Digger: il falso racconto vero del torto di chi ha ragione e della ragione di chi ha torto

DI ALBERTO GROMETTO

«La narrazione è una parte della realtà. La realtà è fatta di fatti e narrazione. Un fatto senza una narrazione non esiste, una narrazione senza un fatto è arte. La narrazione non è qualcosa che tu applichi: c’hai una bella azienda di vini “avremmo bisogno di una narrazione”, c’hai un bel partito ma “non siamo capaci a narrarlo”, c’hai una bella trasmissione fatta proprio bene ma “non riusciamo a raccontare quello che facciamo”. Non avete fatto niente, cioè la narrazione non è qualcosa esterna alla realtà che poi tu aggiungi, no. Alla nostra scuola, la Holden [la Scuola Holden a Torino ], abbiamo questa bellissima definizione per capire cos’è la narrazione, cos’è lo storytelling: Prendi la realtà, sfila via i fatti, quello che resta è narrazione. È bella perché ti mette la narrazione dentro la realtà. […] La realtà li comprende tutti e due».

Il narratore Alessandro Baricco, Preside della Scuola Holden

Voglio condividere con voi il racconto vero di un mio intimo aneddoto biografico personale che non ho mai narrato a nessuno. Il fatto in sé e per sé è talmente paradossale che ancora oggi sembra impossibile sia potuto accadere sul serio. Eppure è accaduto. E vi prego quindi di credermi.

Avevo appena 18 anni all’epoca, e altro non ero che un ragazzo con la testa piena di sogni e il cuore che gli batteva in petto in nome di autentiche e vere passioni. Una tra tutte, quella per la Settima Arte. Ed ero in quel di Sydney, Australia, quando lo vidi. Di tutti gli attori che io avevo sempre amato e idolatrato e per cui stravedevo all’ennesima potenza, ve ne erano alcuni che fin dall’infanzia mi avevano accompagnato come per mano quasi. Tra questi certamente TOM CRUISE. Checché ne si dica sul suo conto, soprattutto pensando al fatto che negli ultimi vent’anni si è dedicato solo ad action movie e mega blockbuster ad effetti speciali da cardiopalma rinunciando ad opere autoriali complesse e affascinanti (vero, è così!), non si può a mio modo di vedere non riconoscere al signor Cruise un talento interpretativo e una capacità attoriale veramente encomiabili, e che lo rendono in grado di impersonare qualsiasi tipo di ruolo con una vividezza, un pathos emotivo e una forza trascinante assolutamente notevoli e con pochi altri eguali. E fu così che quando il me diciottenne se lo ritrovò là, davanti a sé, sorridente e smagliante come non mai, non potè resistere ed esclamare, quasi avesse visto la luce, quasi strillando, un po’ ingenuamente ma senz’altro spontaneamente: “TOM!”. Ci credete che si fece fare una foto col sottoscritto? Non vi sto prendendo in giro, le cose andarono così. E questo è uno dei ricordi più cari che io abbia al Mondo. Per questo capirete e comprenderete la mia emozione quando quasi dieci anni dopo mi ritrovai a vedere in sala la pellicola che secondo la stragrande maggioranza dei pronostici e della critica e delle testate giornalistiche gli consegnerà il suo primo vero Premio Oscar, no? Proprio così!

