DI ELODIE VUILLERMIN
Se c’è un’arte che amo e che non smetterò mai di difendere è proprio il doppiaggio italiano. Molti al giorno d’oggi dicono “Eh ma in originale suonava meglio”, “Eh ma la traduzione italiana di questo film fa pena” e frasi simili. Non sanno di che parlano.
Sinceramente sono stanca di chi sottovaluta il doppiaggio nostrano, dice a priori che è brutto o, peggio ancora, ne ignora l’importanza. Doppiare un film, una serie tv, un cartone animato o un qualsiasi prodotto non è semplicemente tradurre parola per parola da una lingua a un’altra, ma è questione di adattamento, ossia essere in grado di restituire il messaggio dell’opera originale nella nostra lingua madre, anche se con dialoghi leggermente diversi da quelli originali. I doppiatori non si limitano a replicare la voce di un personaggio, ma aggiungono quel qualcosa in più che contribuisce a dare profondità al personaggio stesso: per questo sono da ammirare. Poi l’Italia vanta una lunghissima tradizione di doppiatori talmente eccelsi che ne è stata riconosciuta la bravura perfino all’estero. La qualità del doppiaggio nostrano è alta, tanto che alcuni dicono senza esitare che il nostro è il migliore doppiaggio al mondo.

E la dimostrazione di tutto questo ce l’ha data Valentina Favazza, celebre doppiatrice valdostana cresciuta artisticamente a Roma, nonché compagna dell’altrettanto famoso Flavio Aquilone. Gli appassionati di doppiaggio la riconosceranno di certo per essere la voce dietro attrici del calibro di Felicity Jones, Jennifer Lawrence, Alicia Vikander, Rachel Brosnahan, Shailene Woodley, Lily Collins, Carey Mulligan, mentre nel campo dell’animazione è stata la principessa Peach nel recente film di Super Mario e l’angelo esorcista Lute nella tanto amata e irriverente Hazbin Hotel. E questi sono solo alcuni esempi.
Nella serata dell’8 dicembre 2024, infatti, la Favazza è stata protagonista, al Teatro Giacosa di Aosta, di Luce in sala (titolo pensato da lei stessa), una serata curata da Aiace VDA, realtà cinematografica molto famosa qui in Valle d’Aosta. Nel corso di una lunghissima intervista, la doppiatrice ha accompagnato me e numerosi spettatori in un viaggio accattivante e sorprendente alla scoperta di un mestiere che, come lei stessa ha sottolineato, di norma avviene nell’ombra, ma che è necessario mettere in luce. Il doppiaggio, in effetti, è un’arte poco conosciuta e di norma avviene in una cabina buia. Ma soprattutto, chi doppia un personaggio poi non viene visto sullo schermo. Eppure i doppiatori, seppur stando nel loro angolo d’ombra, nel prestare la loro voce a un personaggio, sia esso un attore in carne e ossa o un disegno animato, riescono a dare quello spessore, quella profondità e quella capacità espressiva che sono fondamentali nel costruire la personalità di quel personaggio e nel dargli tridimensionalità.
La serata è cominciata con qualche domanda sulla vita di Valentina, su come ha scoperto la passione per il doppiaggio e sulle sue prime esperienze, proseguendo poi con il citare quelli che sono gli aspetti più affascinanti del mestiere. Diversamente da come spesso accade, lei non ha scoperto il mondo dei doppiatori per merito di genitori cresciuti in quell’ambiente, non era insomma una figlia d’arte; anzi, i suoi genitori non sapevano nulla di quel mondo di voci, è lei che ha cominciato ad appassionarvisi e a fare delle ricerche in merito.

