicinarsi, e l’inquietudine inizia a serpeggiare, e quel terrorizzante timore ci porta a chiedere se davvero accadrà il peggio. Poi la tendina si apre, lei urla, accade il peggio, tutte rapidissime sequenze in successione messe insieme da un montaggio freneticissimo ci stroncano, e nel mentre quella musica così micidiale ci inonda le orecchie. Ecco, quel jumpscare lì fu icona. Ed è di per sé un capolavoro. È buffo però come personalmente, la prima volta che presi visione di quel monumento alla Settima Arte, rimasi infinitamente più scioccato da un altro grandissimo jumpscare che quel film presenta, rimasto però come dimenticato rispetto a quello della doccia: un ignaro detective privato s’aggira lentamente all’interno di una casa quando all’improvviso nel giro di neanche mezzo secondo… UNA PORTA SI APRE, E LÌ SPUNTA L’AGGRESSORE CHE DECRETERÀ LA SUA MORTE!!! Lo stridente tema musicale presente nella scena della doccia è protagonista di quella sequenza. Ecco, quello per me è il principe dei momenti che fan saltare su dalla sedia, molto più di quello della doccia. Vuoi che questo sia dovuto al fatto che la scena della doccia rispetto a questa la conoscevo già da diversi anni a memoria come ogni amante di cinema che si rispetti (ma del resto: c’è qualcuno, amante cinefilo o meno, che davvero non conosce quella scena?), vuoi che vedendo quell’ombra avvicinarsi alla tendina il presentimento che qualcosa d’orribile stesse per accadere ha reso quella scena meno imprevista, di sicuro molto meno dell’improvviso attacco all’investigatore. Se ne deduce però, rifacendomi alle categorie poc’anzi delineate, che personalmente m’abbia scioccato di più lo spavento imprevisto e improvviso rispetto a quello preparato e accompagnato da una voluta impennata della tensione. Il punto però è: perché?
Lo spavento ammette una sola regola: deve spaventare. Per essere spaventoso, uno spavento dev’esser spaventoso. Bon, basta, stop. Non ci sono altri principi, norme, codici. Quando devi spaventare, la sola cosa che è necessario tenere a mente è che devi spaventare. E, sapete, ogni spavento è diverso. E ogni persona che viene spaventata, è diversa. E ognuno si spaventa per cose diverse. Ed è anche possibile che nemmeno chi si spaventa, sappia cosa o chi l’abbia spaventato. E soprattutto il perché.
Mi fa molto ridere in tal senso, a riprova di come l’Horror non sia jumpscare e basta, che personalmente – e a detta di molti – lo spavento più grande del «Backrooms» di cui abbiamo parlato prima, sia celato in un jumpscare forse addirittura non voluto. Di tutti i momenti spaventosi e, diciamo, “paranormali” che quel film presenta, la scena che più ha fatto balzare sulla poltrona del cinema – entrambe le volte che sono andato in sala per vedermelo – è un momento minuscolo in cui un personaggio sta guardando fuori dalla finestra e… e viene chiamato all’improvviso dalla mamma! Stop, nient’altro, nulla di spaventoso, la paura finisce nel momento in cui balzi sulla sedia. Lo spavento si esaurisce nel momento del suo compimento. Fai un sussulto, e poi basta. E chissà quanti altri casi del genere esistono! Chissà quanti jumpscare ci sono stati da quando esistono i film. E del resto, in questa nostra disamina attraverso la Storia del Cinema, non può mancare un riferimento al primissimo jumpscare mai realizzato. Già, bella domanda questa: quale fu il primissimo jumpscare della Storia della Settima Arte??? A questo riguardo non esiste particolare chiarezza. Numerosi storici amano vedere nella pellicola diretta da JACQUES TOURNEUR, ossia «IL BACIO DELLA PANTERA» (1942), il primo jumpscare mai fatto. Trattasi di un horror naturalmente… ma, in perfetta coerenza con quanto abbiamo detto finora, è tutto tranne che orrorifico o paranormale il jumpscare a cui sto alludendo. Una donna cammina da sola per strada la notte, avvertendo come qualcuno che la segue, ode dei passi, si sente inseguita. Suoni, silenzi, inquadrature: ogni cosa gioca con noi, tutto contribuisce ad alimentare la tensione e ad aumentarla, è chiaro che qualcosa sta per capitare… quand’ecco che un chiasso assordante irrompe d’improvviso facendo saltare più di una persona su quella poltrona! Peccato (o meno male!) che si tratta molto semplicemente del rumore di un motore con tanto di sibilo di freni: un autobus di una linea cittadina. Questo jumpscare nello specifico, e che trattasi alla fin fine di un falso spavento a trabocchetto e cioè un jumpscare realizzato con lo scopo di depistare completamente lo spettatore facendolo sobbalzare per qualcosa di molto banale e innocuo per cui non valeva assolutamente la pena allarmarsi, porta nome di «LEWTON BUS», dal nome del grande produttore di questo film, ovvero VAL LEWTON.

