DI ALBERTO GROMETTO

OGGI QUESTO ARTICOLO NON LO INIZIO DALL’INIZIO, LO INIZIO DALLA FINE, ANZI DAL MEZZO, ANZI… SAPETE CHE C’È? CHE NON VE LO DICO NEMMENO DA DOVE LO INIZIO! LO INIZIO… COME MI PIACE!!!
In un mondo fatto di regole, leggi, bon ton, galateo, norme, ammonimenti, ordini, divieti, pregiudizi, moralismi, perbenismi, convenzionalismi, e un mucchio di altri -ismi, vien voglia di urlare, strillare, gridare: MA VAFFANCULO!

Okay, forse non era precisamente questa la parola a cui pensava il Sommo Bardo WILLIAM SHAKESPEARE nel momento in cui scrisse una delle sue perle – l’opera teatrale «COME VI PIACE» – ma certamente sì, il concetto non era dissimile, bensì proprio questo qui.
Quando si pensa al caro Zio Billy – sì, io amo così tanto Shakespeare che per me Lui è più che un autore, lo considero un parente! – difficilmente viene questa in mente per prima. La storia dei due innamorati veronesi Giulietta e Romeo, oppure lo scozzese Macbeth bramoso di potere, o quel danese indeciso di Amleto: queste son le storie di cui ci si ricorda subito, tra quelle che Shakespeare ha più che magistralmente raccontato. A cui ha infuso vita. Forse la tua preferita è il dramma storico su qualche re inglese, tra un Enrico e un Riccardo. Magari ci si ricorda delle sventure di Otello o Re Lear, ci può stare! O le travolgenti memorabilissime avventure sognanti di «Sogno di una notte di mezza estate». Ma ritengo veramente molto molto molto difficile che «Come vi piace» sia il primo titolo di cui ci si rammenta quando si pensa a William.

C’è un momento tuttavia che viene citato a perdifiato di continuo costantemente, specie quando ci si imbatte in un elenco dei pezzi shakespeariani più famosi mai scritti. E lì, toh guarda!, rientra un monologo proveniente proprio da quest’opera. E che non solo è considerata come una delle cose più famose mai scritte da Shakespeare, ma nell’intera Storia del Teatro. Lo pronuncia un certo Jacques, un allegrone malinconico insieme divertente e struggente, uno di quei personaggi nei quali t’imbatti e di cui non ci si scorderà mai per tutta la Vita. E verte su quelle che sono le età dell’uomo. E viene utilizzato come metro di paragone, in una delle più affascinanti metafore a cui abbia mai avuto il privilegio di assistere, proprio la stessa arte teatrale! “Tutto il Mondo è un palcoscenico” esordisce Jacques, che continua descrivendo ogni essere umano — uomo o donna che sia — come un attore che è chiamato a interpretare determinati ruoli nell’arco della sua spettacolare esistenza. Sette età differenti descrive, dalla prima in cui è infante fino alla settima e ultima in cui si ritorna come infanti. Sono le entrate e le uscite che ogni attore ha, e ognuno di Noi si ritrova a recitare parti differenti. Non credo esista una metafora di natura metateatrale più grandiosa di questa, al punto che a mio modo di vedere chiunque voglia recitare nella vita dovrebbe conoscere questo monologo.

Ora, io non so perché quest’opera non ha avuto lo stesso successo delle altre, né all’epoca né in seguito. Posso ipotizzarlo però. Le vicende — assurde e pazzesche e intricatissime e complicatissime — non seguono le regole della logica né un qualche moraleggiante insegnamento preciso. Non è nemmeno così tanto importante stare a raccontarle, e infatti non ne faremo menzione alcuna. Ma come?, potrebbe dire qualcuno. Un articolo che parla di un’opera teatrale senza dire nulla sulla storia che quell’opera teatrale racconta? Esatto, spesso mi perdo nelle trame delle opere di cui scrivo, e questo pezzo ho deciso di farlo… COME MI PIACE! E a me gira di non raccontare niente oggi. Il punto è che non è davvero essenziale, rispetto a molti altri casi, raccontare la storia che racconta quest’opera, per raccontare quest’opera. Vi basti sapere che per tutta una sfilza di ragioni tutta una serie di personaggi si ritrova a lasciare il freddo mondo delle corti nobiliari per finire in un bosco. E lì capita il marasma più marasma possibile: buffoni bislacchi che per tutta la vita son stati buffoni bislacchi e che ora capiscono di poter essere altro, strambe comunità boscose felici di starsene lì nel fitto del verde, donne che si fingono uomini per poi imbattersi negli uomini che amano ma che non le riconoscono e a cui si ritrovano loro malgrado a dare consigli d’amore! E quindi vien da chiedersi: okay, ma il senso?

