DI LUCA ELETTRICO
La scienza si fa, e poi bisogna comunicarla. Da qualche tempo, ciò è diventato chiaro al mondo della ricerca, che sta cercando di aprire le porte dei suoi laboratori per affacciarsi ad un pubblico più vasto. La comunicazione della scienza, infatti, è una disciplina che si sta facendo largo tra le file delle professioni del futuro: non solo abili ricercatori che – mani in pasta – producono nuova conoscenza, ma anche esperti divulgatori che la rendono accessibile e fruibile da parte di tutti.
I mezzi di comunicazione della scienza sono molteplici: dai giornali ai social, passando per musei e scuole. Ma esistono occasioni di incontro dal vivo in cui adulti e bambini possono toccare con mano i frutti del lavoro degli scienziati: i festival della scienza. Si tratta di grandi eventi che forniscono opportunità di mostrare i traguardi dell’innovazione alla cittadinanza, ma anche di fermarsi a riflettere sulle direzioni che la scienza prenderà nel futuro. In Italia ne sono nati diversi, dedicati a temi svariati: il Festival della Scienza di Genova è l’esempio più emblematico e rodato di questo tipo di eventi. Si svolge ogni anno in maniera diffusa in vari luoghi della città, e accoglie numerosi visitatori, nonché una schiera di giovani animatori ed educatori appassionati.
In queste righe vi porto la mia esperienza da “inviato speciale” per Mercuzio and Friends al Trieste Next – Festival della Ricerca Scientifica, tenutosi nella omonima città dal 26 al 28 settembre scorsi.

Come suggerisce il nome dell’evento, l’attenzione è rivolta al territorio: Trieste, Città della Scienza e frontiera tra vecchia e nuova Europa. L’intento è di valorizzare l’identità della città che si propone come polo di ricerca e innovazione. Un concetto ribadito anche dalla parola “Next”: lo sguardo è rivolto al futuro, alla direzione che prenderà la ricerca scientifica. Tra le vie della città del vento si respira davvero aria di novità e cambiamento. D’altronde, Trieste si è distinta storicamente per la sua apertura verso mondi nuovi, incluso quello della comunicazione scientifica.
Per citare il sito web del Festival: “Trieste Next è un osservatorio dove trovano visibilità ricerca applicata e nuove tecnologie, un laboratorio di idee concrete e soluzioni pratiche per accrescere il benessere delle comunità e la competitività delle aziende”. Doveroso è anche il riferimento alla vocazione imprenditoriale di questo Festival: “Il trasferimento tecnologico è un fattore chiave per la competitività delle imprese. Senza ricerca e innovazione non c’è crescita e non c’è sviluppo economico”.
L’evento è organizzato con cadenza annuale nel capoluogo triestino, promosso da Comune di Trieste, Università degli Studi di Trieste e Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia. Gli spazi espositivi e i talk si trovano nella splendida piazza Unità d’Italia, di fronte al mare, e proseguono per le vie e gli edifici storici della città. Le attività sono aperte al pubblico, anche gratuitamente, ma prevedono corsie di accesso preferenziale per chi, come il sottoscritto, partecipa in qualità di studente iscritto all’Academy, un’occasione di scambio e networking tra pari.

Ogni anno viene scelto un tema a cui dedicare la manifestazione. L’edizione appena conclusa, dal titolo “La Vita Dentro. Dialoghi tra scienze e tecnologie”, si è posta l’obiettivo di esplorare il rapporto tra scienza e società e il ruolo delle tecnologie nel ridefinire la nostra vita. Ambizioso, ma estremamente interessante. Soprattutto per chi come noi – cari Lettori – ama creare connessioni tra Scienza, Cultura e Umano.
I temi affrontati spaziano dalle applicazioni mediche delle scoperte biotecnologiche alla sicurezza informatica, ruotando intorno a quello che possiamo definire il tema dell’anno: l’intelligenza artificiale. In che modo le innovazioni tecnologiche stanno delineando nuove opportunità? Quali le implicazioni etiche, economiche e sociali dei progressi scientifici? Domande lecite, forse ormai in ritardo rispetto alla strada già intrapresa da alcune linee di ricerca, ma che è comunque essenziale analizzare.
Tra le diverse conferenze a cui ho assistito, alcune hanno lasciato un segno particolare nel mio immaginario. Vi riporto qui di seguito le mie impressioni, consapevole che si tratta di semplici spunti: se siete interessati all’argomento più in dettaglio, mettiamoci in contatto!

