Another Side, capitolo 11: Principessa Mononoke

DI SARA MORENA

Esce nel 1997 ed è considerato uno dei più grandi capolavori di Miyazaki e dello Studio Ghibli. Negli adattamenti occidentali è stato sottoposto a diversi doppiaggi. In Italia il primo di questi doppiaggi, dell’anno 2000, si presenta pieno di censure con sfumature disneyane, curato da Gualtiero Cannarsi. Il secondo risale al 2014 commissionato da Lucky Red e curato sempre da Cannarsi con meno censure e maggiore fedeltà al doppiaggio originale, ma viene tuttavia criticato da molti a causa della traduzione eccessivamente letterale. Molte delle espressioni usate nel secondo doppiaggio si dimostrano inappropriate e poco scorrevoli, fra cui chiamare i lupi “cani selvatici” e lo shishigami “dio bestia”. A seguito di tutte queste critiche, questo stesso anno è uscito al cinema il secondo ridoppiaggio, realizzato ancora da Lucky Red, usando dei termini più fluidi ma mantenendo la fedeltà alla versione giapponese. Si tratta comunque di un film che è stato oggetto di intenso studio e lavoro, e che ha segnato una svolta nella vita di Miyazaki.

Dopo aver terminato Porco Rosso, e concluso il manga di Nausicaä della Valle del Vento, durante la produzione di I sospiri del mio cuore Miyazaki e Suzuki stavano già discutendo del successivo film da realizzare. Una prima idea verteva su Kemushi no Boro (Boro il bruco), che raccontava la storia di un bruco che cercava di trasferirsi da un albero all’altro. L’idea però non fu pratica per montarci un film, e dunque i pensieri del regista si orientarono su un altro progetto su cui Miyazaki meditava da anni: Principessa Mononoke. Inizialmente la storia doveva parlare di una ragazza disprezzata dal padre che viene data in sposa a un demone. In principio Miya fu scettico sulla possibilità di realizzare un film dedicato al personaggio di San no hime (il nome della principessa), ma il progetto fu tuttavia portato avanti perché l’idea di partenza era idonea per l’aspirazione del regista di realizzare un film d’azione, perché l’avanzare dell’età non glielo avrebbe più permesso. Era anche necessario dare vita ad un film che sarebbe stato storico per lo Studio Ghibli, il quale si stava affermando come produttore di film di successo. Così nell’agosto del 1994 i preparativi per Principessa Mononoke cominciarono a tutti gli effetti.

Gli spunti adatti ai tempi che correvano furono difficili da trovare. Miyazaki doveva dare vita a qualcosa di nuovo, e per farlo doveva rivisitare i concetti che avevano caratterizzato i suoi film precedenti. Furono realizzate diverse tavole e persino un libro illustrato, ma quel che ne venne fuori non fu sufficiente per rendere concreta l’idea di un film straordinario. La trama iniziale che era stata pensata anni prima non era più adatta ai nuovi tempi. La trama cambiò dunque direzione. Il nuovo spunto prevedeva l’ambientazione nel Periodo Muromachi (1336-1573) del Giappone, un’epoca di disordini e sconvolgimenti che avrebbero portato il Paese a vivere una nuova realtà, gli stessi sconvolgimenti che il mondo reale stava attraversando negli anni ’90 e che avrebbero portato al XXI secolo. Si puntò verso un dramma storico di azione e avventura che raccontava la guerra fra l’uomo e la natura e in cui erano protagonisti una ragazza allevata dai lupi e un ragazzo afflitto da una maledizione.

