Promettimi che gli insegnerai a volare: Storia di una Gabbianella e del Gatto che le insegnò a volare, Luis Sepúlveda

DI MIRIAM PAOLETTI

“E promettimi che gli insegnerai a volare”.

Sono stata sulla luna per trovare Dio.

Per trovare Dio mi sono dovuta mettere in croce, senza vivere.

In questa camera, in questa luce, mentre studio, con questo suono della strada penetrato nella solitudine attraverso la finestra semichiusa, l’affastellarsi di tutta questa tracotanza d’esistenza – non mi sembra di poter dire che tutto questo sia reale. È la probabile distorsione che perturba le cose quando non le si guarda da dentro, dalla carne, dalla trasparenza permessa tirando la pelle, ma, piuttosto, da fuori, sospesi, agganciati soltanto a un filo. 

Mi sembra surreale, impossibile, del tutto impensabile, d’essere qui; di vivere quella che è la vita normale della gente della mia età. Le lezioni, le aule gremite, i sedili insopportabilmente legnosi, il mezzo centimetro di banco sul quale dovrei riuscire, ipoteticamente, a prendere appunti per dieci ore di fila, i professori che pretendono che tu veda le slide, legga le slide, soppesi il materiale esposto sulla slide, e sempre nell’arco temporale di mezzo secondo, tu formuli un quesito sensazionale a cui, perché sia degno d’essere ascoltato dal professore e perché renda giustificata la tua stessa presenza nell’aula, potenzialmente, il professore dovrebbe non trovare risposta; non perché incompetente, sia mai. E poi provare a prendere il primo dei dieci autobus annotati in quanto possibilmente tutti conducono circa alla piazza da cui l’università dista una ventina di minuti, il caffè la mattina chiacchierando con le bariste, le urla delle coinquiline la sera, gli studenti ammassati e inferociti, con la loro cattiveria fanciullesca, e sempre loro, che girano in branco per i corridoi e che non rispondono singolarmente, direttamente, ma solo su whatsapp. Entrare nei musei, riscoprirsi a tracciare le linee, bere la birra nei parchi, conversare con le vecchiette, stipulare il contratto per l’affitto, arrampicarsi per le infinite salite – che sono inevitabilmente sempre in salita – di Perugia soffocata dalle borse della spesa mentre si recita un Ave Maria e un Padre Nostro, cercare di fare l’abbonamento. 

Inconcepibile, come m’avessero restituito la libertà tutta assieme, ed io non fossi ancora capace di camminare tenendomela in tasca perché ancora non sarei pronta a fare un passo.

Eppure capisco bene che è perché non sono ancora immersa. 

Eppure capisco bene che è perché un mese addietro ancora pulivo la merda degli altri come fosse l’unica azione possibile sulla superficie del globo terrestre; eppure, capisco bene, che se sono felice scegliendo dove stare in ogni istante, che se riesco a rimanere imperscrutabile, calma, impassibile, così lungamente, anziché angosciata, dispersa, ansiosa come dovessi morire da un momento all’altro, è perché mi sono messa in croce, andando sulla luna, per trovare Dio. E poi sono tornata giù, avendo, evidentemente, trovato Dio, nel luogo il più lontano possibile da quello che ci si sarebbe aspettati cercando qualcosa tale quale un Dio. 

Il Dio io l’ho visto dalla croce. 

È tutto come fosse un pensiero, tutto come accadesse nella mia testa, tutto come se fosse invaso dalle mie impressioni. Non sento più quel distacco implicito, scontato, inevitabile, nella visione, per cui l’altro è altro da me, l’altro agisce oltre me, a prescindere da me, per cui io subisco il suo agire e reagisco allo stesso. È come si fosse invertita la prospettiva o il punto focale, non solo della visione, ma della vita stessa che sottostà a quella medesima visione: si è capovolto il mondo. Se, prima, il pensiero artefice dell’azione perché giudicante la sua appropriatezza era quello del punto di vista del presunto altro da me verosimilmente ipotizzato, l’universale, la gente, l’altro da me, ora questo è uscito, come spazzato via, eclissato, e sta fuori. Nemmeno, nemmeno fuori sta. Perché ora fuori c’è l’altro così come mi appare nella relazione con lui, qualunque essa sia. E dentro, al mio posto, nel posto di chi guarda, ci sono io, questa concrezione di me frutto di tutte le conseguenze che si diramano dal capovolgimento del sole: pare di stare nella propria vita – è così che ci si sarebbe sempre dovuti sentire?

