DI SARA MORENA

Il film forse più famoso di Miyazaki, vincitore dell’Orso d’oro di Berlino e il primo dello Studio Ghibli ad aver vinto il premio Oscar, che il regista si rifiutò di ritirare come forma di protesta, iniziato a girare tre anni dopo Principessa Mononoke nel 2000 e uscito nel 2001. È il film che ha definito il carattere onirico dei film di Miyazaki, ispirato al romanzo La città incantata al di là delle nebbie di Sachiko Kashiwaba. Una storia che ci accompagna in un mondo di meraviglia e sogno, la cui trama è affine a quelle di Alice nel paese delle meraviglie e Il mago di Oz, che racconta la storia di una bambina di dieci anni sperduta in un mondo parallelo che deve salvare i suoi genitori da una maledizione e tornare nel mondo reale. È un’altra delle opere la cui realizzazione fu impegnativa e fece sfiancare tutto lo staff dello Studio Ghibli e Miyazaki stesso. Lo scopo della produzione era di creare un film che potesse piacere ai bambini di dieci anni, dato che fino ad allora i protagonisti erano spesso stati ragazzini e adolescenti.

Il punto di inizio per la realizzazione di La città incantata (in originale Sen to Chihiro no kamikakushi: La sparizione causata dai kami di Sen e Chihiro) fu il romanzo di Kashiwaba. La trama del libro vede una ragazzina di nome Rina che viene mandata in vacanza dal padre in una città sconosciuta, e che viene accolta nella casa di un’anziana severa che piuttosto che ospitarla la fa lavorare. Le basi della trama del romanzo vengono riprese nel film, ma gli eventi vanno in tutt’altra direzione, anche il nome della protagonista viene cambiato. Inizialmente, però, la trama doveva avere un villain, che doveva essere la strega Yubaba, che viene spodestata da Chihiro e Haku, ma in seguito la storia divenne il racconto della formazione e della maturazione della protagonista che affronta diverse prove prima di poter salvare i genitori e tornare nella realtà. A cambiare le cose fu l’introduzione del noto personaggio del Senza-Volto, che divenne la mascotte del film.

Come il suo predecessore, La città incantata riscosse un enorme successo, i motivi sono molteplici. Il primo è l’aspetto onirico, per cui veniamo immersi in un mondo incantato dove ogni cosa è possibile, e ogni elemento di esso è realizzato con colori sgargianti, in contrasto con il grigio del mondo reale. Il mondo reale è quello a cui si contrappone Miyazaki, rivolgendo una pesante critica al Giappone moderno, il quale ha completamente perso il suo valore spirituale ed è diventato una realtà consumista, materialista e piena di avidità. La critica viene posta attraverso la famiglia di Chihiro, i cui genitori sono degli irresponsabili che non prestano attenzione alla figlia, il papà si vanta della sua quattro ruote, la madre è fredda e passiva, e infine Chihiro è una bambina viziata e rimbambita incapace di destreggiarsi nel mondo che la circonda. La protagonista è quindi completamente diversa dalla precedenti eroine Miyazakiane. In Principessa Mononoke, San è già meno archetipica come personaggio femminile, perché è aggressiva e piena di rabbia, ma mantiene ugualmente un certo valore. Chihiro, invece, è inizialmente debilitata, secondo Miyazaki lei è la rappresentazione dei bambini delle generazioni moderne che preferiscono passare più tempo in casa, intontiti dalla televisione, piuttosto che giocare all’aperto.

