DI ROCCO DE GILIO
La figura di Antonio Segni, destinata a incidere profondamente nell’architettura istituzionale della Repubblica Italiana, trae le proprie origini da un lignaggio di antica nobiltà sarda, ascritto al patriziato genovese sin dall’anno 1752. Discendente di Celestino Segni e Annetta Campus, si plasma attraverso un cursus honorum accademico e civile di rarissimo rigore dottrinale. Formatosi presso il Liceo classico Domenico Alberto Azuni di Sassari, lo studente Segni conseguì il titolo accademico in Giurisprudenza nell’anno 1913, prestando successivamente servizio in qualità di ufficiale di artiglieria durante il primo conflitto mondiale, esperienza che ne temprò il carattere prima dell’adesione organica al Partito Popolare Italiano, avvenuta contestualmente alla fondazione sturziana del 1919 e culminata con la nomina a consigliere nazionale del medesimo sodalizio politico nel biennio 1923-1924. Con il mutamento del quadro costituzionale e l’ascesa del regime fascista a seguito delle consultazioni elettorali del 1924, Segni operò una scelta di prudente ma fermo distacco dall’agone politico attivo, rifugiandosi in un approfondimento scientifico di altissimo profilo presso l’Università di Roma, ove, sotto il magistero del celebre processualista Giuseppe Chiovenda e in costante confronto con Piero Calamandrei, affinò quegli strumenti tecnico-giuridici che ne avrebbero fatto uno dei massimi esperti di diritto processuale civile del Paese. Tale eccellenza dottrinale si tradusse in una prestigiosa carriera di docenza che lo vide titolare di cattedra presso gli atenei di Perugia nell’anno 1920, di Cagliari nel 1925 ove ricoprì altresì la carica di preside di facoltà e di Pavia nel 1929, prima del definitivo ritorno presso l’Ateneo di Sassari a partire dal 1930; in quest’ultima sede, Segni assunse responsabilità di gestione straordinaria in qualità di commissario tra il 1943 e il 1945, per poi essere elevato alla dignità di Magnifico Rettore dal 1946 al 1951, periodo durante il quale guidò la ricostruzione morale e materiale dell’istituzione universitaria nel passaggio dalla monarchia alla repubblica. La sua parabola accademica trovò infine la sua naturale consacrazione presso l’Università “La Sapienza” di Roma, dove detenne la cattedra di procedura civile dal 1954 sino al 1961, consolidando un profilo di giurista puro la cui autorevolezza scientifica avrebbe costituito la base imprescindibile per il suo successivo impegno legislativo e per l’esercizio delle più alte funzioni di garanzia costituzionale al vertice dello Stato.

L’azione di governo e l’impatto istituzionale di Antonio Segni si inquadrano in una fase di profonda ristrutturazione dell’ordinamento giuridico ed economico dello Stato, a partire dal suo fondamentale contributo quale Ministro dell’Agricoltura nell’ambito della cosiddetta Legge Stralcio (Legge n. 841 del 21 ottobre 1950), un provvedimento di riforma agraria alimentato dai flussi finanziari del Piano Marshall che operò una trasformazione radicale dei rapporti di proprietà attraverso lo strumento dell’esproprio coatto dei latifondi, finalizzato alla redistribuzione fondiaria in favore del ceto bracciantile e alla conseguente elevazione dei lavoratori a soggetti imprenditoriali autonomi, favorendo contestualmente la nascita di modelli associativi e cooperativistici idonei a centralizzare la programmazione e la commercializzazione dei prodotti agricoli. Tale visione riformatrice si accompagnava, sul piano locale e partitico, a una gestione rigorosa del consenso nella circoscrizione sassarese, ove la nomina del cugino Antonio Campus ai vertici della Democrazia Cristiana locale e una linea politica di intransigente anticomunismo (testimoniata finanche dalle memorie di Francesco Cossiga circa l’approntamento di misure di difesa paramilitare in occasione delle elezioni del 1948 per la tutela dei siti sensibili dello Stato), delinearono il profilo di uno statista di orientamento conservatore e garante della stabilità democratica contro ogni ipotesi di sovversione. Nel corso delle sue due esperienze alla Presidenza del Consiglio, Segni seppe coniugare la longevità degli esecutivi con riforme strutturali di portata storica: durante il suo primo gabinetto centrista, operante tra il 1955 e il 1957, l’Italia non solo ratificò i Trattati di Roma del 25 marzo 1957, ponendo le basi giuridiche della Comunità Economica Europea e del Mercato Europeo Comune, ma vide finalmente l’effettivo insediamento e l’avvio delle funzioni della Corte Costituzionale, organo di garanzia fino ad allora rimasto inoperante, unitamente alla definizione del regime di esclusiva per l’Eni nello sfruttamento degli idrocarburi sul territorio nazionale e alla creazione del Ministero delle Partecipazioni Statali, il quale sottrasse le aziende a controllo pubblico dalla giurisdizione sindacale di Confindustria per assoggettarle a una disciplina pubblicistica propria. Il suo secondo governo, un monocolore sostenuto dalle forze di destra che cadde nel 1960 a seguito del mutamento degli equilibri interni alla DC orchestrato da Moro e Fanfani, lasciò comunque un’impronta amministrativa significativa con l’istituzione del Ministero del Turismo e dello Spettacolo tramite la Legge n. 617 del 1959 e con l’esercizio della Presidenza del Consiglio dell’Unione Europea, consolidando il ruolo dell’Italia quale perno centrale dell’integrazione continentale e della gestione dirigista dell’economia nazionale in un’ottica di progresso istituzionale e normativo.