Il senso non solo c’è, ma è talmente forte e spiazzante — ora come allora — che risulta chiaro il motivo per cui in effetti la storia poteva anche non essere raccontata. Che risultano chiare anche le ragioni per cui non ha goduto di tutto questo successo. Non che Shakespeare non sappia spiazzare ogni volta, parlate con uno che rimane di sale anche di fronte alle opere che già conosce e a cui ha perfino già applaudito a più riprese in teatro! Ma il senso di quel che vuol raccontare ci punge come una freccia scoccataci all’altezza del cuore. In questo caso invece, vivendo un’altalena emotiva fatta di saliscendi e passando dalla malinconia alla risata nel giro di un “Amen”, di fronte ad una vicenda che mescola spirituale spiritico e terreno carnale, ridendo e piangendo insieme, ci si ritrova forse a non coglierne il senso. Immagino, non ne sono sicuro! E il motivo per cui non ne sono sicuro, è perché nel caso della pazzesca, incredibile, sconcertante rappresentazione a firma del TEATRO STABILE DI TORINO – TEATRO NAZIONALE, ogni minimo particolare della meticolosa messinscena evocativa, dalle scenografie passando per la regia arrivando agli interpreti, è talmente tutto curato e potente ed evocativo che alla domanda “Ma qual è il senso?”, la risposta è una e una sola: LIBERTÀ!!!

Libertà sfrenata nella sapientissima regia brillante e così piena di vita e di energia e di forza della vulcanica e grandiosissima GIULIA ODETTO nel prendere “una cosa del 1600” e renderla “una cosa del 2026”, ma anche del 2167, ma di qualsiasi epoca storica a dire il vero! Libertà totale da parte di DIEGO PLEUTERI e della stessa GIULIA ODETTO nel tradurre e riadattare le parole shakespeariane per rendere ancor più evidente come parlino anche ai Noi di oggi, ancora e ancora e ancora. Libertà stravolgente e ribaltante per quanto concerne oggetti di scena, costumi, direzione artistica e interpretazione – attoriale e filologica – di tale rappresentazione onde poter mostrare uomini che scelgono di sposarsi fra di loro anche se maschi per il gusto di farlo, donne che sono femmine ma decidono della loro vita come fossero maschi perché vogliono farlo, esseri umani che dicono quel “Vaffanculo” di cui sopra al mondo che dice loro chi devono essere e come devono essere, preferendo invece costruirsi il loro Mondo. Un Mondo che è fatto come piace a loro, in cui ognuno è fatto in un modo che gli piace.
Che sia per le regole imposteci dalla società, che sia per paura nostra oppure pregiudizio altrui, che sia per qualunque altra cosa, che sia per un motivo o per un altro, Noi finiamo sempre per essere quello che gli altri ci dicono che dobbiamo essere. Tu sei il ruolo che ti appioppi, se nasci in un modo devi morire in quel modo, se quella cosa non si deve fare non la devi fare… e la libertà in tutto questo? Vivere e Amare dovrebbero essere sinonimi di “Essere Liberi”. Devi poter amare chi vuoi amare, e nel modo che vuoi. Che ti piace. Vivere la vita che vuoi tu, e come la vuoi tu. Altrimenti non vivi per davvero. E nemmeno ami per davvero.
E qui torniamo all’iconico monologo metateatrale di cui sopra. Perché è tanto importante che un monologo nel quale si dice che la Vita è uno spettacolo teatrale e che tutti Noi siamo attori destinati a interpretare dei ruoli sul Palcoscenico dell’Esistenza faccia la sua apparizione in un testo che vuol essere un inno alla Libertà? Perché qualsiasi spettacolo teatrale ha un autore. E tu puoi essere l’autore del tuo. Ognuno di Noi può essere lo Shakespeare della sua Vita. E fare come faceva lo Zio Billy: raccontare quello che gli piace, e come gli piace! Questo è il Potere che Noi abbiamo sulle nostre vite. Anche se, proprio come nel caso di «Come vi piace», la cosa può non risultarci così chiara. E ci sembra davvero assurdo: ma veramente abbiamo tutta questa libertà? Ma veramente nel 1600 qualcuno ha potuto scrivere una roba del genere? Eppure sì, così è. In ambedue i casi.