D’altro canto però alla domanda “Qual è il primo jumpscare della Storia?”, non esiste una risposta univoca. Numerosi dissentirebbero infatti con quanto detto prima e citerebbero pellicole ben più vecchie, appartenenti all’epoca del muto. Come ad esempio «IL FANTASMA DELL’OPERA» del 1925, in cui la protagonista all’improvviso strappa la maschera ad un individuo che rivela di avere un volto mostruoso e a dir poco sconvolgente! Oppure ancora il film svedese-danese «LA STREGONERIA ATTRAVERSO I SECOLI» del 1922: un monaco sta leggendo la Bibbia quando una figura demoniaca gli compare all’improvviso davanti. Ma la verità dal mio punto di vista è molto più complicata di così. Perché il primo jumpscare della Storia non proviene da un film dell’orrore, come questi qui citati. Né da un thriller, se per questo. È molto più antico, bisogna risalire agli albori della Storia della Settima Arte, quando ancora il Cinema andava praticamente inventato. Quei due pionieri illuminati dei FRATELLI AUGUSTE E LOUIS LUMIÈRE, padri fondatori del mezzo cinematografico, il 28 Dicembre 1895 allestirono a Parigi la primissima proiezione cinematografica mai allestita. E fin lì tutto tranquillo. Poi il 6 Gennaio 1896, fra i film che decidono di proiettare, ve n’è uno di 45 secondi, dei più celeberrimi possibili: «L’ARRIVO DI UN TRENO ALLA STAZIONE DI LA CIOTAT». Sostanzialmente la cinepresa è ferma in un punto e il treno arriva in stazione. Tutto molto facile, no? Ecco: no! Perché il Cinema nessuno dei presenti sapeva cosa fosse, e quando videro questo treno arrivare e quasi bucare lo schermo, balzarono in massa dalle loro sedie impauriti e terrorizzati a morte convinti stessero per essere investiti. I due fratelli certamente non volevano spaventare le folle, ma fu quello l’effetto ottenuto: già, a quanto pare i jumpscare involontari e non intenzionali possono essere molto frequenti. Però, vedete, il punto è proprio questo: spaventare è un’azione che accompagna il Cinema fin dalle sue origini, nel momento in cui nasceva e si facevano film si è spaventato. Siccome la Settima Arte comunica con il nostro io più primitivo, suscita in noi le emozioni più primordiali. Come la paura.
Cosa fa quindi di un jumpscare un jumpscare? Ancora non ci è chiaro. Nel momento in cui mi sono ritrovato, in occasione della più spettrale festa dell’anno e cioè quella di HALLOWEEN, a decidere di scrivere un articolo su questo tema, subito me lo sono domandato. E subito ho riflettuto su tutti i jumpscare più jumpscare della mia vita. E non erano mica tutti horror, sapete? Ho pensato ad esempio a numerosi film d’animazione: quanto dev’essere stata spaventosa per l’epoca una scena cupa cupissima come quella iniziale del bosco in notturna quando Biancaneve vi fugge terrorizzata a morte e intorno a sé le pare di vedere al posto di alberi e rami e fogliame mostri e creature che la braccano in quello che è il primissimo classico Disney della Storia? L’anno era il 1937 e il film «BIANCANEVE E I SETTE NANI». O ancora l’arrivo dell’enorme serpentone – detto anche basilisco – nel film «HARRY POTTER E LA CAMERA DEI SEGRETI» (2002), e cioè un film fantasy pensato per le famiglie. Ma che può presentare scene da incubo. Di contro, rivelazione scioccantissima: un jumpscare può anche non avere per nulla a che fare con incubi e spaventi! E qui subito penso a «FRANKENSTEIN JUNIOR» (1974) del sovrumano e maestoso Maestro MEL BROOKS, fra i più strepitosi capolavori di commedia mai realizzati!!! Il Dottor Frederick Frankenstein (no, si pronuncia “Frankenstin”) impersonato dall’immortale GENE WILDER cammina nei sotterranei di un maniero insieme alla sua assistente di laboratorio Inga, interpretata dalla divina e mai troppo celebrata TERI GARR. Ad un certo punto trovano una serie di teste umane in vari stati decompositivi sistemate in fila, e man mano che le esaminano guardandole una ad una, e passando da una faccia più inquietante ad un’altra, la tensione cresce… fino a quando SBAM! Spunta fuori tra quei volti, quello leggendario del gigantesco e monumentale MARTY FELDMAN, interprete di Igor, che pur sbucando all’improvviso come in una sorta di jumpscare, ci fa tutto tranne che spaventare, trasformando quel balzo in poltrona in un momento comico che ci fa piuttosto ridere fino ad aver male alla mascella!