Ti senti allodola o gufo? Questi due termini sono impiegati nell’ambito della psicologia cognitiva per distinguere le persone che prediligono una sveglia presto al mattino (allodole) rispetto a coloro i quali si sentono più a loro agio in attività serali (gufi). È chiaro il riferimento alla sfera del sonno, una delle attività più importanti per il nostro benessere fisico e mentale. Tra l’altro, proprio il sonno va incontro a profondi cambiamenti con l’avanzare dell’età. Invecchiare, si sa, porta con sé numerose conseguenze, incluso il declino cognitivo e la perdita di memoria. Ma se vi dicessi che esiste un modo per promuovere un invecchiamento attivo? La scienza dimostra che alcune semplici abitudini possono favorire un ritardo nella comparsa di disturbi legati all’età: svolgere attività fisica, coltivare il nostro benessere psicofisico con attività che stimolano la creatività, e così via. Sembrerà banale, ma la ricerca ha le prove che tutto ciò funziona davvero. E la stessa ricerca ci svela che siamo condizionati da numerose false credenze sulla vecchiaia. Non è vero che siamo condannati ad una degenerazione fisica e mentale inesorabile. Le attività che svolgiamo servono a costituire una cosiddetta riserva cognitiva, cioè un tesoretto di risorse che mettiamo in campo in età avanzata in caso di difficoltà. Più risorse accumuliamo (anche da vecchi), e migliore sarà il nostro recupero. ‹‹Si inizia ad invecchiare da giovani››, lo slogan non rassicurante, che ci indica però la via. Prima si comincia, meglio si previene. Ma anche l’impegno profuso da anziani è utile in questa direzione. La popolazione italiana (e non solo) sta diventando sempre più vecchia, e questi temi ricopriranno un ruolo cruciale nelle società del futuro. Gli studi in questo settore si rivelano essenziali per un mondo sostenibile, anche quando necessiteremo di un bastone per reggerci in piedi.
Circa 2 milioni di persone in Italia sono affette da malattie genetiche senza diagnosi accertata. Se ne contano quasi 10 mila, di queste malattie! Non stiamo parlando di malattie rare, ma di patologie di cui non si conosce nemmeno la causa. Una cura esiste solo per il 10% di questi pazienti, molti dei quali in età pediatrica. Questi dati suggeriscono che la clinica, da sola, non basta: è necessario un dialogo stretto con la ricerca di base in genetica medica, volto a scoprire le cause di queste condizioni patologiche. L’Italia è in prima linea su questo fronte, con fondazioni quali Telethon che promuovono programmi di studio proprio per sbloccare questa impasse. Le malattie genetiche rare e senza diagnosi certa impongono un cambio di paradigma nel panorama della ricerca scientifica: rendono indispensabile la cooperazione internazionale, a discapito della competizione individualistica dei singoli gruppi di ricerca. Un’unione di forze per affrontare un problema sempre più emergente: con l’invecchiamento della popolazione, soprattutto maschile, si sta osservando infatti un incremento dei casi di disturbi del neurosviluppo infantile. Capite come sia tutto collegato? Scienza, società, politica. Tuttavia, più ci addentriamo nel nostro DNA e nei suoi difetti, più scopriamo di essere ignoranti. C’è ancora molto da comprendere, e non è un’impresa facile. L’intelligenza artificiale potrà aiutarci ad accelerare queste scoperte, ma l’interpretazione spetta sempre a noi.
L’essere umano è geniale. In soli 400 anni di metodo scientifico, siamo stati capaci di inventare strumenti e tecnologie per osservare il mondo con nuovi occhi. Ad esempio, le lenti dei telescopi e dei microscopi. Dai tempi di Galileo Galilei abbiamo fatto molti passi avanti, fino ad ottenere nel 2018 la lente perfetta. Ma se vi dicessi che la natura, nei suoi milioni di anni di evoluzione, era già riuscita a farlo, e anche meglio? I trilobiti, animali preistorici vissuti nel Paleozoico (circa 250 milioni di anni fa), possedevano già dispositivi simili. E perdipiù erano anche biodegradabili! La natura è un serbatoio inestimabile di brevetti tecnologici: la biodiversità che osserviamo oggi, infatti, non è altro che il risultato di esperimenti naturali che hanno costituito un prezioso bagaglio di conoscenze chimiche e biologiche. Spetta a noi scoprirle e prenderle in prestito per una vera rivoluzione economica e culturale. Per milioni di anni, gli organismi viventi hanno dovuto affrontare i nostri stessi problemi: l’unica differenza, hanno avuto molto più tempo per affinare le loro soluzioni. Dalle nanotecnologie alla farmacologia, siamo invitati a prendere spunto da queste conoscenze biotecnologiche e farne uso per una vera economia circolare. Serve smontare pezzo per pezzo la nostra visione antropocentrica ed iniziare a vedere la natura come saggia maestra. Per comprendere tutto ciò, però, è necessaria una contaminazione continua tra discipline scientifiche: uscire dal proprio schema di nicchia e dialogare tra chimici, biologi, geologi e… qualunque altra forma di conoscenza della realtà.

Nel complesso, il Trieste Next 2025 si è posto l’obiettivo di non demonizzare la tanto discussa intelligenza artificiale, evidenziandone le qualità e le sfide. Al contempo, propone di preservare e affinare anche l’intelligenza naturale dell’essere umano, al fine di integrare tutte queste conoscenze verso un futuro più sostenibile e di progresso. Da questa esperienza mi porterò a casa un senso di inquietudine, ma anche di fiducia nel futuro delle nostre società. Perché ne ho avuto la prova: come specie, siamo capaci di spingerci oltre i nostri limiti, e di cogliere – seppur in modo effimero – ciò che anima la Vita Dentro. Serve responsabilità, ma anche un briciolo di follia per andare oltre i propri confini. Consiglio a tutti voi – cari lettori – di partecipare a questo, o altri simili eventi. È non solo una valida occasione di networking, ma apre anche un prezioso spiraglio di speranza e ottimismo nei nostri tempi duri.

Saluto Trieste con affetto, certo di tornarci presto per nuove avventure.
Alla prossima!




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