DI ALBERTO GROMETTO
«Nomina sunt consequentia rerum».
L’Imperatore Giustiniano I

Chi dà un nome a quello che ci circonda? Come mai un giorno è stato stabilito che il sasso fosse “sasso” e la pietra “pietra”? E davvero s’è sentito il bisogno di distinguer tra sassi e pietre?
I nomi con cui chiamiamo le cose non ci sono stati imposti, anche se erroneamente talvolta li percepiamo così. Sì, certo, ognuno di Noi ad un certo punto nasce, comincia a vivere e si ritrova ad aver a che fare con tutta una serie di parole che sono state stabilite da immemore tempo, senza tener conto ovviamente della volontà di qualcuno che ancora doveva esistere. Ma quelle parole ci sono perché siamo stati Noi umani a deciderlo. E quelle parole hanno a che fare con le “cose” della Vita. Con quello che ci capita ogni giorno, tutti i giorni.
Lo sapevate ad esempio che gli Eschimesi hanno 50 modi diversi di dire “neve”? Ci stanno immersi in continuazione rispetto a dei Brasiliani ad esempio, e quindi rispetto a loro ne distinguono tipi diversi naturalmente. Oppure in Africa vi sono delle tribù che non diranno mai “pericoloso come un leone”, perché loro vivono accanto ai leoni quotidianamente e non li ritengono feroci. Piuttosto useranno espressioni quali “pericoloso quanto una pulce”. Per essere precisi, si riferiscono specificatamente ad un certo tipo di pulce diffusa in quelle zone e capace di creare contagi orrendi.
E tutto questo discorso non vale mica solo per le parole che usiamo! Il nostro stile di vita, il nostro modo di pensare, la nostra postura nel Mondo han tutti a che fare strettamente e intrinsecamente con le cose della Vita. Ci succede qualcosa e quel qualcosa cambia il nostro sguardo e il nostro modo di rapportarci alla Realtà. Perché – è bene ricordarlo – ogni cosa è filtrata sempre e comunque dal nostro sguardo, dalla nostra interiorità, in ultima analisi dalle nostre stesse persone.
Spesso ci convinciamo che la Realtà attorno a Noi sia così perché così, e non ci si possa far nulla. Ma siamo Noi il più delle volte a scegliere che le cose stiano in un certo modo piuttosto che in un altro. A decidere se prendere la destra oppure la sinistra. A distinguere fra un Bianco e un Nero. Ma la Vita è infinitamente più complessa di quanto la nostra limitata intelligenza possa intenderla. Di quanto Noi stessi preferiremmo fosse. Poiché esistono molte più strade rispetto alla destra o alla sinistra. Poiché esistono molti più colori del Bianco e del Nero. Esistono vie oblique e tortuose che non sono né destra né sinistra ma piuttosto anche entrambe le cose. Esiste tutto un mare di Grigi fra il Bianco e il Nero in cui ci ritroviamo a navigare, talvolta smarrendoci in quell’immensità sconfinata.
Quando mi è stato chiesto di dire la mia sulla raccolta poetica di una delle persone a me più care in assoluto — IL META ME-RCUZIANO LORIS MARTINO — temevo che il profondissimo legame amicale che ci unisce potesse essermi d’ostacolo, costituire una barriera invalicabile, influenzare il modo con cui avrei letto e analizzato la sua opera. Ma è stato proprio immergendomi, un passo alla volta, un’oscillazione alla volta, tra una poesia e l’altra, barcamenandomi fra quel Nero e quel Bianco di cui sopra, andando un po’ a destra e un po’ a sinistra, e seguendo la traiettoria che il Dottore ha saputo con ricercata maestria elegante e raffinato senso di originalità tracciare, che ho capito: il conflitto d’interessi ci sarà sempre, i nostri precedenti influenzano sempre il nostro agire, il nostro esistere detterà sempre legge sul nostro modo di raccontare le cose e vedere le cose e financo vivere le cose! È proprio della natura dell’Umano l’impossibilità di essere imparziali. E questa cosa me l’ha fatta capire proprio il Dottor Martino attraverso un libro che mi sento di definire diverso, originale e soprattutto portatore di una visione autoriale fortissima e umana.

