DI MIRIAM PAOLETTI
“Come può ammattire uno che è stato matto sempre?”.
Ho voluto rileggere Calvino, e il rileggerlo ancora è stato come trovare parole indirizzate al mio presente, parole che da tempo si erano dimenticate, e quindi riscoprirle, e quindi chiedersi come non si era potuto capirle, prima, e come si era potuto dimenticarle, poi; e sorprendersi allora dell’impossibile fatalità per la quale il senso di qualcosa viene a illuminare il tempo che si sta vivendo come se non avesse potuto essere altrimenti, come se fosse l’inevitabile pieno di un contorno prima lasciato vuoto.

Come non credere che la vita sia meravigliosa?
Nella prefazione della mia edizione, – nella quale è stata raccolta la trilogia di questo ciclo di storie inverosimili: il visconte dimezzato, il barone rampante e il cavaliere inesistente – Calvino spiega come questa successione non sia nell’ordine cronologico di stesura, ma sia derivata inseguendo un significato, il quale viene da lui introdotto.
Ed è stata proprio questa successione a imprimersi ora nel tempo vissuto.
Si parte dal Medardo delle prime pagine – il visconte che, dopo essere stato dilaniato da una palla di cannone, si divise in due metà, l’una interamente buona e l’altra totalmente cattiva – e si vede la superficialità della sua interezza iniziale nel suo apparire quasi privo di volto, indeterminato. Poi giungono i dimidiamenti, e Medardo, divenuto il visconte dimezzato, propugna la profondità del suo essere nella sua sola metà rimasta.
“Così si potesse dimezzare ogni cosa intera – disse mio zio coricato bocconi sullo scoglio, carezzando quelle convulse metà di polpo, – così ognuno potesse uscire dalla sua ottusa e ignorante interezza. Ero intero e tutte le cose erano per me naturali e confuse, stupide come l’aria; credevo di vedere tutto e non era che la scorza. Se mai tu diventerai metà di te stesso, e te lo auguro, ragazzo, capirai cose al di là della comune intelligenza dei cervelli interi. Avrai perso metà di te e del mondo, ma la metà rimasta sarà mille volte più profonda e preziosa. E tu pure vorrai che tutto sia dimezzato e straziato a tua immagine, perché bellezza e sapienza e giustizia ci sono solo in ciò che è fatto a brani”.

Lo stato spontaneo della interezza – del fatto innegabile e assolutamente semplice d’essere un individuo unico – non è la completezza, quanto piuttosto la vaghezza vana nella quale tutto appare liscio e illibato e privo di discrepanze: una superficie rassicurante che è piana solamente perché si è troppo distanti per poterne scorgere le profonde irregolarità, i solchi scuri delle rughe del volto.
Manca l’individuo, in quella interezza, poiché non c’è un determinarsi, un concretizzarsi, una necessaria manifestazione derivata dall’aver indossato quello sguardo che ignora il volto se non lo può costellare di rughe.
Manca l’individuo, e quella persona è ancora banalmente stupida, inutilmente felice. Quando inizia davvero a vedere, Medardo sprofonda nel turbante intrico delle sfaccettature, e, per poter vivere, adotta l’unico strumento in quel momento accessibile, ovverosia l’essere una cosa sola, spaventosamente coerente – ma solo una, una intera metà, – in risposta a tutta questa accozzaglia di cose insensate incoerenti terribilmente drastiche che s’affastellano nell’atto di accadere lungo il succedersi dei giorni senza che le si possa capire, senza che se ne possa capire il motivo. Tuttavia, nelle varie vicende del racconto, si scopre che Medardo non è in grado di rispondere ai vari accadimenti della vita esercitando la sua sola metà, siccome, questa sola metà, seppure inevitabilmente coerente rispetto al suo unico modo d’essere sé stessa, è sprovveduta di fronte al ventaglio sconfinato delle circostanze: non basta essere del tutto buoni per rispondere alle cose che avvengono, poiché queste non sono solamente buone; ed è così che viene a mancare qualcosa.
Manca l’inevitabile controparte che risulta dalla complessità aggrovigliata di quello che è un atteggiamento intero, e si decade nella quotidiana disperazione di non sentirsi esistere.
“Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane”.
Ed ero solo giovane, se provo a ricordare, quando volevo essere intera per controbattere l’ostilità con cui avvertivo il mondo. Siccome capivo logicamente d’essere una, non volevo lasciarlo entrare, questo mondo; ma ignorando cosa significasse essere questa unità, provavo allora a essere interamente una cosa sola. Mi dicevo “sono gentile”, e quando scoprivo d’essere anche cattiva, allora pensavo d’aver confuso la mia cattiveria con la gentilezza. E allora tentavo d’essere solo cattiva, e fallendo scoprivo d’avere anche paura, e che non potevo essere solo cattiva se intanto le cose che accadevano mi facevano paura. Cosa ero? Ero soltanto giovane, e cercavo d’essere totalmente una sola metà, perché non riuscivo a essere una unità intera.