«DIGGER» porta dappertutto, in ogni singolo fotogramma e scelta d’immagine o narrativa, la firma a caratteri cubitali del suo massimo creatore e sommo artefice, colui che non può che esserne definito il padre: quasi mi vergogno a scrivere quel grandioso nome gigantesco, percependo la mia penna come non “abbastanza” importante o eminente per potersi anche solo azzardare di racchiudere in pochi tratti quel vero Genio Glorioso. Ma devo farlo, lo nominerò: ALEJANDRO GONZÁLES IÑÁRRITU. Stiamo parlando di un Autore che non rinuncia al Reale anche quando il Reale è più deprimente che mai, che non se ne fugge in mondi fantastici ove le regole son stravolte e sovvertite e rigirate in una maniera tutta loro, né che rifiuta i significati propri della Vita, per quanto complessi e astrusi e inaccettabili siano: stiamo anzi parlando di un indomito cercatore di Verità, quasi mai bella in apparenza, ma che lui riesce a renderti bella, o meglio, che lui ti racconta bella, attraverso quelle sue perle spettacolari in cui abbraccia sonorità vitali e ritmi energetici e frenesie briose che rendono ogni sua pellicola un indubbio trionfale tripudio spudorato di colori e suoni e melodie e inquadrature che altro che esser di contorno!, finiscono piuttosto per incarnare l’essenza stessa del film da loro forgiato. 

(Alejandro González Iñárritu & Tom Cruise)

E infatti la prima cosa che scelgo di raccontare di «Digger» è proprio lo straordinario impianto estetico-visivo messo in piedi. Ma solo perché sono io che sto scrivendo l’articolo, sono io che sto gestendo la narrazione di questo film, sono io il narratore, e in quanto tale spetta a me decidere da dove cominciare, come procedere e infine pure con cosa concludere. È chi racconta, che sceglie il tipo di percorso che faremo, la sua durata, il suo stesso senso. E io scelgo di partire in questo modo, nel momento in cui devo raccontare «Digger». Ebbene, prima ancora che essere un film o un’opera audiovisiva questo gioiellino firmato Iñárritu è (SEMBREREBBE essere) spettacolo, puro spettacolo nella sua forma più spettacolare. In termini estetico-visivi, ogni inquadratura meriterebbe di essere un quadro a sé stante. La fotografia inequiparabilmente bella è opera di colui che numerosi definiscono come il più grande direttore della fotografia della nostra epoca, se non il più grande di tutti i tempi perfino: EMMANUEL LUBEZKI, storico collaboratore leggendario di Alejandro, soprannominato affettuosamente “Chivo”. E in generale l’impatto visivo-sonoro, sia guardando alla sua audace messinscena completamente scriteriata sia alla follia fuori da ogni logica che trasuda da ogni singolo fotogramma, è talmente straboccante, strabordante, straniante, stordente, sconvolgente, stravolgente nel suo esser magmaticamente caotico e magneticamente assurdo che… che io sto continuando a parlare, ma in realtà non vi sto dicendo niente! Non si può raccontare un’esperienza di questo tipo, è impossibile. È talmente forte e viva da risultare quasi irraccontabile. Come una sorta di “vita a sé stante”, diversa dalla Vita. E la Vita non la puoi raccontare, giusto? AH: QUI VI VOLEVO!