Altrettanto molteplici sono le possibili interpretazioni che sono state date al film. Si sostiene che sia una critica alla prostituzione, vedendo nel tentativo del Senza-Volto di comprarsi l’affetto di Chihiro un’allusione sessuale. Ma è altresì vero che i bagni termali del film sono anche una rappresentazione dello Studio Ghibli, la quale vuole che Yubaba sia l’alter ego di Suzuki perché egli, nello svolgere il suo lavoro per la casa, si assenta spesso per delle commissioni come fa la strega, e Kamaji sarebbe invece l’alter ego di Miyazaki, poiché entrambi rivestono un ruolo importante, senza loro né le terme né lo studio esisterebbero. Miyazaki può anche essere rappresentato da Yubaba stessa, ma anche dalla sorella gemella Zeniba. Le due donne mostrano i due lati della personalità del regista, il quale tende spesso ad arrabbiarsi come Yubaba, ma in seguito si scusa, svelando il suo lato gentile, rappresentato da Zeniba. Quest’ultima riprende anche la figura materna miyazakiana, dimostrandosi amorevole con Chihiro e i suoi amici, proprio grazie alla sua gentilezza la donna impartisce alla bambina una lezione importante, facendole acquisire maggiore consapevolezza di sé e aiutandola a compiere la sua maturazione. Le insegna che i ricordi fanno sempre parte di noi, anche se non sempre li ricordiamo consciamente.

Il film vale anche come metafora psicologica, se il viaggio di Chihiro nel mondo degli spiriti viene inteso come un’esplorazione dell’inconscio. Il passaggio nel tunnel che conduce la bambina e i genitori nell’altro mondo è l’inizio non soltanto di un viaggio nell’ignoto, ma anche nelle profondità della mente, nell’inconscio dove nascono tutte le pulsioni che non conoscono limiti e rompono tutti gli schemi della realtà. Attraverso questa metafora Miyazaki invita gli spettatori a guardare dentro sé stessi e a riscoprire la propria dimensione spirituale, rimasta sepolta dal materialismo del mondo moderno, ci invita a riscoprire la nostra identità, plasmata dal consumismo che ci ha spinti a desiderare sempre di più, dimenticandoci cosa desideriamo davvero. La perdita dell’identità è rappresentata dal momento in cui Yubaba, assumendo Chihiro per lavorare nelle terme, si appropria del suo nome, lasciandole solo il carattere di Chi chiamandola Sen (il carattere giapponese con cui si scrive “chi” da solo si legge “sen”). Grazie al suo legame con Haku, Chihiro riesce a ricordarsi del suo nome e far recuperare anche a lui la memoria del suo, liberandolo dalla schiavitù nei confronti di Yubaba. La consapevolezza dei ricordi che fanno sempre parte di lei aiuta la bambina a vedere la realtà con occhi nuovi e con una visione più ampia. Inoltre, il ricordo del legame con Haku le fa rinascere la fiducia nel prossimo e impara che rapportarsi col mondo non vuol dire evitarlo.

Oltre a questo materialismo Miyazaki critica anche l’inquinamento dei paesaggi naturali, riprendendo la sua affinità con la natura, tramite il personaggio dello spirito putrido, ricoperto di fango e letame, che in seguito, grazie all’aiuto di Chihiro che lo purifica, si rivela essere il sommo nume di un fiume. La scena in cui Chihiro purifica il nume è uno dei momenti più iconici e grotteschi del film, perché l’arrivo del nume trasformato in uno spirito putrido mette in subbuglio tutte le terme di Yubaba, creando un enorme disagio a causa della sua puzza. Nel tentativo di purificarlo, Chihiro si sporca dalla testa ai piedi e combatte con tutte le sue forze per non finire sopraffatta dal cattivo odore e infine viene premiata per il suo operato, cominciando a responsabilizzarsi.

Non da meno è anche una delle scene iniziali del film, quella in cui i genitori della protagonista, dopo essere passati dall’altra parte del tunnel, trovano un bancone pieno di cibo invitante che iniziano a mangiare senza porsi nessuna questione. Non si chiedono se possono concederselo, né temono di essere sgridati dai cuochi come li avverte la figlia, convinti di poter pagare in seguito, e cominciano ad ingozzarsi come dei maiali, diventandolo per davvero davanti alla bambina inorridita. Anche qui Miyazaki critica l’avidità della società consumista. La trasformazione in maiali dei genitori ci fa quasi pensare a Circe, con il regista che non nasconde nessun intento di rievocare l’Odissea come ha fatto per Nausicaä.

La città incantata è uno dei migliori film di Miyazaki e dello Studio Ghibli. Un’opera dove si mescolano fantasia e psicologia, offrendo degli spunti di riflessione che sono ancora attuali.




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