“Una persona si pone volontariamente una difficile regola e la segue fino alle ultime conseguenze, perché senza di queste non sarebbe sé stesso né per sé né per gli altri”.
Poi, col barone rampante, viene la risposta: non essere una cosa sola per riuscire nell’impresa d’essere la propria interezza, ma imporsi una regola, di modo da essere una unità nella risposta che si dà alle cose che accadono applicando quella regola che ci si è imposti. Solo indirettamente si può essere completamente sé stessi, dal momento che quel contenuto che siamo è indefinibile se lo si interroga astrattamente a proposito della sua forma – “non chiederci la parola che squadri d’ogni lato l’animo nostro informe” -, nondimeno esso è reale nella sua indefinibilità, ed esiste quando, imponendogli una regola, tale nebulosa possibilità si determina nell’azione concreta con la quale si risponde all’accadere delle cose, e si dispiega la coerenza della propria completezza nell’atto di aderire a quella regola. E fu così che il barone rampante non scese più dagli alberi, e visse fino alla fine dei suoi giorni applicando quell’unica regola, essendo spietatamente sé stesso.

“Sempre però sapendo che per essere con gli altri veramente, la sola via era d’essere separato dagli altri, d’imporre testardamente a sé e agli altri quella sua incomoda singolarità e solitudine in tutte le ore e in tutti i momenti della sua vita”.
Ma rimane ancora lo spazio insolubile di “come avrebbe incontrato l’amore, lui, sugli alberi?”.
Quell’amore “così bello da non capire come mai lo si potesse immaginare bello prima”.
Quell’amore mediante il quale “lui conobbe lei e sé stesso, perché in verità non s’era mai saputo. E lei conobbe lui e sé stessa, perché pur essendosi saputa sempre, mai s’era potuta riconoscere così”.
Mi sembra di poter dire che le parole di Calvino dicono che per essere la completezza di sé stessi, per essere un individuo singolo, è inevitabile il fatto di dover applicare quella regola per la totalità dei propri giorni: non è possibile essersi altrimenti che così.
Ma il senso, quale può essere il senso del fatto di vivere sugli alberi se è più semplice, infinitamente mille volte più banale, vivere essendo quella mera unità indeterminata uguale a tutte le altre unità indeterminate?
Temo di dover rispondere che il senso dell’applicazione spietata della regola sia, infine, il fatto di darsi la possibilità d’amare nel caso in cui ci venga concesso d’imbattersi in chi, come noi, abbia scelto di vivere sugli alberi, dal momento che, solo quando si è trasparentemente sé stessi, lo si rende, almeno, quantomeno, possibile.
– Sii te stesso da solo, allora.
<< Ma allora essere me stesso non ha senso…>>, ecco quello che voleva dire Cosimo.


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