L’Umano s’illude di poter raccontare la Verità – basta avere il coraggio di farlo – per il semplice fatto di poterla vedere. È lì, sotto gli occhi di tutti, non va che raccontata! Ma la vera Verità è che nessuno di Noi può vedere quale sia questa Verità. Che non sta sotto gli occhi di tutti, ma piuttosto negli occhi di chi la guarda e che, a seconda di come la si guardi e di chi sia a guardarla, cambia. Che forse la Verità neanche esiste, per quanto ne sappiamo. Che forse Noi dopotutto manco la vogliamo vedere questa Verità, se questo significa prendere il nostro Mondo e stravolgerlo tutto daccapo. Se questo significa accettare che il nostro Mondo non esista, sia falso, una mera illusione, che debba necessariamente diventare altro. Che anche se siamo affamati di Verità, anche se ne siamo convinti sostenitori, anche se la raccontiamo in continuazione, già solo nel momento in cui raccontiamo una Verità, quella smette di essere vera per esser piuttosto “nostra”. Non che sia una bugia completa né un’assurdità totale che abbia a che fare con qualcosa che non è: è che in realtà Noi vogliamo vedere solo quello che ci interessa, di una Verità, Noi vogliamo che venga raccontato che avevamo ragione noi e che le nostre Verità non son sbagliate, noi vogliamo una narrazione che dia ragione ai nostri torti. Quello che Noi raccontiamo quando facciamo della narrazione — che sia scrivendo lo spettacolo teatrale tratto da un libro oppure gestendo una crisi internazionale politica — è la nostra Verità. E la nostra Verità è ben diversa dalla Vera Verità, che per Noi rimane incomprensibile, invisibile, inaccessibile. Fare della narrazione significa forgiare qualcosa che non ci sarebbe stato non avessimo fatto quella narrazione. Il che non rende meno bello o meno interessante e nemmeno meno vero quello che raccontiamo. E del resto ciò che succede, i fatti della Vita, rientrano nelle grandi narrazioni. Sono i fatti che ci portano a fare della narrazione. Ma è la narrazione che permette a quei fatti accaduti di esistere, altrimenti se nessuno li raccontasse è come non fossero nemmeno mai successi. È quando racconti qualcosa, che quel qualcosa esiste, anche se sarà diverso rispetto a come è capitato, anche se darà ragione alle Verità di qualcuno sbugiardando quelle di qualcun altro, anche se significherà scegliere quale sia la Verità. Perché sì, la Verità va scelta, non capita. Non sta a Noi capire quale sia la Verità, ci è impossibile comprendere questo. Non si tratta mai di un capire la Verità, nessuno può capire quale sia. Si tratta piuttosto di scegliere quale sia la Verità.

Non è vero che ho incontrato Tom Cruise, e spero non ci abbiate creduto! Anzi, mi correggo: ci spero per voi. Sarebbe stato meraviglioso lo avessi conosciuto dal vivo quando avevo 18 anni, no? Sarebbe stato credere in qualcosa di bello. E nel momento in cui credi in qualcosa, soprattutto nel momento in cui la gente racconta e ancora racconta qualcosa, quel qualcosa diventa vero. Punto. Però non vi ho raccontato spudorate menzogne prive di fondamento. Ogni buona bugia, ogni buona narrazione, bene o male, parte da fatti veri. Sì, ho omesso di dire che quell’uomo dinanzi al quale esclamai stupefatto “TOM!” era una statua, che non si muoveva ed era conservato al Museo delle Cere più famose al Mondo, quello di “Madame Tussauds”. Che presenta numerose sedi in tutto il globo, tra cui quella australiana a Sydney. Era l’estate del ’18. Non una sola cosa di quello che v’ho raccontato prima era falso. Certo, ho omesso alcuni dettagli, su altri sono stato vago, e ho premuto l’acceleratore quando si è trattato di raccontare il legame tra me e il signor Cruise. Okay, sì, ma è quello che facciamo tutti quanti Noi, bene o male, quando ci mettiamo a raccontare qualcosa! Non raccontiamo mica tutto, e scegliamo Noi che percorso far fare a chi ci ascolta, spostando la Verità dove in realtà vogliamo Noi, facendola andare di qua o di là, rendendola “nostra”. È anzi inevitabile che accada così. E magari è bellissima questa Verità, il dono divino di quel Monumento di Cinema che è Iñárritu sta proprio anche in questo, nel volerti raccontare una Verità che – anche se abominevole – diventa bella perché la sua narrazione è bella e rende qualunque roba spettacolo. Anche la storia più triste e che ti racconta delle persone più abiette diventa Arte per gli occhi e Melodia per le orecchie nelle mani di Alejandro. Pure i fatti più disgustosi e le persone più obbrobriose diventano una narrazione affascinantissima fatta di accadimenti grandiosi e personaggi irresistibili, se quella narrazione finisce nelle mani di un Narratore che sa cosa voglia dire “Narrare”.

