DI EDOARDO VALENTE
“I sogni costituiscono il più antico, e non meno complesso, dei generi letterari”.
Questa la tesi “pericolosamente suggestiva” sostenuta da Jorge Luis Borges in apertura del suo Libro dei sogni: un compendio di brevi narrazioni di sogni, tratte da tutta la letteratura del mondo, da qualsiasi epoca.

Dall’epopea di Gilgamesh all’Iliade, dall’antica Cina alla Bibbia, dalle Mille e una notte a Baudelaire, dallo Zohar a Lewis Carroll: in questo ampio e inesauribile scenario si muove Borges per attingere e riportare i sogni più disparati, vere e proprie gemme letterarie, alle quali lui stesso aggiunge, di suo pugno, altre narrazioni, a volte celandosi dietro pseudonimi, per rendere il tutto più… onirico e surreale.
Ad accompagnarlo nella stesura dell’antologia c’è Roy Bartholomew, che si nasconde sotto il ricorrente pseudonimo di Rodericus Bartius.
Una delle storie che più mi sono piaciute ve la voglio raccontare: si tratta dell’aneddoto dell’“Uomo di Porlock”.
Il poeta Samuel Taylor Coleridge, nell’estate del 1797, in un lungo e profondo sonno sogna di comporre un poema, del quale, al risveglio, trascrive i primi trenta versi. Dopo poco, però, arriva un visitatore inatteso, un “uomo di Porlock”, ovvero di un paese vicino al suo. Congedatosi l’uomo, Coleridge tenta di tornare alla trascrizione del poema sognato, ma non ricorda più nulla, se non i ventiquattro versi conclusivi. Questo è ciò che ci rimane di quello che avrebbe dovuto essere il poema Kubla Khan.
A ciò Borges aggiunge che, anni dopo questo evento, è giunta in occidente una raccolta di storie dall’oriente, in cui si racconta che Kublai Khan, di cui Coleridge sognò il leggendario palazzo, ebbe l’idea del progetto per il suo palazzo in sogno.
Ma, così come non rimane nulla del palazzo di Kublai Khan, allo stesso modo, nulla ci rimane del poema che ci avrebbe dovuto descrivere quel palazzo.

Di storie simili è piena questa raccolta, ma nel leggerla mi rendevo conto che, ai miei occhi, qualcosa mancava. Alcuni riferimenti a mio avviso importanti, per qualche motivo, non erano presenti. In alcuni casi è difficile credere che fosse per ignoranza di Borges, poiché sicuramente conosceva gli autori a cui sto pensando; in altri casi si può ritenere una sincera e comprensibile mancanza.
Per questo desidero aggiungere delle mie personali note al Libro dei sogni.
Un primo grande assente mi sembra essere Pedro Calderòn de la Barca, autore del dramma La vita è sogno. Calderòn, oltre a essere uno dei maggiori rappresentanti del “Siglo de Oro”, un periodo di massimo splendore per la cultura spagnola, era molto apprezzato da Arthur Schopenhauer. Cosa c’entra questo? C’entra, perché a sua volta Schopenhauer era molto ammirato da Borges, che sicuramente era a conoscenza dell’opera di Calderòn.

Della più famosa opera del drammaturgo spagnolo, occorre secondo me ricordare un passaggio in particolare.
Nel dramma La vita è sogno un re fa rinchiudere per tutta la vita suo figlio in una torre, per timore di venire spodestato. Quando prova a farlo regnare, il figlio si dimostra incapace (non c’è da stupirsi, essendo stato rinchiuso tutta la vita), e come scusa per rinchiuderlo nuovamente gli viene detto che il suo breve periodo da regnante era stato tutto un sogno.
Il figlio del re, già provato da quel che ha vissuto, di fronte a questo ulteriore sconvolgimento si abbandona alla più terribile, ma veritiera, delle conclusioni:
“Io sogno che qui mi trovo
da questi ceppi fiaccato,
e ho sognato di vedermi
in più lieta condizione.
Cos’è la vita? Delirio.
Cos’è la vita? Illusione,
appena chimera ed ombra,
e il massimo bene è un nulla,
ché tutta la vita è sogno,
e i sogni, sogni sono”.
Muovendoci oltre, arriviamo al mio caro Edgar Allan Poe, citato fugacemente da Borges nel suo prologo al Libro dei sogni, ma di questo autore che ha vissuto e narrato sull’orlo dell’incubo non troviamo altri riferimenti nell’antologia.
Urge rimediare.

Gli esempi potrebbero essere tanti, ma voglio portarvi il migliore.
Ci troviamo nelle prime righe del racconto Eleonora, che ha la fortuna di iniziare con uno degli incipit più belli della letteratura:
“Vengo da una razza nota per la forza della fantasia e l’ardore della passione.
Mi hanno chiamato folle; ma non è ancora chiaro se la follia sia o meno il grado più elevato dell’intelletto, se la maggior parte di tutto ciò che è glorioso, se tutto ciò che è profondo non nasca da una malattia della mente, da stati di esaltazione della mente a spese dell’intelletto in generale”.
E dopo questo paragrafo stupefacente, Poe ci colpisce con una sorta di secondo incipit:
“Coloro che sognano di giorno sono consapevoli di molte cose che sfuggono a coloro che sognano solo di notte. Nelle loro visioni grigie captano sprazzi d’eternità, e tremano, svegliandosi, nello scoprire di essere giunti al limite del grande segreto”.
Il grande segreto, celato nei sogni.