La regola d’oro di ogni bravo doppiatore, come ha fatto notare Valentina (e come ogni doppiatore professionista ci terrà a sottolineare), è essere prima di tutto un bravo attore. Per entrare nel mondo del doppiaggio, infatti, devi studiare teatro e fare molta pratica in tal senso. Eppure qui sta il bizzarro controsenso: il doppiatore è abituato a lavorare in una sala di registrazione chiusa e buia, quindi a non avere un pubblico davanti, e quando si ritrova a essere osservato da tante persone può farsi prendere dall’ansia, mentre nel teatro l’esibizione davanti a una platea di gente è essenziale.
Il doppiaggio, poi, è un mestiere dove non si smette mai di crescere. Ogni personaggio a cui presti la voce è una sfida diversa, mai uguale alla precedente. Troverai sempre un’occasione per migliorare, anche se dovessi raggiungere la soglia degli 80 anni. “Il giorno in cui dici ‘vabbè, lo so fare’, forse ti sei fermato. In quel momento hai smesso di imparare”, ha dichiarato a tal proposito Valentina.
Dopodiché la Favazza è passata a illustrare come funziona il doppiaggio dal punto di vista pratico. Al contrario di quanto si pensi, i doppiatori non lavorano in solitaria; al contrario, ogni turno di doppiaggio è frutto di un lavoro di squadra, della collaborazione di più figure. Si comincia prima di tutto con la traduzione dello script del prodotto, fase che spetta, ovviamente, al traduttore. Dopodiché il copione viene passato all’adattatore, che ha il compito di adattare il testo tradotto alle lunghezze e alle labiali senza snaturare il testo. A quel punto il copione arriva in sala, dove il doppiatore, sostanzialmente, deve recitare. Accanto al doppiatore troviamo tre figure molto importanti: l’assistente, che si occupa del sync; il fonico, che registra; e il direttore di doppiaggio, che dà particolari indicazioni al doppiatore su come recitare. Le scene registrate, in gergo tecnico, si chiamano anelli.
Il fatto di doppiare il film anello per anello, senza poterlo vedere prima, quindi senza avere la possibilità di sapere in anticipo come si evolverà la storia, permette al doppiatore di scoprire l’evoluzione del suo personaggio in corso d’opera e di potersi sorprendere insieme a lui. In questo modo i doppiatori sono molto più autentici e genuini nella loro interpretazione.
Un tempo capitava che più doppiatori lavorassero insieme davanti al leggio nella stessa sala. Ma ormai questo aspetto è cambiato, soprattutto dopo il Covid, e ormai si adotta sempre più spesso una tecnica chiamata colonna separata, in cui, sostanzialmente, ogni doppiatore incide la sua colonna.

Il discorso è proseguito incentrandosi su alcuni dei ruoli più celebri di Valentina e su quanto sono stati importanti per lei, da Alicia Vikander in The Danish Girl, forse il suo ruolo più emotivamente trascinante, ad Ana de Armas in Blonde, molto impegnativa dal punto di vista tecnico e fonte di ansia a ogni turno (come l’ha descritta lei stessa), da Jennifer Lawrence in Don’t Look Up a Cristin Milioti della serie tv The Penguin, fino ad arrivare a Rachel Brosnahan in La fantastica signora Maisel, il ruolo nel quale ha ammesso di essersi divertita di più in assoluto.
Ognuna di loro ti insegna qualcosa. Alcune, paradossalmente, ti insegnano a stare in panni che magari fino a poco prima non avresti mai nemmeno concepito di indossare. Ci sono delle volte in cui mi ritrovo, da attrice, a sostenere dei ruoli che non appartengono al mio modo di essere. Per esempio, le cattive sono tra le più divertenti da fare, proprio perché ti permettono di essere altro. Però anche ideologicamente mi è capitato. E magari mi hanno fatto ricredere su alcune cose.
(Valentina Favazza, Luce in sala)
E per quanto riguarda la questione emotiva, il dover entrare in empatia con i personaggi? Secondo la Favazza, i doppiatori sono “il terzo filtro del personaggio”, perché l’attore è un filtro del personaggio, e attraverso l’attore quello stesso personaggio prende vita. Il doppiatore è quindi il filtro dell’attore, che è stato a sua volta filtro del personaggio. Significa che il doppiatore non può togliere o aggiungere nulla, deve solo incollarsi molto bene a qualcosa che già è stato fatto. E più riesci ad aderire al personaggio, più sparisci. “Il doppiaggio”, dichiara Valentina, “funziona quando sparisci e sei in ombra”.
Al leggio c’è comunque un certo limite su quanto puoi farti coinvolgere dalla scena e anche su quanto puoi muoverti. Ovvio che, se devi doppiare un personaggio che corre, non puoi stare fermo, devi riuscire a muoverti sul posto e simulare la corsa, ma senza muovere davvero i piedi, altrimenti il microfono registra ogni minimo movimento.