(Il – non ancora Augusto all’epoca – diciottenne ALBERTO GROMETTO nell’estate 2018 insieme alla statua di cera di TOM CRUISE, nel Museo di Madame Tussauds, a Sidney, Australia)

Ecco, «Digger» è quello. Noi siamo completamente risucchiati, assorbiti, divorati da questo gioiello che in termini di tensione emotiva e bellezza visiva e spettacolarità narrativa non conosce soluzioni di continuità nel mentre che ne prendiamo visione, siamo talmente dentro la storia narrata che quasi ci sembra di essere lì, non è un film e basta ma risulta talmente forte e potente e sovraccarico da tramutarsi in esperienza! Però racconta di una Verità che di per sé stessa è abominevole. E cioè che le grandi decisioni della Storia vengono prese da piccoli uomini. Quei pochi che stanno al potere (tutti maschi peraltro!), che siedono negli scranni più alti, che nel chiuso di un stanzetta possono sganciare bombe o dare una spinta accelerazionista alla crisi climatica che ci annienterà tutti quanti. Pagliacci ridicoli, figuri grotteschi, assurdi cialtroni, clown completamente incapaci di capire quali siano i veri problemi reali della vera realtà che sta fuori dalle loro regge e dai loro palazzi di potere, presi solo dai loro interessi o dalle loro fisime, che raccontano quello che vogliono al Mondo così che questi ci creda nel mentre che lo rovinano e lo ammazzano. Eppure sono loro che scelgono come le cose debbano andare, anche quando è la Natura stessa morente che li prega di fermarsi, li supplica, si mette in ginocchio al loro cospetto. Ma che sia per questa o quell’altra ragione, che sia per una forma di arroganza vanagloriosa oppure per mero interesse economico o ancora per semplice inerzia scaturita da grigia stupidità, questi signori decidono di assecondare le loro Verità, fregandosene di quella fattuale che si sta organizzando davanti ai loro occhi in tutta la sua potenza devastantissima. Vale questo discorso anche per il protagonista magnate miliardario imprenditore megagalattico amico del Presidente degli Stati Uniti d’America ricco da far schifo, e che in realtà poi così schifo non ci farebbe neppure a vederlo di primo acchito dato che ci fa ridere parecchio coi suoi stralunati modi spocchiosi ed eccentricissisimi ed esageratissimi, e addirittura ci porta ad affezionarsi a lui in certi tratti, specie quando sta dietro la sua gattina morente (forse il solo essere che ama al Mondo)? Digger Rockwell – al netto delle risate che ci fa fare e di quei momenti di tenerezza felina che ha – incarna proprio quello schifo d’uomo che sta distruggendo il nostro Mondo, e nel suo caso pure sapendo di distruggerlo! La narrazione con cui si giustifica agli occhi del Pianeta e soprattutto ai suoi stessi occhi è però incredibilmente forte, assolutamente potente, quasi verrebbe da dire “vera”. Perché quando una delle sue mega iper aziende combina un disastro ecologico gargantuesco e il cui prezzo da pagare potrebbe questa volta essere troppo alto (la Terra stessa?), capendo che la Natura non può andare dove vogliono lui e quei deficienti dei suoi amichetti a Washington, il riccastro comprende che forse può quantomeno fare andare la Narrazione delle cose nella direzione che sarà lui a tracciare. E chi racconta le cose a modo suo, le plasma anche. Ma pure di fronte alla fine del Mondo, basterà un “racconto da discount” a salvarli? Quantomeno, salvarli dalle loro responsabilità? Sì, se ti tuffi nel racconto più audace e coraggioso e brillante possibile, quello sorprendentemente sconvolgente che nessuno si sarebbe mai e poi mai aspettato: il racconto della vera verità! Perché Digger avrà anche distrutto il Mondo fregandosene nel mentre che lo distruggeva. E decide di ammetterlo. Ma è anche vero che glielo hanno tutti quanti lasciato fare. Ed è vero che lui vuole ancora continuare a distruggerlo. Ma è anche vero che tutti quanti vogliono ancora che continui a distruggerlo.

