DI FRANCESCA SPINA
Benvenuti a “Le pergamene incantate di Francesca la Maga”: la magica rubrica che la più magica delle Mercuziane sceglie di dedicare alla magica meraviglia dell’incanto della creazione artistico-narrativa attraverso la quale si può partendo dal niente arrivare a creare, forgiare, portare in vita – come per mezzo di una magia – personaggi fantastici che prima esistevano solo nel suo immaginario e renderli veri, autentici, reali, tangibili, esistenti davanti ai nostri stessi increduli occhi… in che modo? Unendo l’Amore per lo Storytelling e la Narrativa all’Arte del confezionare illustrazioni realizzate interamente attraverso l’ausilio della tavoletta grafica e vere al 100% (NIENTE intelligenza artificiale in questo caso, ma solo tanto lavoro e tanto impegno e soprattutto tanta passione), la Magica Francesca la Maga rende quelle fiabe realtà e la realtà fiaba, recando nuova Bellezza in questo Mondo, il quale riteniamo abbia bisogno come non mai di essere più bello.

Nel cuore del firmamento, dove le costellazioni respirano come fiori e il tempo scorre in petali di luce, sorgeva il Santuario in Fioritura Cosmica. Era un luogo che non apparteneva né al cielo né alla terra, ma al fragile spazio tra ciò che è perduto e ciò che può ancora rinascere.
Lì giunse Aurelia, l’angelo caduto dal volto dolce e dalle ali ancora splendenti, sebbene incrinate da una colpa che non ricordava più. Camminava tra le rose astrali, fiori che sbocciavano da vene di luce e diffondevano un profumo che sapeva di memoria e perdono. Ogni passo faceva vibrare il terreno cristallino come se il santuario stesso riconoscesse la sua presenza.
Aurelia si inginocchiò al centro del giardino, dove un antico glifo stellare pulsava come un cuore. Le sue mani tremavano: temeva che il cielo l’avesse abbandonata per sempre. Ma quando sfiorò il glifo, una corrente dorata la avvolse, sollevando i suoi capelli come fili di sole.
Il santuario parlò.
Non con parole, ma con un canto di luce che le attraversò il petto, ricucendo le crepe delle sue ali. Le rose cosmiche si aprirono tutte insieme, come se salutassero il suo ritorno. Aurelia comprese allora la verità: non era stata punita. Era stata mandata lì.
Per ricordare chi era.
Per scegliere chi sarebbe diventata.
E mentre la sua spada dorata si illuminava accanto a lei, Aurelia si alzò. Non più caduta. Non ancora ascesa.
Ma rinata.
Epilogo
Molto tempo dopo, quando il santuario tornò a tacere, una sola rosa rimase in fiore al centro del glifo. Una rosa pallida, luminosa, che non appassiva mai.
Si dice che chi la trova possa vedere, per un istante, l’ombra di un angelo inginocchiato, con le ali aperte e lo sguardo rivolto verso un cielo che non teme più.
E si dice anche che, da quel giorno, ogni volta che una stella cade, non è una perdita.
È un ritorno.
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