Il reale protagonista di questi eventi è Ashitaka, perciò si pensò di dover intitolare il film La leggenda di Ashitaka, ma venne lasciato Principessa Mononoke perché in quell’epoca nel mondo dell’animazione andavano di moda le principesse, e anche per non dover sempre mettere nei titoli dei film di Miyazaki la preposizione “no”, in italiano preposizione del complemento di specificazione (Kaze no tani no Naushika/Nausicaä della Valle del Vento, Tenkū no shiro Rapyuta/Laputa Castello nel Cielo, Tonari no Totoro/Il mio vicino Totoro, Majo no takkyūbin/Kiki, consegne a domicilio, Kurenai no buta/Porco Rosso). Le vicende raccontano quindi la storia di Ashitaka che, dopo aver abbattutto uno spirito cinghiale trasformato in tatarigami, viene toccato dalla sua maledizione. Dopo aver subito il colpo, il ragazzo emishi si dirige verso ovest in cerca di una cura per la propria maledizione mortale e giunge alla Città del Ferro, governata dall’ambiziosa Eboshi, una donna senza scrupoli che, pur di far prosperare il proprio potere, è pronta a sfidare anche i numi della foresta che cercano di ostacolare il disboscamento attuato dagli umani. In questo conflitto, Eboshi è presa di mira dagli spiriti lupo di Moro, una lupa che ha allevato come figlia adottiva l’umana San, di cui Ashitaka s’innamora.

Rispetto ai precedenti lavori di Miyazaki, Principessa Mononoke risulta molto più maturo, perché pone delle questioni difficili e non lascia un finale con problemi risolti. Il film stesso si propone di trasmettere la complessità della realtà di fronte ai problemi che non possono essere risolti. Fino ad allora Miyazaki aveva presentato dei finali che lasciavano comunque delle soluzioni. Ma ai problemi che vengono posti da Principessa Mononoke non c’è alcun reale rimedio, se non quello di andare avanti nonostante tutto. La natura rinasce, ma lo shishigami protettore della foresta muore, e San, malgrado ricambi l’amore di Ashitaka, non può accettare di vivere con gli umani, e dunque il loro amore rimane incompiuto. Nel film non c’è neanche un reale villain, anzi, in verità l’unico personaggio buono è Ashitaka, mentre tutti gli altri sono pervasi dall’odio e dal rancore, sia gli umani della Città di Ferro, che intendono sottrarre il bosco ai numi, sia gli stessi numi della foresta che vogliono vendicarsi degli umani. Nessuno dei personaggi interpreta il ruolo del cattivo, in ogni caso, perché in entrambi i fronti essi presentano diversi lati di personalità. Eboshi, nonostante sia ambiziosa e pronta a tutto, è tuttavia una persona generosa che ha dato un posto in cui vivere a ex prostitute e alle persone toccate dalla stessa maledizione di Ashitaka. Anche Moro, nonostante sia accanita contro Eboshi e non le dimostri nessuna pietà, e induca la figliastra a sposare la sua stessa causa, ha tuttavia un lato amorevole, perché lascia a San la possibilità di vivere con Ashitaka.

Anche la visione che lascia il film non si risparmia. Non c’è nulla di ottimistico negli eventi raccontati dal film. Miyazaki presenta un mondo maledetto che sembra non avere alcuna speranza, e che porta lo spettatore a interrogarsi se l’uomo ha davvero diritto a continuare ad esistere in una realtà che lui stesso ha distrutto. Principessa Mononoke è uno dei film più pessimisti di Miyazaki, nemmeno la natura viene più esaltata in modo positivo, non più come una realtà idilliaca, ma viene presentata nel suo essere crudele e vendicativa. Non da meno è anche la presenza di violenza esplicita, per la quale si è molto discusso se fosse il caso di far vedere il film ai bambini. Miyazaki sosteneva che il suo intento fosse quello di spiegare il mondo degli adulti ai bambini, fargli rendere conto di quanto è complessa la realtà.

Principessa Mononoke rimane indubbiamente un capolavoro, proprio per la sua capacità di raccontare la complessità della realtà e del mondo adulto. Non risponde a nessuna aspettativa, eppure è in grado di lasciare un segno nello spettatore, inducendolo a riflettere e a rendersi conto di quanto sia difficile creare e mantenere la pace, e che esistono problemi a cui non si può porre rimedio, ma d’altra parte facendogli comprendere che i più comuni problemi possono sempre essere risolti.

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