DI GIOSUE’ TEDESCHI
Dovremmo andare a…?
Nahh. Idioti, salva sempre Dio.

Chi è Harold? Harold è una persona che non esiste. O meglio, che non esiste a lungo. E’ una stessa persona che ad ogni replica diventa una persona completamente diversa. E’ il pubblico, ma è anche gli attori.
Harold è un modo di fare teatro che restituisce al teatro la sua unicità, quell’irripetibilità che lo rende speciale e unico.
Harold è l’idea avuta dal gruppo di Teatrosequenza di portare in giro uno spettacolo teatrale che non ha una forma scritta. Ma nasce, cresce e si sviluppa dalle idee del pubblico e degli attori che ad ogni replica collaborano per far esistere, per poco più di un’ora, una creatura speciale.
Per i più cinici Harold, è uno dei tanti “format di improvvisazione teatrale” che esistono. Nasce durante gli anni 70 negli Stati Uniti e ha un successo a livello mondiale.
Nelle parole di Teatrosequenza: E’ una Long Form (un atto unico), l’idea, la trama, il senso, è tutto già nella scena che si va creando, nella storia che si sta giocando; e per “associazione” di idee si procede su più livelli, su più storie e possibilità. Occorre molto ascolto e fiducia tra gli attori, e tra la scena ed il musicista, per lasciarsi andare e giocare. Giocare recitando, poiché non ci saranno repliche a quanto accade; e a pensarci bene in molte lingue fare musica e teatro si traduce proprio con “giocare”.
Ebbene, al Vinile durante il Torino Fringe Festival ho avuto l’occasione di assistere a una performance di questo tipo ed è stata un’emozione non indifferente.
Pur considerando che era l’ultima serata di un ciclo di cinque e gli attori erano visibilmente provati dalla maratona, sono stati attenti e pronti a reagire sia al pubblico che a quello che accadeva intorno a loro. Un’esperienza teatrale irripetibile e difficile da creare. Improvvisare per un’ora e un quarto da uno spunto casuale non è certo uno scherzo. Serve grande affiatamento tra gli attori e una preparazione approfondita.
Spero che nessuno si stupisca a sentir parlare di preparazione di un’improvvisazione. Serve un’ora di preparazione per ogni minuto di improvvisazione ben fatto, diceva qualcuno. Certo non sai a cosa vai incontro, ma proprio per questo pensi un po’ a tutto. Alle dinamiche, a un canovaccio, a personaggi famosi, a riferimenti a fatti o persone che il pubblico capirà senza bisogno di spiegarli. Ma la cosa più importante è lavorare con gli altri, e quella sera si vedevano i frutti di una buona collaborazione.
Non parlerò dello spettacolo in sé – nessuno oltre a me e le altre 80 persone presenti potrebbe capire i riferimenti. Però la frase in cima viene da lì, penso si fosse capito. Spenderò invece ancora due parole per il gruppo di attori. Questa sera erano in quattro sul palco ma Teatrosequenza ne conta molti di più. Lo schema per questo Harold era di avere quattro storie (grossolanamente divise in inizio, svolgimento e fine) e raccontare i pezzi in mezzo lasciandosi trasportare dall’onda del momento. Il tema comune, la miccia, l’inizio di tutte queste quattro storie è stata la parola “bicchiere”. Urlata da qualcuno nel pubblico proprio all’inizio.
Ad essere critici si vedeva che quella a cui ho partecipato era l’ultima sera di questo formato. Si vedeva la stanchezza degli attori, ci sono stati alcuni vuoti e alcuni momenti di buio. Capitava che ci si perdesse i pezzi e capitava che non ci si capisse al volo. Sono degli esperti, su questo non v’è alcun dubbio, ma senz’altro non ho assistito alla loro miglior performance.
In ogni caso è stata una serata unica, e questo ha un certo valore per me.
Inoltre è praticamente certo che tornerò a vederli, magari durante un torneo di improvvisazione dove competeranno con altre compagnie teatrali. A colpi di storie, battute sagaci, voci, imitazioni, e insomma: improvvisazione.


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