DI DAVIDE PISTARINO
L’arte è sempre stata uno specchio dei mutamenti delle società, e ovviamente il cinema in quanto tale non è esente da tutto ciò.
Se prendiamo in attenta analisi la complessa società americana, e in particolare il rapporto che gli Stati Uniti hanno con il razzismo, tutto ciò attraverso il cinema lo si percepisce.
Prendiamo ad esempio due categorie di cittadini come gli afroamericani e i nativi, che sono due popoli che il cinema ha usato tanto e sui quali nel corso dei decenni la narrazione è cambiata.

Per fare un discorso serio sul tema però bisogna partire dal cinema ritenuto razzista e in questo senso è utile citare il film muto “Nascita di una nazione” di David Wark Griffith. Nella narrazione della pellicola gli afroamericani vengono rappresentati come degli agguerriti stupratori e il Ku Klux Klan come una specie di esercito della salvezza. Nonostante l’epoca, il film fu colpito da numerose critiche e tacciato di razzismo e, per pulirsi la coscienza, Griffith l’anno successivo realizzerà “Intolerance”, una pellicola muta che racconta la fuga degli ebrei dall’Egitto.
I due popoli che probabilmente hanno subito le maggiori stereotipizzazioni dal cinema americano sono stati sicuramente gli afroamericani ma anche i nativi.
I nativi americani venivano spesso rappresentati come i cattivi della storia, si pensi ad esempio ai film western di John Ford come “Ombre Rosse” oppure al mitico “Sentieri selvaggi” dove John Wayne incarna il classico cowboy americano che sfida la cattiveria e la spietatezza dei nativi. Mentre invece i neri erano sempre ignoranti, schiavi o analfabeti. In questo senso forse il personaggio più simbolico è la “Mami” di “Via col vento”, con la sua parlata che è standardizzata ai canoni dell’epoca.

Rappresentazioni di questo genere ovviamente erano figlie dei propri tempi, ma sono molto utili per poter analizzare la storia americana e i mutamenti dentro la società statunitense.
Hollywood ha sempre fatto delle narrazioni stereotipate e le fa ancora oggi. Quello che cambia sono le epoche e Hollywood si adatta a nuovi canoni di racconto, poiché è pur sempre un’industria commerciale che non fa mai le cose senza scopo di lucro. Per questo motivo alcune polemiche che ci sono state in questi ultimi anni anche intorno a “Via col vento”, accusato di essere un film razzista, sono inutili perché non tengono conto del contesto storico nel quale questa pellicola è stata girata e sicuramente per i suoi tempi “Via col vento” non era considerata un’opera discriminatoria verso i neri.
Solo con l’arrivo degli anni ’60 la narrazione cambia sensibilmente con l’uscita di film che affrontano il tema in maniera differente. Tutta una serie di fattori portano a questo cambiamento, in primis la battaglia per i diritti civili alla quale presero parte molte stelle di Hollywood come Marlon Brando e Paul Newman. Storiche sono le foto che li ritraggono partecipare alla marcia su Washington di Martin Luther King.
In generale il tipo di narrazione cambia anche con l’uscita di libri come “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee, che racconta la storia di un’ingiusta accusa di stupro verso un uomo nero, romanzo dal quale poi verrà tratto il classico cinematografico con Gregory Peck, diretto da Robert Mulligan, che diverrà un vero e proprio film di culto, che vede anche la partecipazione di un giovanissimo Robert Duvall.