È facile prendersela con l’Hitler, il Craxi oppure il Trump di turno. Quelli arrivano al potere e magari fanno delle scelte anche sbagliate o ingiuste o riprovevoli. Anche senza “magari”, in certi casi. Si assumono le responsabilità di quelle stesse azioni per cui un domani saranno chiamati dalla gente (anche la loro stessa gente)  “Satana senza Dio”. Ma quei Satana senza Dio non hanno mica fatto quello che hanno fatto tutto da soli, sapete? Hanno avuto il sostegno di un’intera tribù attorno a loro, di una comunità che getterà loro merda addosso a vita e che griderà ai quattro venti che fanno schifo, ma che intanto ha bisogno di loro. Hitler la Polonia l’1 Settembre del 1939 non l’ha invasa in solitaria, sapete? Non era da solo quel giorno, né in nessuno dei giorni a seguire. I Satana senza Dio non fanno mai quello che fanno senza che non ci sia qualcuno accanto a loro e attorno a loro. Altrimenti semplicemente non potrebbero. Non è vero, come abbiamo detto prima, che sono pochi ridicoli pagliacci grotteschi a decidere i Destini del Mondo. Quella era una nostra Verità che non teneva conto di tante altre Verità. E cioè che sono pure tutte le persone che quel Mondo lo abitano a decidere, anche se loro decidono di non decidere. Di limitarsi a criticare, sputare sentenze, ma al tempo stesso non fare nulla perché le cose cambino. Meglio avere un Satana senza Dio a cui sputare addosso, che rischiare di diventare quel Satana senza Dio, no? E se poi grazie a quel Satana senza Dio abbiamo il petrolio, possiamo prendere un aereo e volare su qualche isola tropicale, andare al cinema o a teatro, accendere la televisione e l’aria condizionata, insomma “vivere bene”, meglio ancora! No? Raccontiamola pure la storia che quello è un mostro orribile che ci fa schifo nel mentre che prosciuga il nostro pianeta solo per poter diventare ogni secondo più schifosamente ricco di quanto quello schifoso già non sia! Ma intanto in cuor nostro non vogliamo che qualcosa cambi davvero, per carità.

Oltretutto: le scelte compiute da quei Satana senza Dio non saranno state da loro compiute in quanto Satana senza Dio, no? Insomma: chi nasce convinto davvero di fare il Male? Nessuno, nemmeno il più spietato uomo di potere della Storia può aver mai scelto di fare quel che ha scelto di fare sulla base delle suo desiderio assoluto di fare il male. Il suo non è mai stato un male gratuito, un “male per fare il male”. No, no: la verità è che chi sta seduto alla Casa Bianca oppure gestisce la vita e gli eserciti di un’intera nazione o ancora chi occupa i posti più alti della scala gerarchica del Mondo non fa quello che fa perché vuole fare la cosa sbagliata, perché si diverte a farla, perché gode nel farla… no, no, no! Quel Satana senza Dio fa quello che fa perché veramente convinto che sia Bene farlo. Che poi questo Bene sia solo egoisticamente suo, oppure dettato da idee e valori distorti e non condivisibili è un altro discorso. Il punto è che Digger Rockwell sceglie di prendere il controllo della Narrazione optando per la strada più sconsiderata e meno battuta di tutte: raccontare la Verità! Permettere cioè che di lui venga detto sia un Satana senza Dio, che i suoi più stretti collaboratori lo possano dire all’Umanità intera. Così che lui possa poi presentarsi sui palcoscenici del Mondo, confermare ogni cosa e sbattere in faccia a tutti quanti la vera Verità: che ce lo abbiamo messo Noi Digger Rockwell, ognuno di Noi, là dove sta e che ci è convenuto averlo lì a beccarsi la merda e lo schifo e a fare la parte del Satana senza Dio che dissangua il Pianeta nel mentre che Noi lo abbiamo dissanguato insieme a Lui. 

