DI PIETRO BERRUTO

Ann Nocenti era un’editor in Marvel Comics nel 1985 quando propose una miniserie dedicata a un personaggio nuovo, totalmente inedito, il misteriosissimo Longshot, protagonista del volume omonimo. Disegna Art Adams (famoso per i suoi lavori estremamente dettagliati, “antesignano” dello stile Image anni ’90), inchiostrano Bill Anderson e Whilce Portacio e colora Christie Scheele.

Longshot comincia in medias res, con forza, mistero e un biondino con il mullet che scappa da un branco di mostri verso un portale, pensando di averli seminati. Il poveraccio non sa chi è e quindi vaga per la città terrestre in cui è capitato, cercando uno scopo. La storia di Longshot (il nome gli verrà dato da un uomo di nome Eliot, un complottista) è quella di una persona che ricerca il proprio passato, andando in giro per il mondo a risolvere problemi e a conoscere nuove persone, una specie di eroe errante. Il superpotere di Longshot? La fortuna, intesa come manipolazione passiva delle probabilità affinché una situazione altrimenti svantaggiosa vada a suo favore. Nel corso della sua ricerca, incrocia diversi personaggi particolari: Ricochet Rita, una stuntwoman talentuosa e brillante, Gog N’MaGog, uno strano animale che viene dallo stesso mondo di Longshot, che muta ogni numero in modo più mostruoso, il sopracitato Eliot, il regista Hitch, la banda di ragazzini Starammers… perfino alcuni supereroi, ovvero Spider-Man, She-Hulk e Doctor Strange.

Ciò che guida Longshot nelle sue avventure non è però solo il desiderio di scoprire il suo passato, ma anche un profondo senso di giustizia e la volontà di fare del bene: quando viene a conoscenza di un qualsiasi problema, lui ci tiene ad aiutare sempre. C’è qualcosa di estremamente etereo riguardo al protagonista, perché non solo è estremamente altruista e allegro, ma si presenta in un modo quasi fiabesco ed efebico. Se mi dicessero che questo personaggio è una versione anni ’80 di Legolas (o Galadriel), ci crederei. C’è, inoltre, un sentimento di anticonformismo sottinteso, quasi involontario, che caratterizza questo personaggio; in un decennio caratterizzato da eroi di film d’azione nerboruti e machisti come gli anni ’80, questo bizzarro individuo con quattro dita per mano ribalta la situazione presentandosi come gentile e sorridente, pur mantenendo il fascino e la verve della star. Ironicamente, il suo interesse romantico è verso chi si definiva in passato come “maschiaccio” (perfino Doctor Strange, entrando in casa di Ricochet Rita, dirà: “Sembra la casa di un uomo”). C’è una traccia di picaresco nel volume, a causa del fattore d’improbabilità che caratterizza l’eroe, ma senza il desiderio di imbrogliare: solo contro il mondo, guidato dalla sua innocenza e dal suo ottimismo, ricorda una versione “pulitina” di Robin Hood. Inoltre, trasformando un bug in una feature, Nocenti rende la fortuna di Longshot, e mi riferisco al cosiddetto plot armor (la capacità di evitare i problemi e i pericoli senza difficoltà) una caratteristica fondamentale di questo improvvisato eroe pseudocinematografico.

Ann Nocenti introduce il personaggio più interessante (e probabilmente più famoso) della storia come il suo antagonista, ossia Mojo. Da sempre interessata allo studio dei media (fino poi a diventare una giornalista e una regista negli anni successivi alla pubblicazione di Longshot), lei rende Mojo il dittatore della dimensione di provenienza del protagonista, il Mojoverso. Gli abitanti di questo mondo, gli Spineless Ones, sono totalmente soggiogati dall’intrattenimento televisivo, composto principalmente da scontri mirabolanti fra esseri creati da Mojo per combattere, tutti forniti di muscoli pompati, schiavi fino alla morte. Mojo è un produttore e regista crudele, sadico, e rivuole indietro Longshot, uno dei suoi schiavi più di successo e leader della ribellione contro di lui; lo smidollato rappresenta lo status quo oppressivo e ricorsivo dell’industria cinematografica, nel suo aspetto più divertente. In tutta onestà, l’intera storia sembra essere una sequela di modi con cui l’essere umano affronta la questione “televisione” e “intrattenimento” in generale: Eliot teme l’Apocalisse a causa dei programmi TV fatalisti e sensazionalisti che segue, Hitch è un regista privo di sostanza che gira un blockbuster bombastico e scadente e i bambini cercano di vivere davvero quello che vedono nei cartoni e nei fumetti; nel numero #3 Longshot incontra un tale chiamato Theodore che sta per porre fine alla sua vita a causa della pessima qualità della sua esistenza, che percepisce come statica e condizionata dallo stare a casa a guardare la televisione, e lo costringe ad accompagnarlo in un’avventura per migliorargli la giornata (e la cosa funziona, solo che alla fine Theo detesta il suo salvatore, in un risvolto di trama comico). Mojo, infine, un po’ come Longshot, manipola l’ambiente che lo circonda, cercando di creare sulla Terra un culto della personalità intorno a lui, distorcendo la coscienza collettiva degli umani che lo attorniano e, allo stesso tempo, inquinando ovunque egli passi. È interessante notare, analizzando Mojo e i suoi subalterni (Spirale e Major Domo), che anche loro sono sopra le righe e stravaganti, ma vivono comunque in un ambiente di costrizioni e creativamente claustrofobico, perennemente scontenti nonostante tutto, come se volessero liberarsi dai loro stessi schemi (e schermi) e non ne fossero capaci.

Di per sé, Longshot è una storia sull’autodeterminazione e la ricerca di sé, sull’uscita dagli schemi, non solo della narrativa, ma anche della vita. È allo stesso tempo una storia di supereroi estremamente non convenzionale, più caotica, molto densa di informazioni, di battute, di eventi, di dettagli, fortemente satirica e piena di carisma… un colpo di fortuna averla letta, no?

Se ami l’Arte del Fumetto, allora pigia qua sopra!!!
Vuoi sentire parlare di un personaggio dei fumetti? Clicca qui!!!
Vorresti leggere di un film che parla di un personaggio dei fumetti? Premi qui!!!