E non so più se so ancora pensare i ricordi. Forse non li penso più, forse sono talmente distanti, che desidero aumenti ancor più questo spazio d’inconsistente assenza frapposto tra me e loro. Li ho già mangiati; prima vivi, presenti, poi morti, nel ricordo; e ora che sempre la vita continua, ora che riesco a constatarlo senza avvertire quella sensazione di desolazione interminabile – è questa impressione di lutto che struttura l’esperienza d’attraversare un deserto? – adesso, smetto di stuzzicare quelle ossa deprivate della carne. Non era forse questo il tributo richiesto nei loro confronti, ma è stato il migliore venutomi in mente nonostante il dolore. C’è lo spazio, o almeno mi sembra che ci sia, lo spazio per andare oltre, scavalcare di un passo ’sta fossa e proseguire nell’indistinto, costruendo. Nonostante stia scrivendo del normale proseguire e compiersi d’una esistenza tipica, perché il vivere d’una esistenza tipica significa agire sulla traiettoria che si delinea sulla base di quanto si prospetta per sé stessi, nonostante ciò, tutta questa “normalità” io l’ho potuta raggiungere rifiutandomi di vivere così come continuavo a fare, fermandomi in mezzo al fiume umano che, ininterrotto, proseguiva oltre, passandomi sopra, sommergendomi.

È tutto come fosse un pensiero, e basta assecondare queste penombre di possibilità totalmente altre da quelle solitamente concepite, e buttarcisi contro, come si dovesse riemergere dalle profondità del mare per respirare ancora, e realizzarle, prima a singhiozzi, poi singulti, infine come fossero impalcature solide, e basterà soltanto che un giorno, voltandocisi, ci si accorga che si è potuto, nei tempi passati, dubitare che proprio quello fosse il percorso giusto, che proprio quelle le nostre scelte, che proprio questi i sogni appropriati – questi maledetti sogni che tutti domandano e reclamano, come li si dovesse possedere già da prima! 

Il tempo necessario per costruirli, i sogni. Nient’altro. 

Il Dio l’ho visto dalla croce.

Mi stupisco della mia sorpresa di fronte al collegamento necessario che dalla mia affermazione conduce a quel che il Libro dice da secoli: che se proprio si vuole cercare Dio, non è inevitabilmente in croce che lo si può trovare? Ed io che ci ho impegnato tutta la vita finora vissuta per poterlo scrivere in queste righe inutili. In ogni caso, l’ho trovato il Dio che cercavo, ed era il permesso di vivere che chiedevo – a chi? E me lo sono concessa da sola, quel permesso, perché non potevo tollerare di pensare per un giorno di più che per la totale rimanenza dei giorni della mia vita – la mia meravigliosa agognata miliardi di volte sognata, vita – la mia vita sarebbe stata solo questo. E sia che me l’avessero tolta sia che me la fossi lasciata togliere sia che me la fossi tolta da sola, comunque, era da me che dipendeva l’appropriarmene di nuovo, o rimanere a vivere senza vita. D’altronde, perché sono sempre stata, con una certezza tanto incrollabile quanto ingiustificabile, questa mia gioia di vivere la mia vita; allora, la risposta che sulla croce ho trovato, è la risposta che avrebbe potuto darmi un bambino nel caso in cui gli avessi posto tale quesito. E immagino che la sua inemendabilità assurda risuoni in me con questo spessore, con questa parvenza di definito, perché io stessa non cercavo che una risposta di bambino a una domanda da bambino. Pertanto me l’accollo e riprendo a vivere: scendo giù, giù dalla luna, da questa luna che mi ha protetto fintantoché mi rifiutavo di vivere, scendo giù, giù dalla croce, questa croce che mi ha permesso d’uccidermi inchiodandomi, sprezzante, a guardare gli altri vivere la loro vita, scendo giù e me ne vado da quest’isola che mi ha permesso di detestare tutto quanto mi ricordava ciò che avevo vissuto e coloro che avevo amato; scendo giù e ritorno viva, a mio modo, vengo giù e ritorno a vivere, a modo mio.

Sono stata sulla luna per trovare Dio.

Per trovare Dio mi sono dovuta mettere in croce, senza vivere.

“Sull’orlo del baratro ha capito la cosa più importante” miagolò Zorba.

“Ah sì? E che cosa ha capito?” chiese l’umano.

“Che vola solo chi osa farlo” miagolò Zorba.

[…] Zorba rimase a contemplarla finché non seppe se erano gocce di pioggia o lacrime ad annebbiare i suoi occhi gialli di gatto nero grande e grosso, di gatto buono, di gatto nobile, di gatto del porto.

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