Raccontare che Digger Rockwell è un demonio sarebbe troppo facile, troppo comodo, troppo “poco vero”. Certo, la Verità è che lui era un egoista approfittatore, un buffone ridicolo, che non sembrava voler bene a nessuno all’infuori della sua gatta. E che ha distrutto il Mondo. Ma era anche composto, intelligentissimo, brillante. E che il Mondo non lo ha distrutto da solo. Chi ha ragione e chi torto? Hanno tutti ragione, tutti quanti. Pure i Digger Rockwell che hanno torto marcio fino al midollo — considerando quanto di orrido hanno fatto al loro pianeta e al genere umano — hanno in realtà ragione. Noi che puntiamo il dito su di loro gridando al Male, abbiamo ragione. Noi tutti urliamo a gran voce delle Verità che non sono false, bensì vere. Ma lo sono tutte quante, questo è il fatto. Perché abbiamo tutti ragione, perché ognuno di Noi ha le sue ragioni. Ma bisogna tener conto anche delle ragioni degli altri, proprio perché non c’è persona che non abbia le sue ragioni. E quindi anche chi racconta una Verità diversa dalla mia, ha ragione. Per questo tutti Noi, Noi che abbiamo ragione e diciamo delle Verità diverse ma ugualmente vere, abbiamo torto. Perché ci indigniamo di fronte allo schifo che certe persone han fatto, ma quello schifo lo abbiamo fatto anche Noi. Perché, come ci mostra il film, una volta usciti da quel cinema o da quel teatro, dopo aver applaudito festosi di fronte alla fine ignominiosa del Satana senza Dio che ha messo in ginocchio l’Umanità, commossi perfino dal fatto che chi ha fatto così tanto Male ne possa ricever altrettanto, ce ne torneremo a casa passeggiando nel nostro mondo semidistrutto e che ogni secondo di più rovina verso l’inesorabile decadimento, senza che nulla sia cambiato. Anche Noi spettatori di «Digger», una volta tornati a casa dopo questa visione, non faremo nulla in concreto per migliorare le cose. Ci racconteremo le solite storie anzi, ce le sentiremo raccontare, e ci andrà bene così. La narrazione serve a questo, a cambiare il Mondo, anche quando questo non cambia. E quel che solo raccontiamo diventa la nostra stessa realtà. Solo quel che raccontiamo accade e le cose accadono come le raccontiamo. «Le parole sono percezione. E la percezione è realtà» dirà Digger a un uomo che stava raccontando l’imminente Fine del Mondo, ma usando parole che secondo lui avrebbero implicitamente accusato l’America (e Digger stesso). Quello s’arrabbia e gli risponde gridando, come sfinito dalle ridicolaggini che stanno avvenendo e assassinando il Pianeta: «NO! La percezione NON è la realtà: la percezione è percezione!». Ma per un uomo come Digger che si rende conto che conoscere i fatti è una cosa ma sentirsi raccontare la storia di quei fatti è un’altra, davvero la percezione della realtà non diventa essa stessa realtà?

È giusto raccontare Digger in questo modo o forse è meglio raccontarlo in quest’altro? Era un bifolco volgare grossolano rude insensibile oppure un’acuta mente geniale e che sapeva decifrare l’Umano guardandolo dentro? Forse entrambe, no? E questi signori di Washington erano ridicoli pagliacci di cui bisogna ridere, no? Ma ai loro stessi occhi, quei clown erano tutt’altro che clown, forse non bisognerebbe riderne, forse bisognerebbe averne paura. Vedete? Nello stesso momento in cui si ragiona su come raccontare quello che una storia come «Digger» ti vorrebbe raccontare, non si sa chi ha ragione e chi torto. Ma poi c’è davvero qualcuno che ha torto e qualcuno che ha ragione? Io so solo che Iñárritu fa come il suo molto poco eroico eroe: sceglie di dire la Verità. Che non sarà mai quella vera vera, perché quella nemmeno Noi possiamo sapere quale sia. Ma come il sottoscritto vi ha fatto credere (o ci ha provato, almeno) di aver conosciuto Tom Cruise per poi dirvi che non era vero, così fa questo film qua: tutta la storia di Digger, Washington, della Fine del Mondo… DIMENTICATELA! Inaspettatissimo colpo di scena ribaltante!!! È tutta solo un grande show, uno spettacolo spettacolare, la narrazione straordinaria di qualcosa che non è accaduto mai, o che forse è accaduto ma non così, o forse dopotutto non importa che sia accaduto, no? Nel momento in cui racconti qualcosa, quel qualcosa accade. E non è così importante se sia accaduto davvero.

