DI SARA MORENA
Uscito nel 1999, altro film diretto da Isao Takahata, è un’opera piuttosto insolita nello Studio Ghibli, come appare a prima vista. I disegni sono in acquerello e i personaggi sono per la maggior parte del tempo disegnati con dei tratti caricaturali. La scelta stilistica è dovuta alla richiesta dell’autore dell’opera originale di disegnare i personaggi nel suo stesso stile. Il film è ispirato ad un manga yonkoma. I manga yonkoma sono manga che seguono lo schema di trama in quattro vignette, ognuna delle quali rappresenta rispettivamente inizio, svolgimento, svolta e fine. Solitamente le yonkoma sono brevi storie comiche, vengono usate anche da autori di manga famosi nelle pagine extra dei volumi dove raccontano dei momenti spin-off divertenti dei personaggi. L’autore di I miei vicini Yamada è Hisaichi Ishii, il quale accettò la richiesta dello Studio Ghibli di fare del suo manga yonkoma un adattamento a film.

Era il 1997; lo Studio Ghibli, dopo Principessa Mononoke, doveva trovare il modo di andare avanti e per farlo aveva bisogno di fare qualcosa di nuovo e insolito. I miei vicini Yamada è effettivamente diverso dalle precedenti pellicole, e forse, quanto meno in Occidente, è uno dei film targati Ghibli meno considerati. Non si sente molto parlare dei Yamada quando si parla di Ghibli. Oltre ai film di Miyazaki ricordiamo facilmente altri film della casa, ma i Yamada non fanno molta audience. Eppure in Giappone sembrano essere ben considerati. Lo scopo di una tale scelta per portare avanti la produzione era anche quello di rivolgersi ad un pubblico che era troppo ammaliato dal fantasy; serviva quindi qualcosa che lo riportasse coi piedi per terra. E i Yamada erano una buona scelta, perché I miei vicini Yamada era un manga satirico sulla vita familiare giapponese.

La satira ha da sempre come fine prendere in giro la società evidenziandone i lati stupidi e porla di fronte alle proprie debolezze ricordando quali sono i reali problemi, come se volesse dirci di darci una svegliata. Pioggia di ricordi e I sospiri del mio cuore sono stati dei veri e propri slice of life, ma I miei vicini Yamada si propone di prendere in giro la realtà e indurre le famiglie ad accettare sia i familiari che sé stessi per come sono, senza pensare di essere personaggi di un romanzo. Uno dei momenti più forti, sotto questo punto di vista, è proprio il finale. Nella scena conclusiva il capofamiglia dei Yamada, durante la celebrazione di un matrimonio, fa un discorso improvvisato perché la moglie gli ha dato il foglietto sbagliato, con la lista della spesa, invece degli appunti per il discorso. Mentre il signore parla, quasi si lamenta dei difetti della moglie per l’errore che ha fatto, ma tramite questa lamentela individua l’aggancio idoneo per trovare le parole giuste da dire, invitando gli sposi a saper accettare gli inconvenienti della vita familiare.

I miei vicini Yamada non è quindi il solito film Ghibli, con protagonisti che seguono avventure, oppure vivono la loro vita affrontando i problemi, grandi e piccoli; il film si orienta sulla dimensione familiare, presentandone le diverse sfaccettature in maniera ironica. Parlando della famiglia, affronta il tema rapportato ai tempi attuali, nei quali la gestione della stessa sembra essere diventata più complicata, a dispetto di tutti gli agi che oggi molte famiglie posseggono. Ogni membro della famiglia Yamada ha le sue esigenze, che spesso si scontrano con quelle degli altri componenti, e da questo nascono i conflitti. Ma come sempre, lo Studio Ghibli invita ad andare avanti nonostante l’assurdità della realtà, nonostante ogni cosa si sottragga al nostro controllo o alla nostra visione.

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