Ora, come rendere questo inno alla Libertà? Ma è chiaro: LIBERO! Che sia libero questo inno alla Libertà! E così invece di complesse scenografie rappresentanti alberi boschivi o casette nel mezzo delle foreste, ci ritroviamo davanti a tutta una serie di corde legate ad un contrappeso che popolano la scena e quasi la soffocano, la strangolano, l’asfissiano. Ma man mano che si procede nella rappresentazione tutto questo cordame cambia forma, viene riutilizzato in scena, e a poco a poco le corde lasciano posto allo spazio fino a quando, nel finale, gli attori possono (letteralmente) mettersi a ballare liberamente su quel palco sgombro. E ancora, nel mezzo dello spettacolo, a più riprese, ci si mette a cantare: numerose sono le canzoni moderne che si alternano l’una all’altra nel corso della rappresentazione, momenti musicali che sono parte integrante dello spettacolo, e chissenefrega se stiamo vedendo della prosa e non del musical, e chissenefrega se è un testo del 1600 con musiche della nostra epoca, chissenefrega!, noi vogliamo essere liberi. Tra tutti i momenti, cito quello in cui vien cantata “Bandiera” di Giulia Mei, fra le mie canzoni preferite in assoluto, che si rivolge a tutte le donne (ma direi infine all’Umanità intera) ricordando loro di essere libere, come si vuole, gridando alla Libertà. Shakespeare e Mei, a distanza di quattrocento anni, parlano delle stesse cose. E infine… il finale, ma chi ha bisogno di un finale? Perché quest’ossessione per il finale? Chi ce lo dice che deve per forza esserci un finale, se non lo vogliamo? Che poi è lo stesso finale di sempre, nel caso di ogni rappresentazione teatrale: gli attori sono sul palco e si beccano un applauso. E INVECE NO, grida questa sensazionale versione dell’opera shakespeariana. Proprio come nel caso del mio articolo che ho scelto di iniziare senza un inizio, così il «Come vi piace» di Giulia Odetto sceglie non solo di non iniziare – quando arriviamo in teatro il sipario è già alzato e uno degli interpreti cammina avanti e indietro tra corde e funi – ma pure di finire senza applausi, ma ballando! NON scherzo: alla fine tutti quanti, pubblico e interpreti, chi dal palco e chi dal posto, tutti quanti scelgono di ballare, danzare, muoversi a ritmo di musica, ma anche no se non lo vogliono, ognuno a modo suo, ognuno come vuole, ad ognuno COME PIACE!!! Liberiamoci da questa idea che serva per forza un inizio e una fine: non poteva essere una conclusione più libera di così!

Una menzione specialissima – e che io liberamente scelgo di fare a questi meravigliosi interpreti che hanno saputo incarnare in cosa davvero stia il senso di essere liberi – è d’obbligo. Mozzafiato la performance dell’incredibile TERESA CASTELLO, l’istrionicissimo MARCELLO SPINETTA ci fa ridere a crepapelle come poche altre volte ci è accaduto nella vita, IACOPO FERRO merita lodi sperticate a non finire, sensazionale come suo solito il grandioso buffone di MICHELE SCHIANO DI COLA, fenomenale il grandioso MATTEO FEDERICI, sensazionale al massimo grado STEFANIA MEDRI nel suo ruolo, CHRISTIAN DI FILIPPO rappresenta sempre una garanzia di professionalità in ogni parte che fa, la sensazionale e sublime e strepitosa MARTA PIZZIGALLO fa innamorare con un sol accento o movimento di sopracciglio, JOZEF GJURA è il memorabile Jacques sopracitato, LORENZO BARTOLI è un artista che ammiriamo spasmodicamente da molto tempo e che non può che essere applaudito fragorosamente, la voce divina della divina CELESTE GUGLIANDOLO nel mentre che canta risuona nelle nostre orecchie ancora adesso, l’esuberante talento irruente che sprigiona il carisma di fuoco di ANNA MANELLA è una delle ragioni per cui ci ricorderemo di quella sera vissuta nel meraviglioso TEATRO CARIGNANO DI TORINO.


E Tu, tu chi sei? Sei un buffone? Sei una donna? Sei un uomo che ama gli uomini? Qualunque roba tu sia, quello che conta è essere come piace a te! Amare chi piace a Te, e come piace a Te. Non essere il ruolo che ti appioppano, mai sii libero di essere l’autore del tuo spettacolo. Questa è una storia che comincia nel momento in cui due donne coraggiose si tolgono le loro pesantissime vesti e i gonnelloni che manco permettevano loro di camminare e finiscono per calzare pantaloncini corti. E diventare effettivamente donne, quando prima erano solo bambole vestite di tutto punto. E vestite “da altri”. Prendiamo esempio da loro. Facciamo nostra una storia dove ognuno si sceglie la sua identità, diventiamo autori del ruolo che interpretiamo, e interpretiamolo come ci piace, quando ci piace e con chi ci piace! Non essere come piace agli altri. Sii come piace a te. Quasi sicuro ti daranno del folle. Perché non può essere che un buffone di corte desideri essere qualcos’altro. O che una donna decida per sé. O che un uomo ami un altro uomo, o che due uomini e una donna decidano di amarsi tutti e tre insieme nel bosco tutta la vita, o che si stia insieme con qualcuno che si conosce da cinque secondi o che si decida di smettere di vedere qualcuno che si conosce da cinque anni. Oppure finire uno spettacolo ballando e non con gli applausi. O iniziare un articolo senza dargli un inizio. È follia, tutto follia! Però sono proprio questi folli quelli che alla fine vivono per davvero. Perché chi sta in gonnella farà quello che piacerà a tanti. Ma chi sceglie i pantaloncini corti, farà quello che piacerà a sé. Poi, ovviamente, potete anche sputare su questo articolo e scegliere di fare tutt’altro! Non importa. Fate pure… COME VI PIACE!


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