Gli uomini, piuttosto… strumenti di Dio? — “L’esclusa” (Luigi Pirandello)

DI MIRIAM PAOLETTI

Ne «L’esclusa», Pirandello racconta dell’ingiusta accusa di adulterio, pronunciata dal marito Rocco nei confronti della moglie Marta, e di tutte le sue conseguenze, indirette o dirette, una volta che diviene condanna, complice l’indignazione della società. Da annotare lo sforzo d’una innocente per resistere all’ingiustizia, tentando in ogni modo di risollevarsi da tal fango, di fuggire la fine inevitabile alla quale il giudizio meschino della gente l’aveva, fin da principio, condannata. Infine, considerare il fatto che non si scade nè nell’impresa eroica, dal momento che Marta è pervasa da tutti quei sentimenti impossibili da glorificare o rendere esemplari, e agisce per disperazione, anziché per giustizia, nè nel racconto tragico della paladina innocente perseguitata: Marta rimane innocente pure quando perde l’innocenza.

“Qualcuno ha detto che pregare non è davvero parlare con Dio. È solo riconoscere la disperazione. Gettarsi a terra perché è tutto ciò che puoi fare. Non è diverso dal crepacuore”.

Marta non si confessa perché è innocente. Marta non si pente. Marta non prega. Marta non vuole il perdono.

(Lei e il Signore)

Lei: Non c’è motivo di infliggermi la pena se io stessa vi ho già provveduto. Anzi, vedete bene pure Voi che non c’è motivo di incolparmi ancora, se già io l’ho fatto. Non c’è motivo di marchiarmi a vita, se io, con la pena da me imposta, dimostro il pentimento, e mi allontano, e mi escludo, dalle conoscenze, dalle persone, dalla vita: non mi sono già abbastanza condannata? Ancora, più di così, eternamente? Ma la colpa? Qual è la colpa? Ma non è accanimento colpevolizzare ancora chi ha già riconosciuto? Mi sono già tolta di mezzo da sola, con un colpo solo, mi sono già levata per lasciare il passaggio a chi è, invece, riuscito, a chi continua a vivere ancora, nonostante tutto, nonostante me, e va oltre. Che bisogno c’è di guardarmi ancora così? Con questi occhi? Ancora? Dovrei scendere ancora di più, più di così. Non basta, non è abbastanza questa solitudine, questo dolore meschino, non è già troppo disumano zappare la terra, pulire i cessi degli altri e non respingere i tocchi non permessi, gli sguardi non richiesti? Non è abbastanza? È abbastanza. È abbastanza provare questo ribrezzo.

No, Voi non dite quella parola ch’io penso, non è appropriato. Signore è: mi compatite. Son’io che lo vedo? Forse non è questo che quegli occhi pensano. O no? Vi imbarazzo, Signore? Certamente capisco che a causa della vostra sensibilità morale così spiccata certo non trovate le parole per descrivere una situazione così sgradevole quale la mia, troppo meschina per poter essere detta: manco guardarla, dovrebbe, questa manciata di vita, perché non lineare, perché caduta, persa. Un verme, uno stupido insetto che dovrebbe essere calpestato affinché non insudici neanche per un altro unico istante questa stessa aria che respiriamo entrambi.  

Signore: “Non devi preoccuparti”.

Lei: Non devo preoccuparmi. 

Signore: “Non è sbagliato”.

Lei: Non è sbagliato.

Signore: “Non è deprecabile e neanche vergognoso. Fallire? Mai pensato. Questo non è un fallimento”. 

(Il Signore ora distoglie lo sguardo e arrossisce e si forma quella lieve piega della bocca, le labbra s’increspano e l’angolo un poco si alza. Il Signore vorrebbe ridere)

Lei: Vorrebbe ridere di me. 

Si può ridere di me? 

Il Signore l’ha appena fatto, lievemente, giusto un risolino che rimbomba ora, assordante, immaginato, nella testa. Perché ridere? Si può ridere se è stato fatto tutto quanto poteva essere fatto? Si può ridere di fronte al dolore? Come potevo fare altrimenti, altrimenti che così, con tutto quel fango in testa?

(Lei cade e s’inginocchia ai suoi piedi)

Lei: Signore, glielo giuro, giuro sulla mia stessa anima che non ho mai potuto fare altrimenti. Sempre, sempre, ho sputato tutto il sangue che avevo in corpo, e non è stato mai abbastanza. E allora sono ripartita ancora, di nuovo, mai mi sono fermata, mai arresa, mai demorso, sempre sempre ho lottato, sempre, sempre mi sono massacrata, come espiazione, e più di così non si può fare…

Signore:Mai abbastanza”.

Lei: Sono innocente, Signore, sono innocente! Neppure respiravo! Ho sempre fatto quanto avevo in forza di fare, neppure mi permettevo di respirare l’aria… 

Signore: “Ma non è stato abbastanza”.

Lei: Signore, più di così non ci si può odiare. Più di così, non è possibile escludersi. Più di così. Non si può solo sparire, sprofondare ancora più nel fango o non essere mai esistiti. C’è un punto in cui è troppo. Così è troppo.

Signore, me lo dica, mi dica che colpa, mi dica la colpa: avere paura è la colpa? Rimanere bloccati è la colpa? Non trovare una soluzione, una via per fuggire, è la colpa? Come potevo non avere paura? 

E questo odio, questo cuore secco dove lo metto, ora, mentre continuo a vivere?

Signore, sono innocente.

Signore, esigo di sapere quale sarebbe la mia colpa.

Signore, lei lo sa, lei lo sa, che sono innocente.

Signore, non le chiederò perdono, perché non ho peccato.

“Era stato pure un delitto spezzarle la vita così”.

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