Okay, ora però sarete ancora più confusi: come si fa un jumpscare??? Vi ho raccontato di jumpscare orrorifici così come di quelli presenti in film che non sono dell’orrore, vi ho parlato di jumpscare che non spaventano per niente e di jumpscare che invece ti spaventano per un niente, vi ho citato jumpscare che sono grandi perché preparati e altri altrettanto grandi perché improvvisi… ma, quindi? E qui vengo in chiusura al più paradossale dei paradossi: e cioè a quali scene penso io nell’immediato e istintivamente, non appena sento il termine “jumpscare”. Perché prima di qualsiasi altra scena, sono due i momenti cinematografici che subito vi associo quando odo quella parola. E… udite udite!… non fanno parte di un film horror! Ma come?! A costo di ripetermi, lo dico ancora una volta: il jumpscare non è una tecnica ad esclusivo appannaggio degli horror. Ebbene sì, Care Amiche e Cari Amici, e chissà che forse questi due momenti ai quali penso sempre quando penso a cosa sia un jumpscare, non siano tanto più grandi e spaventosi proprio perché appartengono a pellicole che non sono di quel preciso genere cinematografico che fa del panico e della paura e dello spavento i suoi marchi di fabbrica!
Il primo momento a cui mi riferisco rappresenta una di quelle scene che più mi spaventava da bambino. E son piuttosto convinto che questa cosa non riguardi solo il sottoscritto, ma possa toccare la mia intera generazione, e tutte quelle successive. Il film è il primo capitolo dell’iconica trilogia kolossal fantasy ad altissimo budget di grandissimo successo targata PETER JACKSON: esatto, stiamo parlando de «IL SIGNORE DEGLI ANELLI», e per essere precisi de «LA COMPAGNIA DELL’ANELLO». L’anno era il 2001 quando uscì la pellicola di Jackson, che sognava dalla più tenera età di poter trasporre a cinema l’intero omonimo romanzo di JOHN RONALD REUEL TOLKIEN. Meglio conosciuto come J. R. R. TOLKIEN. Non era stato facile, soprattutto considerando quanto avrebbe dovuto stanziare la produzione per poter rendere il sogno di Jackson realtà, ma alla fine ce l’aveva fatta, un film era uscito, e fu un successone epocale senza precedenti, che gli consentì di realizzare gli altri due capitoli riscrivendo la Storia del Cinema, e della Narrativa tutta. Ma al di là di quello che ognuno di Noi può sapere in merito all’iconicissima trilogia jacksoniana, il punto è che il film in questione pur essendo un fantasy, presenta uno spavento così forte, così grande, così spaventoso, da risultare per me uno dei jumpscare più riusciti e pazzeschi e folli di tutta la Storia del mezzo cinematografico. Prima è tutto tranquillo, normale, sereno. L’hobbit Bilbo Baggins sta parlando con suo nipote Frodo e gli chiede di poter vedere l’oggetto protagonista di tutta la saga: l’Anello. Lo vuole vedere solo un’ultima volta. Glielo chiede con quell’adorabile gentilezza da vecchio zio affettuoso e tenero. Frodo però non vuole. E allora quel volto così dolce, in meno di una frazione di secondo, si trasforma in un’atroce maschera mostruosa raccapricciante: occhi spalancati neri come la pece, denti aguzzi vampireschi e quella tremenda espressione agghiacciante sono un trauma. E continuano ad esserlo ancora oggi, ad ogni visione. Naturalmente l’immancabile inquietantissimo accompagnamento sonoro completa il quadro terrificante. Ancora adesso, pur sapendo benissimo che sta per accadere, risulta terrorizzante per i più. Torna tutto quello che dicevamo prima in merito al jumpscare, alla sua improvvisa inaspettatezza brusca e repentina. È proprio perché è così improvviso e imprevisto che risulta tanto più grande. Ma allora, mi chiedo io, se così stanno le cose, perché anche nel momento in cui sai benissimo quel che sta per capitare… ti spaventi ugualmente? E anzi, anche più di prima? Se il segreto del jumpscare è nel suo essere così inatteso, una volta che sai e te lo attendi, dovrebbe perdere tutta la sua potenza, no?