E anche se abbiamo appena appurato che l’imparzialità asettica non esiste, io credo invece di essere oggettivo quando dico che la silloge di Loris – «OSCILLANDO OLTRE» – meriti una lode sperticata innanzitutto proprio per la ragione che segue. Esiste un’infinità d’autori là fuori pronta a scribacchiare, ed esistono miriadi di poeti o presunti tali che si dichiarano “autentici” e “veri”. Ma veramente pochi e preziosi sono coloro che anziché fare qualcosa di facile e semplice e che piaccia, hanno il coraggio autentico di rischiare realizzando quanto di più pericoloso possa esserci. E cioè? Mettere sul piatto la propria persona. Il proprio vero io, nudo e crudo. La propria esperienza. Esporsi completamente. Scegliere di scommettere su sé stessi e di farlo abbracciando completamente una certa visione del Mondo che sia proprio “tua” e che senti “tua”, senza rinunciare alla “tua” autenticità. E Loris lo ha fatto.
A questo punto non si può che parlare di METAMODERNISMO. Si sa che quando si cita Loris, prima o poi verrà fuori. Potremmo spendere ore e ore e ore a definire il Metamodernismo, ma sicuramente il Dottor Martino lo fa meglio di chiunque altro sul suo sito (che consigliamo caldissimamente di recuperarvi!!!) e nei contenuti video mercuziani. Specialmente in quelli che realizza affiancato dal sottoscritto e soprattutto dal suo fratello mercuziano, anima gemella nella vita e collega metamoderno ROCCO DE GILIO. Ma dovendo dirla in due parole, che cos’è questa corrente filosofica — che addirittura s’arrogherebbe il diritto di essere il paradigma culturale del nostro tempo — chiamata “Metamodernismo”? È accettare di oscillare per poter guardare oltre. È riconoscere nel nostro esistere un fluire da una parte all’altra senza soluzioni di continuità e che ogni tanto sarà più vera una cosa di un’altra e ogni tanto sarà il contrario. È inchinarsi con semplicità di fronte alla complessità della nostra vita, ma non per arrendersi ad essa, bensì per acquisire una consapevolezza che possa permetterci attraverso gli scossoni e gli urti del proprio esistere di crescere, elevarci e spingere il nostro sguardo al di là.

Ora viene però la domanda più complessa e difficile di tutte: come raccontare tutto questo? In una vita in cui tutto è incerto, lungo un cammino in cui ogni cosa può essere contemporaneamente identica a sé stessa ma anche il suo contrario, muovendoci lungo queste vie tortuose come prendere una scelta che sia giusta? Ma esiste innanzitutto una scelta giusta? Il vivere è un’oscillazione continua sulla quale indagare e che diventa essa stessa indagine! Perciò il libro di Loris è tanto più grande e prezioso, perché sceglie il mezzo più semplice per raccontarti di questa complessità, per poterla definire anche se indefinibile, per darle un nome pur essendo innominabile. E sceglie proprio le Parole! E non quelle di un trattato filosofico o di un saggio chilometrico: bensì quelle della Poesia!
Il Dottor Martino prende atto di sé stesso per approdare a una nuova consapevolezza di sé e quel che lo circonda e financo della natura stessa della consapevolezza, senza la pretesa di poter giungere ad una conoscenza assoluta che è impossibile (o forse sì? tanto non lo sappiamo ed essendo la stessa conoscenza inconoscibile si può arrivare a dire che lo stesso Socrate nel dire “So di non sapere” pretendeva in realtà di sapere troppo) ma al tempo stesso senza dire che non si può non conoscere niente. E per poter dar voce ad un messaggio che è così complesso e pure così facile al tempo stesso, come la Vita stessa sul cui significato ci interroghiamo in continuazione ma che al tempo stesso continuiamo semplicemente a vivere, l’autore sceglie di utilizzare qualsiasi arma, qualsiasi strumento, qualsiasi mezzo a sua disposizione: nelle sue mani la Scrittura diventa “Parlata” oltre che “Parlante”, la sua è una Poesia che non può essere semplicemente declamata ma anche guardata e osservata e questo perché la Parola è tanto più forte e importante non solo per il significato che veicola ma pure per il suo suono e la sua resa grafico-visiva. Un’ode che parla di Morte può accorciarsi man mano nei suoi versi alla stregua di una candela che a poco a poco si spegne cominciando con un verso lungo una riga e poi mezza riga e poi tre parole e poi una sola, un componimento che parla di fratture interiori può mostrarci nella sua essenza tangibile quello stesso spazio vuoto attraverso lo spazio esistente fra le parole, e due alterità che dialogano fra loro possono diventare lettere e inchiostro e pagine di modo che due poesie contenute in una sola dialoghino fra di loro scorrendo in parallelo…