La transizione istituzionale al vertice della Magistratura Suprema dello Stato, occorsa alla scadenza del mandato di Giovanni Gronchi nel maggio 1962, si configurò come una complessa operazione di ingegneria politica e costituzionale, orchestrata dal Segretario della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, al fine di bilanciare le spinte centrifughe del sistema partitico con l’esigenza di una stabilità di orientamento conservatore. In un contesto segnato dalle forti interferenze di Enrico Mattei, il quale propugnava una riconferma del Presidente uscente attraverso manovre negoziali che Moro considerava lesive dell’autonomia decisionale del partito, la candidatura di Antonio Segni fu individuata come il necessario contrappeso strategico; l’obiettivo giuspolitico era quello di rassicurare le componenti destrorse dello scacchiere parlamentare per rendere sostenibile la nascente stagione dell’apertura al Partito Socialista Italiano. Il processo elettivo, tuttavia, rivelò una profonda frammentazione interna, rendendo Segni l’unico candidato ufficiale democristiano in grado di prevalere, sebbene solo al nono scrutinio e dopo una serie di votazioni caratterizzate da una dispersione di suffragi su figure quali Attilio Piccioni e Cesare Merzagora, oltre alla persistente resistenza di una frangia fedele a Gronchi. L’elezione definitiva, sancita il 6 maggio 1962 con 443 voti su 842, beneficiò del concorso determinante del Movimento Sociale Italiano e dei monarchici, un’eterogeneità di consensi che precedette il solenne giuramento dell’11 maggio e il successivo respingimento delle dimissioni di cortesia del Gabinetto Fanfani, garantendo la prosecuzione dell’azione di governo fino alle consultazioni generali dell’anno successivo. Il biennio presidenziale di Segni fu contraddistinto da una dialettica serrata e spesso conflittuale con il fronte riformista guidato da Ugo La Malfa e dal PSI, in ragione della postura spiccatamente conservatrice del Capo dello Stato, il quale non esitò a esercitare un’influenza anche nelle sfere extragiudiziali, manifestando un dissenso, mediato da Luigi Gedda, verso l’ascesa al soglio pontificio di Giovanni Battista Montini, ossia Papa Paolo VI. La crisi di governo seguita all’esito elettorale del 1963 evidenziò ulteriormente il ruolo attivo della Presidenza nella gestione delle impasse parlamentari: a fronte del fallimento iniziale del tentativo moroteo di varare un esecutivo di coalizione, Segni adottò una linea di estremo rigore istituzionale, prefigurando lo scioglimento anticipato delle Camere qualora il mandato conferito a Giovanni Leone per un governo “balneare” di transizione non avesse sortito gli effetti sperati. Solo nel dicembre 1963 si giunse alla formazione del primo governo di centro-sinistra organico, stabilizzando temporaneamente un quadro politico in forte tensione. Di particolare rilievo dottrinale fu il messaggio inviato da Segni alle Camere il 17 settembre 1963, ai sensi dell’articolo 87 della Costituzione, atto con cui il Presidente intese sollevare criticità funzionali inerenti alla nomina dei membri della Corte Costituzionale e, soprattutto, avanzare la proposta di introdurre il principio della non rieleggibilità del Capo dello Stato nel tessuto costituzionale. Sebbene tale ultimo suggerimento sia rimasto privo di attuazione legislativa immediata, la sollecitazione relativa alla Consulta trovò accoglimento nella successiva riforma operata con la legge costituzionale n. 2 del 1967, cristallizzando così il contributo di Segni non solo come custode dell’equilibrio tra i poteri, ma come attivo promotore di correttivi organici volti a preservare l’integrità delle istituzioni repubblicane di fronte alle evoluzioni del sistema politico.