E altro imprescindibile maestro della narrazione onirica, esploratore di incubi, è stato H. P. Lovecraft. Ho pensato a lui in un momento preciso, dopo aver letto il testo numero 87 dell’antologia di sogni, presentato con il nome “Conscio e inconscio” e che si basa su una errata interpretazione di un passaggio delle memorie di Jung.
Nel racconto presente nel libro, falsamente ripreso da un’opera di Rodericus Bartius, si dice che Jung vide in un sogno un uomo immerso in una profonda meditazione. Avvicinandosi a quell’uomo si rende conto che ha il suo stesso volto, e scappa. Al risveglio si rende conto che non è lui ad aver sognato quell’uomo, ma è quell’uomo in meditazione che sta sognando lui,e quando si sveglierà, lui non esisterà più.
Questa idea mi ha fatto pensare alla divinità concepita da Lovecraft, Azathoth, il “dio cieco che gorgoglia e bestemmia al centro dell’Universo”, e che le altre divinità devono costantemente tenere addormentato, poiché è possibile che l’intero universo non sia altro che un sogno di Azathoth, e se lui dovesse svegliarsi, l’universo svanirebbe insieme al sogno.

Abbiamo, poi, Franz Kafka, timidamente presente nell’antologia borgesiana, ma del quale ci tengo a riportare un breve, specifico, e fondamentale passaggio, che è possibile, in questo caso, che Borges non conoscesse.
Il passaggio (di cui ho già parlato in un precedente articolo) si trova tra i frammenti del diario di Kafka, ed è un frammento che lo scrittore rumeno Mircea Cărtărescu considera come perfetta esemplificazione della letteratura.
“Il signore dei sogni, il grande Isachar, sedeva davanti allo specchio, la schiena aderente alla sua superficie, con la testa tutta reclinata all’indietro e profondamente immersa nello specchio. Allora apparve Hermana, la signora del crepuscolo, e si dissolse nel petto di Isachar, finché non vi svanì del tutto”.
Sono parole “destinate alle fiamme”, che non troveremo in nessun libro, ma che in qualche modo ci sono giunte, e proprio per questa loro “quasi-inesistenza” assumono un valore ancora più forte.


E qui, in qualche modo, il cerchio si chiude. Perché ho già parlato, in apertura, di un’opera che è destinata alla “quasi-esistenza”: il poema frammentario Kubla Khan di Coleridge.
A raccontare l’aneddoto della composizione interrotta di quest’opera non è stato solo Borges; è stato infatti preceduto da un altro grande assente all’interno del Libro dei sogni: Fernando Pessoa.
Pessoa pubblica su una rivista, nel 1934, il breve racconto dell’“Uomo di Porlock”, ma invece di aggiungervi ulteriori piani narrativi, come è classico invece di Borges, si lancia in una riflessione che definirei esoterica (termine che mi viene suggerito dal fatto che, questo racconto, lo si può ritrovare nella raccolta Pagine esoteriche).


Qui Pessoa ci dice qualcosa di molto interessante.
Kubla Kahn, il “quasi-poema” di Coleridge, di cui abbiamo i primi e gli ultimi versi, ci è giunto, dice Pessoa
“come frammento o frammenti, il principio e la fine di qualcosa di pauroso, di un altro mondo, raffigurato in termini di mistero che l’immaginazione umana non può concepire, e di cui ignoriamo, con un brivido, quale sarebbe potuta essere la trama”.
E tutti noi, continua Pessoa, abbiamo un “visitatore di Porlock” che ci interrompe sempre prima di giungere a una verità, prima di compiere un’opera. Ma è un visitatore che abita dentro di noi, siamo noi stessi a interromperci.
“E quello che di tutti noi, artisti grandi o piccoli, sopravvive realmente, sono frammenti di ciò che non sappiamo cosa sia, ma che sarebbe, se ci fosse stato, l’espressione stessa della nostra anima”.
Queste mie note al Libro dei sogni di Borges, dunque, non potevano che finire con un ribaltamento, con lo stesso racconto presente in apertura, ma riportato alla fine con una diversa prospettiva, così come è differente la prospettiva tra chi sogna e chi è sognato. Sono la stessa cosa, oppure no?
Del resto, è stato proprio Pessoa a scrivere:
“E se tutti noi fossimo sogni che qualcuno sogna, pensieri che qualcuno pensa, collocati sempre fuori da ciò che esiste?”.


Desideri leggere altri articoli di natura letteraria? Allora clicca qua sopra!!!
Vuoi leggere un altro articolo dove si parla di Borges? Allora pigia qui!!!