Quello che vorrei fosse chiaro è che al nostro sguardo non si schiude semplicemente una novantina di pagine, bensì tutta l’esperienza e il progredire e il crescere di un uomo che quelle poesie le ha scritte nel mentre che imparava a vivere. Tra intuizioni d’una profondità sconcertante, trovate visive che si caricano di significato narrativo e si fanno portatrici di un senso più ampio, riferimenti storico-filosofici dimostranti un sapere e un’erudizione di una preziosità notevolissima, Noi ci ritroviamo a vivere attraverso quella Vita, a sperimentare sensazioni ed emozioni che non ci vengono semplicemente raccontate bensì trasmesse. Alcuni componimenti vi divertiranno, altri vi tormenteranno lambiccandovi il cervello e altri ancora sapranno essere così romantici e struggenti da sferrarvi sorprendenti ganci nello stomaco che quasi vi spezzeranno in due. E forse vi faranno versare qualche lacrima. Proprio come la Vita.

Torniamo alle parole con cui avevamo cominciato: I nomi sono la conseguenza delle cose. Le Parole che usiamo, la pronuncia con cui le chiamiamo, financo il modo con cui le scriviamo dicono chi siamo. Raccontano una Storia: la Nostra. E allora forse nasce una speranza, quella di poter veramente restituire il senso e il significato di questo nostro caotico oscillare a qualche altro Essere Umano che, proprio come Noi, oscilla, anche se nel suo oscillare si muove in maniera diversa. Diversa, ma pure simile. E allora forse davvero siamo tutti parte di una stessa cosa più grande e quella cosa più grande è l’Umanità: la folle, assurda ma anche meravigliosa, Umanità. Oscillante nel suo essere umana. E allora forse – ma dico forse – nel nostro oscillare ci possiamo trovare lungo il cammino e scoprirci affini e guardare oltre quel che siamo e oltre la verità delle cose per approdare ad un “che” che sta al di là di quanto potevamo ritenere possibile. E questa verità io la sento tanto più vera nel momento in cui vivo la Vita nella quale ci immerge «OSCILLANDO OLTRE». O forse sarebbe meglio dire la moltitudine di Vite, giacché in Noi vi son contenute più Vite che la nostra. E se abbiamo iniziato citando le «Institutiones» dell’Imperatore Giustiniano, come il migliore dei viaggi – imprevedibile e sconcertante quanto lo è l’Umana Esistenza – a sorpresa concluderemo citando Lady Gaga. Nella canzone «Vanishing into You» l’artista racconta di un amore passato ma che non è mai davvero passato, e nel chiedersi se quell’altra persona ancora la veda, ad un certo punto domanda: Posso svanire in Te? Come a voler realizzare l’irrealizzabile: scomparire nell’altro e diventare la stessa cosa. Per sempre. Oltre la Vita, oltre la Morte, oltre il “per sempre”. Semplicemente: Oltre.
Nella Vita avrai a che fare con luoghi, momenti e soprattutto persone che anche quando se ne andranno rimarranno. Rimarranno per sempre. E il vuoto, il dolore, la malinconia che lasceranno dietro di Loro e dentro di Te saranno incolmabili. Ma se un senso lo potrà mai avere questo nostro patire, forse sarà quello di raccontarlo. Non per smettere di soffrire, quello è impossibile. Ma per soffrire meglio. Per soffrire con qualcun altro soprattutto, insieme a qualcun altro che già soffriva di suo. E magari la cosa non ti guarirà. Ma almeno si soffrirà insieme.
In uno dei componimenti che più mi ha lacerato e quindi anche fatto star bene, il Dottor Martino afferma che possiamo unire i punti celesti, tracciare costellazioni, andare su mondi lontani, disegnare i contorni delle città la notte, colmare chilometri se non anni luce… ma non riempire la distanza fra di noi. Che strano, bizzarro, curioso e anche doloroso questo Essere Umano! Ma forse Loris, Amico Mio, un modo – un unico disperato e bellissimo modo – di riempire quella distanza c’è. Ed è soffrendo insieme. Ti ringrazio di essermi amico. E sei una persona talmente bella che preferisco soffrire insieme a Te piuttosto che stare bene con qualsiasi altro.
P. S.: il fatto che un libro così sorprendente, originale, brillante, sorprendente e meraviglioso provenga da una delle persone a cui tengo di più nella Vita e a questo Mondo è solo un valore aggiunto.

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