La fase culminante del mandato presidenziale di Antonio Segni si staglia come uno dei periodi di più acuta tensione istituzionale e costituzionale della storia repubblicana, caratterizzato da una complessa dialettica tra il potere civile e gli apparati militari, in particolare nel solco del rapporto privilegiato tra il Capo dello Stato e il generale Giovanni de Lorenzo, allora comandante generale dell’Arma dei Carabinieri. Tale interazione si concretizzò, a seguito di dirette sollecitazioni presidenziali maturate nel febbraio 1964, nell’elaborazione del cosiddetto “Piano Solo“, un protocollo di emergenza finalizzato a fronteggiare ipotetiche crisi di ordine pubblico attraverso l’intervento esclusivo dell’Arma, prevedendo misure eccezionali quali il presidio dei centri nevralgici dell’informazione radiotelevisiva e l’occupazione delle sedi dei partiti della sinistra parlamentare. Sebbene autorevoli interpretazioni storiografiche abbiano derubricato tale iniziativa a una forma di pressione politica volta a condizionare le riforme del centro-sinistra piuttosto che a un effettivo disegno eversivo, la presentazione del piano al Quirinale il 10 maggio 1964 e le successive ostensioni di forza militare durante la parata del 2 giugno segnarono un clima di profonda inquietudine democratica. La fragilità del quadro politico emerse con vigore il 25 giugno 1964, quando il primo governo Moro fu rassegnato alle dimissioni a seguito di una sconfitta parlamentare su capitoli di bilancio relativi al finanziamento dell’istruzione privata; in tale frangente, Segni esercitò una prerogativa presidenziale di estremo rigore, interloquendo direttamente con il leader socialista Pietro Nenni per sollecitarne un ripiegamento programmatico, giungendo a minacciare il rinvio alle Camere di provvedimenti legislativi sgraditi alle forze economiche conservatrici. Le consultazioni di luglio videro il Quirinale divenire teatro di vertici irrituali con i capi di stato maggiore, culminando nell’ipotesi, ventilata ma mai formalizzata, di un “governo del presidente” affidato a Cesare Merzagora qualora i negoziati per il reincarico a Moro fossero naufragati. La risoluzione della crisi, con l’accettazione da parte socialista di un ridimensionamento dei piani riformatori per evitare derive autoritarie come icasticamente descritto da Nenni in termini di imminenza di un governo di destra non esaurì le tensioni di sistema.

L’epilogo drammatico della presidenza Segni si verificò il 7 agosto 1964 durante un concitato colloquio con Aldo Moro e Giuseppe Saragat, nel corso del quale il Presidente fu colpito da una trombosi cerebrale che determinò l’apertura di un delicatissimo iter giuridico-istituzionale. In assenza di una puntuale disciplina attuativa dell’articolo 86 della Costituzione in materia di impedimento, si procedette alla constatazione della condizione di inabilità temporanea mediante un atto congiunto dei presidenti delle Camere e del Presidente del Consiglio, conferendo le funzioni di supplenza al Presidente del Senato Cesare Merzagora. Tale situazione di stallo, che evitò per ragioni di opportunità politica la dichiarazione formale di impedimento permanente, si risolse infine con le dimissioni volontarie rassegnate da Segni il 6 dicembre 1964, atto che aprì la strada alla successiva elezione di Saragat. Divenuto senatore di diritto e a vita quale Presidente emerito, Antonio Segni si spense a Roma il 1º dicembre 1972, lasciando ai posteri una complessa eredità giuridica sulla natura dei poteri presidenziali in situazioni di crisi e sui limiti invalicabili tra indirizzo politico e comando militare nell’ordinamento democratico.

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