In questa serata c’è stata pure l’occasione di trattare quelli che sono gli aspetti più controversi del doppiaggio. In primis, la questione dei talent, ossia quei personaggi famosi (youtuber, cantanti e simili) che non hanno una vera e propria formazione attoriale e vengono chiamati a doppiare un personaggio per una mera strategia commerciale. Purtroppo oggi capita che mettano sempre più spesso al leggio personaggi che non sono molto bravi a doppiare e nemmeno vengono preparati adeguatamente in tal senso, e il risultato si vede e si sente. C’è però stato un tempo (si parla degli anni ’90 e dei primi anni 2000) in cui i talent hanno saputo tirare fuori il talento, poiché partivano già con una solida formazione attoriale e avevano la giusta capacità interpretativa e presenza scenica; dopotutto i talent di una volta erano nomi del calibro di Gigi Proietti e Anna Marchesini (magari in futuro farò una classifica sui migliori talent nel doppiaggio, che ne dite?).
Altro aspetto molto dibattuto è la questione dell’intelligenza artificiale. Un po’ come tutti i mestieri artistici, il doppiaggio è minacciato dal diffondersi di queste nuove tecnologie, ma Valentina ha detto che qualunque doppiaggio fatto in maniera artificiale non restituirà mai quello che realmente è il lavoro dei doppiatori. Il cuore che ci mette l’umano in un mestiere artistico, secondo la sua opinione, non potrà mai essere sostituito. Mi trovo più che d’accordo con quest’affermazione. La IA non può e non deve vincere. Il vero doppiaggio non lo fanno le macchine o gli algoritmi, lo fanno le persone. La vera arte, come ci ha già insegnato il musical We will rock you, è quella che mette al centro l’umano prima di ogni cosa.
La Favazza ha persino scherzato con l’intervistatrice e con il pubblico in sala sulla questione del “doppiaggese”, ossia la tendenza dei doppiatori a inserire nel parlato, quasi senza accorgersene, espressioni che nella vita vera non userebbero mai, perché sono tipiche del film o della serie tv che stanno doppiando. Per esempio, capita che si ritrovino a dire “Ma sei pazzo o cosa?”, aggiungendo quel “o cosa?” che non vuole dire niente e anzi è un’aggiunta quasi superflua, o si utilizzi smodatamente il “be’ ” prima delle frasi.
Dopo un’attenta analisi di alcune clip tratte da film, serie tv e d’animazione in cui Valentina ha prestato la voce (tra cui The Danish Girl, Gli anelli del potere, Thor: Ragnarok, Hazbin Hotel, Don’t Look Up e Over the Moon) e qualche domanda da parte del pubblico, la serata si è conclusa nel miglior modo possibile: con una performance di doppiaggio dal vivo.
Sono contenta di essere stata lì, in quel teatro, quella sera. Grazie, Valentina, e grazie a tutti i doppiatori italiani per l’impegno che ci mettete ogni giorno nel vostro lavoro. Spero che continuerete a difendere con orgoglio questa forma d’arte, che è speciale proprio perché ti permette di essere tante cose diverse, di poter diventare veramente tutto.


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