Ma sarà soprattutto la generazione della “Nuova Hollywood” a creare una nuova narrazione che si pone in antitesi alle regole che venivano imposte dal cinema classico americano, con film come ad esempio “Indovina chi viene a cena” diretto da Stanley Kramer con dei grandi attori quali Sidney Poitier (che è stato il primo attore afroamericano ad avere vinto un Oscar per il film “I gigli del campo”), Spencer Tracy e Katharine Hepburn.
Forse questo è il film maggiormente simbolico sul tema, anche per via della trama, che è molto paradossale per certi versi, dove la Hepburn e Spencer Tracy interpretano una coppia bianca progressista, la quale però sarà riluttante – e in particolare Tracy – ad accettare il fatto che il nuovo fidanzato della figlia sia afroamericano; così come pure la famiglia di lui rifiuta la relazione.
È interessante perché il film racconta chiaramente l’ipocrisia di un certo tipo di borghesia che oggi definiremmo con il termine comune di “radical chic”.
Fatto sta che assieme ad un film come “Il buio oltre la siepe” si può dire che il capolavoro di Stanley Kramer abbia inaugurato un vero e proprio filone di pellicole sul tema, che comprende opere cinematografiche come ad esempio “Il colore viola” di Steven Spielberg e “Mississippi Burning” di Alan Parker.

Un genere che ha visto molti cambiamenti è il western, dove la figura del cattivo nativo viene ribaltata, e forse su certe cose si è un po’ esagerato. Fatto sta che il cinema western cambia radicalmente rispetto ai tempi del cinema classico grazie a film come “Soldato blu” di Ralph Nelson e “Piccolo grande uomo” di Arthur Penn con un grande Dustin Hoffman nella parte del protagonista, uno dei film migliori di questo spaccato di storia del cinema.
Quello che sostanzialmente farà la New Hollywood è distaccarsi dal cinema dei padri, seguendo per molti versi l’ispirazione della “Nouvelle Vague” francese.
Forse il momento nel quale si è visto maggiormente questo cambiamento non è in un film, ma quando Marlon Brando nel 1973 mandò Sacheen Littlefeather, un’attrice nativa americana, a ritirare al suo posto l’Oscar vinto per “Il Padrino”, scatenando le ire del repubblicano John Wayne. Brando fece quel gesto in segno di protesta verso la rappresentazione che vigeva dei nativi dentro gli schemi del cinema hollywoodiano, gesto che sicuramente è entrato a far parte della storia del cinema, anche per la sua grande originalità.

Ma forse il film più emblematico sul tema dei nativi lo realizzerà Kevin Costner vent’anni dopo circa la “New Hollywood”. Stiamo parlando di “Balla coi lupi”, che è forse la rappresentazione storica più onesta dei nativi, dove non vengono mostrati come eccessivamente cattivi ma nemmeno come eccessivamente buoni. “Balla coi lupi” è un vero e proprio kolossal, costruito secondo gli archetipi di Hollywood, infatti non a caso l’attore protagonista è un bellone come Costner, che tra l’altro è pure il regista della pellicola. Si tratta forse del film più noto sui nativi, uscito pochi anni prima di un altro western, “Gli spietati” di Clint Eastwood, pellicola di genere più tradizionale rispetto a “Balla coi lupi”.


Va detto che oggi quando pensiamo ad un film sui nativi americani pensiamo subito a “Balla coi lupi”, perché è la pellicola sul tema che ha avuto maggiore successo sia di critica che di pubblico, consacrando definitivamente Kevin Costner come stella del cinema.
Ancora oggi i film che parlano di razzismo hanno una loro popolarità. Basti pensare che negli ultimi quindici anni sono usciti lungometraggi come “The Help”, “Selma”, “Django Unchained” e “12 anni schiavo” che seppur attraverso trame diverse affrontano tutti lo stesso tema.
In conclusione si può dire che forse nel contesto americano il cinema che affronta come tema sociale il razzismo ha sempre avuto successo perché elabora un problema reale che nella società statunitense esiste ormai da secoli. Tutti i film che sono stati elencati hanno un chiaro denominatore comune: Fanno vedere quanto gli Stati Uniti siano un Paese duro con molti problemi sociali. Con questo tipo di film gli americani si mettono in un certo senso a nudo davanti al grande schermo, sul quale non portano avanti la solita autocelebrazione del loro Paese, ma mostrano gli enormi problemi che lo caratterizzano.


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