DI CRISTIAN LOCCI
Citizen Vigilante, film di Uwe Boll uscito a giugno 2026, è diventato rapidamente un caso mediatico: censurato in Germania e sostenuto pubblicamente da Elon Musk. Ma tutta questa attenzione solleva una domanda semplice: stiamo parlando davvero di cinema?

In breve, siamo davanti a un “Batman dei poveri”: un uomo che si fa giudice, giuria e boia, applicando la propria visione della giustizia in modi a dir poco discutibili. Un archetipo potente, almeno sulla carta, che nasce da una percezione reale: quella di uno Stato spesso lento, distante e incapace di garantire sicurezza in modo efficace. Ed è proprio su questa frattura che il film prova a costruirsi.
Il disagio, la rabbia, la richiesta di giustizia non sono invenzioni narrative: esistono, e ignorarle sarebbe ipocrita. Ma il film le trasforma in un menù di piatti raffazzonati e abbinati caoticamente. Un menù variopinto che non stimola, ma appesantisce. Non provoca, ma risulta indigesto.
È un film che tenta di mandare un messaggio, ma lo fa in maniera troppo diretta.
Il cinema è uno strumento potente, può cambiare le vite, può spingerci a dare il meglio o il peggio di noi, ma solo se riesce a far breccia nelle nostre emozioni come una freccia invisibile e a lasciare un segno, a pervadere il nostro cuore senza destare alcun sospetto.
Tutto quello in cui questo film fallisce miseramente. Ogni scena, anche la più emotiva, ci lascia la sensazione di qualcosa di costruito, di falso, la vendita mal riuscita di un maldestro commerciale; non sai esattamente perché, ma lo senti sbagliato.
Eppure il film affonda le mani in temi reali: immigrazione, criminalità, impunità. Temi che non possono essere liquidati con superficialità ma che in questo film vengono trattati come un manifesto politico mal scritto.
Ed è proprio la politica che non possiamo ignorare in questa analisi, poiché, per quanto il film sia realizzato male e interpretato peggio, pone l’attenzione su una verità statistica che non può essere ignorata.
Secondo le fonti Istat, il tasso di criminalità tra gli stranieri in Italia è circa 4 volte più alto che fra i cittadini italiani, 34 se prendiamo in esame solo i migranti irregolari, 5 per i crimini di natura sessuale, e il numero cresce esponenzialmente fino a 16 per la microcriminalità da strada.
Sulla base di questi dati capiamo dove il film vuole andare a parare, comprendiamo il suo obiettivo, ma non lo possiamo interiorizzare, perché, togliendo qualche scena emotivamente meno piatta, manca totalmente di empatia e pathos, non riuscendo neanche a generare in noi quella sensazione di rabbia e rancore che un tale film dovrebbe far germogliare nello spettatore.

ALLARME SPOILER!
Ci sono alcune scene che colpiscono, non tanto per la qualità di realizzazione ma per le rimembranze che generano.
La prima, dove un uomo nero accoltella alla gola, senza alcun apparente motivo, una madre con il figlio mentre tornano a casa dal supermercato. Una scena che non può non ricordarci il brutale e insensato assassinio di Iryna Zarutska, la ragazza ucraina accoltellata a morte su un treno della metropolitana a Charlotte, negli Stati Uniti, da un afroamericano con precedenti penali, con la sola colpa di essersi trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Questa scena riesce a generare un qualcosa perché suscita una paura reale in noi esseri umani, l’assenza di un rapporto causa-effetto.
Non riusciamo a darci una spiegazione razionale, ci sentiamo in balia di un’ingiustizia universale e cerchiamo disperatamente una motivazione scatenante che però non esiste.
Lo stesso vale per le scene di punizione: è facile provare una soddisfazione istintiva davanti a certi comportamenti devianti. Ma è una reazione primaria, non costruita. Il film non la guida, la sfrutta.
La scena che però lascia più basiti è senz’altro l’ultima, in cui 7 ragazzi colpevoli di uno stupro di gruppo e la famiglia di uno di questi vengono giustiziati a sangue freddo.
Una scena che lascia perplessi, da una parte la vendetta compiuta, dall’altra la giustizia sommaria verso la sorella, che colpevolizza la vittima sulla base delle sue credenze religiose, e verso i genitori, responsabili della mancata educazione del figlio.
È difficile descrivere come ci può far sentire questa scena, un mix di emozioni tra la giustizia compiuta e l’ingiustizia commessa per compierla.
Il lungometraggio butta nel calderone anche la tematica degli sfratti e dell’accoglienza, ma lo fa, ancora una volta, senza generare la minima empatia con il protagonista, il quale risulta solamente un avido proprietario di numerosi immobili pronto a sfrattare i suoi inquilini al minimo ritardo nei pagamenti, figura nella quale difficilmente potremmo riconoscerci.
In conclusione, Citizen Vigilante è un’opera fallimentare che lascia lo spettatore con il rimpianto di aver sprecato novanta minuti. Il regista non crea un giustiziere, ma un sociopatico confusionario che elimina colpevoli e forze dell’ordine senza distinzione, distruggendo ogni briciolo di empatia. Più che di fronte ad un film, ci troviamo davanti a un saggio di propaganda mal scritto. Una pellicola che non divide il pubblico per i suoi meriti artistici, ma che si limita a polarizzarlo, dimostrando che quando il cinema rinuncia alla poesia per farsi solo ideologia, smette di essere una freccia invisibile e diventa solo rumore di fondo.


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