Ci vuole coraggio e audacia e follia a raccontarti la Verità, soprattutto se poi sai che la Verità non la puoi raccontare veramente. Questo pazzeschissimo gioiello fuori di testa qui è un coraggiosissimo inno audace a quel tipo di d’audacia e coraggio di cui la Settima Arte, la Narrativa e addirittura il Mondo intero avrebbero bisogno. E anche se ne esci fuori con la consapevolezza che nulla è cambiato, almeno hai potuto come pensare di sì. Credere davvero di star trasformandoti nel mentre che il film andava in scena. Se ancora non sono bastate le mille mila altisonanti parole spese per la sua messinscena, sceneggiatura, fotografia parliamo ancora delle strabilianti performance che lasciano senza fiato in corpo. Quasi come fosse una gara di Grandezza, ogni attore era talmente sconcertante nella sua interpretazione da risultare iconico: uno splendidissimo RIZ AHMED, una SANDRA HÜLLER sempre più divina, un JESSE PLEMONS meraviglioso come suo solito, un MICHAEL STUHLBARG che ancora una volta sorprende nel confermare quello che è il suo immenso talento e uno sconfinatissimo JOHN GOODMAN che a più di 70 anni suonati ci fa ancora letteralmente urlare dal piacere tanto è grandioso! E poi, poi c’è Lui. Non si può parlare di questo film, senza parlare del suo protagonista. Ho sempre ritenuto Tom un Maestro di Mostruosità Attoriale. Ma a questo giro il nostro firma una delle più titaniche, leggendarie, gigantesche performance che abbia mai portato sul Grande Schermo in tutta la Vita: dimostra di essere un Colosso dell’Interpretazione, una Divinità della Recitazione, un Gigante fra i Giganti. Si trasforma fisicamente ed emotivamente, la sua stessa psiche e il suo stesso fisico diventano tutto e il contrario di tutto con lo scopo di raccontarti della mutevole natura della Verità e del fatto che essa appartiene a chi la racconta o piuttosto a chi la percepisce nel momento in cui viene raccontata. Avrebbe potuto parlare per dieci minuti interi senza mai fermarsi (e lo fa!), non mi sarei perso un solo secondo. Se i Grandi Narratori sono coloro che ti fanno credere a quel che raccontano, il Magistrale e Monumentale e Maestosissimo TOM CRUISE è fra i Massimi Campioni in tal senso, meritevole più di chiunque altro del Premio Oscar come Miglior Attore Protagonista 2027 (e che sarebbe il suo PRIMISSIMO “vero” Oscar), perché qualsiasi cosa mi avesse raccontato durante questo film, io gli avrei creduto. Mi avesse detto che il mio vero nome era Giuseppino, io gli avrei creduto tanto ha saputo Tom essere “vero”. Pur nella totale impossibilità – dichiarata dal film stesso – di raccontare la Verità. Perché è questo alla fine, il punto dell’intera pellicola: 

A nessuno di Noi è permesso raccontare la Verità. Possiamo però raccontare. Ed è il nostro racconto allora che ha la possibilità di divenire Verità.

Quest’assurda perla pazzesca all’insegna della follia più scriteriata Noi l’abbiamo vista nel solo posto possibile, il nostro cinema del cuore ❤️, il migliore al Mondo per Noi: IL REPOSI DI TORINO IN VIA XX SETTEMBRE 15; ANDATECI PURE VOI!!!

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