Giungo dunque al motivo per cui sopra ogni altro ho scritto questo articolo. Lo dichiaro fin dal titolo. Abbiamo parlato dello jumpscare, della sua storia, della sua funzione, pure del primo mai realizzato. Ma questo mio articolo non s’intitola: «Il primo jumpscare della Storia del Cinema». Qui si parla del «più grande e spaventosissimo». Almeno, secondo me. Il mio preferito in assoluto. E ora che però arrivo alla fine di questa mia cavalcata, sapete che non so che dire tanta è l’emozione? Proprio perché io sapevo che sarebbe arrivato questo momento, ora che arriva quasi ci arrivo senza parole, perché terrorizzato all’idea di non parlarne bene. E sapete perché questo accade? Perché:
È proprio quel che sei certo succederà che più ti fa spavento. Perché lo “Sbam!” improvviso che arriva senza essere atteso ti sorprende, e sorprendendoti ti spaventerà anche, chiaro. Ma lo “Sbam!” che invece sai benissimo giungerà, e non puoi fare altro che aspettarlo, quello è terrore vero. Spaventare è un’azione che si consuma nello spazio di un “Buuu!”. Ma far paura è ben diverso che spaventare, è anzi un’azione molto più grande. Far paura significa fartelo attendere quello “Sbam!”. Magari ti potesse essere gettato sul muso in piena faccia subito, così da non pensarci più! E invece aspettandotelo, non farai altro che pensarci. Come l’attesa del piacere è essa stessa piacere, così l’attesa del terrore è essa stessa terrore. Sapere che l’orrore arriverà, non fa altro che accrescerlo a dismisura e renderlo grande, a dismisura, sempre di più, immenso, incommensurabile, eterno ed infinito.
«MULHOLLAND DRIVE» del 2001 è giustamente considerato tra i più mastodontici capolavori che Essere Umano abbia mai realizzato. Al cinema o da qualsiasi altra parte. A farlo è stato il compiantissimo Maestro DAVID LYNCH, tra i miei più grandi idoli ed eroi. Mi manca moltissimo. Io lo amo, ha cambiato la mia esistenza, e lo ha fatto anche attraverso questa meraviglia. Dire ora di cosa parli questo film o cosa voglia essere, non si può. Posso solo dire che sarebbe sbagliato definirlo horror. Forse c’è chi riterrebbe sbagliato quasi definirlo film. È Cinema allo stato puro, comunque. Proprio perché parla di come quello che abbiamo dentro – che sia un sogno o una fantasia o un desiderio, qualsiasi cosa – possa diventare più reale del reale. E ad un certo punto c’è questa scena, LA scena. I protagonisti sono due uomini che mai abbiamo visto prima di quel momento nel film, e sostanzialmente mai più rivedremo dopo. Sono in una sorta di casa della focaccina a far colazione. Uno dei due racconta all’altro l’incubo che ha fatto descrivendoglielo nei dettagli: ci sono loro due, sono in quello stesso locale, ad un certo punto pagano e decidono di andare sul retro, percorrere l’intero cortile retrostante, per avvicinarsi ad un muricciolo da dietro il quale spunta una figura mostruosa. L’idea allora qual è? Verificare se è solo un incubo oppure no. E così lo fanno. E indovinate un po’? Accade tutto quello che è stato raccontato, così come è stato raccontato. Nessun particolare omesso, niente. Figura mostruosa compresa. Esiste un terrore più grande? Secondo me no. Questa perla assoluta di scena, nell’ambito di quella perla più grande che è il film di cui fa parte, prende tutto quello che abbiamo finora detto sullo jumpscare, sul fatto che dev’essere inaspettato, che forse il suo segreto è nella sua repentina inaspettatezza improvvisa, e getta tutto quanto nel cesso rovesciando e ribaltando completamente le cose inscenando uno spavento che ci viene annunciato prima in ogni suo dettaglio per filo e per segno! Ma è proprio in questo che sta il suo segreto, oltre che la ragione che lo rende ai miei occhi “il più grande e spaventosissimo”. Perché sembra che duri un’eternità il momento che parte dall’istante in cui ti viene raccontato tutto e i due decidono di andare a verificare fino a quando non ha luogo effettivamente l’apparizione, un’eternità angosciante, terrorizzante, inquietante, disturbante, straniante, ammorbante, tutti gli -ante che volete non basterebbero a descriverlo. E quindi anche se lo sai, e anzi proprio perché lo sai, e non hai fatto altro che attenderlo, quando il jumpscare arriva… tu da quella poltrona salti, salti al punto da cadere per terra. In una parola, fa quello che ogni jumpscare dovrebbe fare nel momento in cui lo fa: SPETTACOLO.


Nel farvi i miei più augusti auguri di BUON HALLOWEEN, già che dovete essere spaventati e terrorizzati, Care Amiche e Cari Amici, vi auguro quantomeno… di essere spaventati bene!!! In maniera meravigliosa, spettacolare, grande, spaventosa e… perché no?… cinematografica!


A proposito: BUUU!!!








