DI GIULIA FOSCHI
CARE AMICHE E CARI AMICI: SI CONCLUDE OGGI CON LA PRESENTE PUBBLICAZIONE LA SPECIALISSIMA TRILOGIA DI ARTICOLI CONSECUTIVI USCITI UNO DOPO L’ALTRO PER 3 GIORNI DI SEGUITO!
TRE ARTICOLI DIVERSI CHE SONO PERÒ LO STESSO, SCRITTI A DISTANZA DI TEMPO, UNO LA RIELABORAZIONE DELL’ALTRO, UNITI DALLO STESSO INTENTO, E CIOÈ QUELLO DI FARCI FARE UN VIAGGIO, CHE È SIA GEOGRAFICO SIA TEMPORALE, MA SOPRATTUTTO EMOTIVO ED UMANO.
ABBIAMO DUNQUE APPENA FINITO DI ASSISTERE AD UN PROCESSO CREATIVO NEL SUO SVOLGERSI, NEL SUO MUTARE, NEL SUO COSTRUIRSI!
SI È PARLATO DI GRANDEZZA E PICCOLEZZA, DI RICORDI E MEMORIA E NOSTALGIA, DI PERCORSI MENTALI E DI AUTENTICA VERA PASSIONE…
QUESTO È IL TERZO E ULTIMO APPUNTAMENTO FACENTE PARTE DI QUESTA TRILOGIA, UN ARTICOLO RISALENTE AL 15 DICEMBRE 2025.

Ci sono persone a cui piacciono i film in cui sono presenti esseri viventi piccoli e/o rimpiccioliti, dove gli umani sembrano giganti, e chi mente. Un film decisamente sottovalutato, a livello di grafiche qualitativamente brutto anche, un film che si prende sul serio ma nemmeno troppo, perché del resto nella vita mejo ride. La pellicola si apre con un insetto operoso, Z, intento a parlare dei suoi traumi infantili nello studio di uno psicoanalista. Insomma potrebbe far già ridere così. Non a caso è niente popodimeno che Woody Allen a prestare la voce al protagonista, per ricordarci che sì, è tutto molto divertente, ma è tutto molto divertente? Insomma già dalle prime battute ci si rende subito conto del sarcasmo tagliente su cui tutta la storia fa perno, un dark humor velato che, diciamocelo, è alla base della nostra ironia moderna. E anche della nostra depressione latente. Tutto ciò che ci fa ridere, ci fa anche riflettere. Siate sinceri. Una vera chicca sia per la melanconica e nostalgica generazione millenial, ma anche un tripudio cringe per i nostri diretti successori appartenenti alla Gen Z. Abituati ed assuefatti come siamo a tragedie di ogni forma e tipo, solo l’umorismo nero riesce oramai a fare breccia nei nostri cuori. Una spensierata rassegnazione? Forse. Dando spazio ovviamente alla nuova e originale ondata cringe e dei suoi stickers, che più che avere un senso del comico sembra possedere un forse innato senso del grottesco.

Basta divagare; alla base di questa pellicola decisamente divertente c’è una morale sicuramente più alta ed ottimista rispetto all’abitudinaria vita votata alla sopravvivenza della colonia, a cui tutte le formiche sono predestinate e dove ognuno nasce con un compito prestabilito, già scritto. “Devo mantenere un atteggiamento positivo, anche se sono del tutto insignificante”. Così recita l’insetto prima di recarsi nelle gallerie che è chiamato a scavare a forza di piccone. Un mantra che io stessa mi ripeto ogni giorno, prima di varcare la soglia di casa e andare al lavoro. Siamo tutti un po’ Z. Vedete, anche questo fa ridere, e allo stesso tempo riflettere. Perché io non sono una formica, ma forse non ne sono più così sicura. Io non sono una formica, ma io davvero non sono una formica? (Risate). Z è un figlio fra cinque milioni di figli affetto da sindrome dell’abbandono (Risate). Z, come preannuncia il suo nome, è l’ultima ruota del carro, nonché l’ultimo mattone della stessa piramide sociale di cui è anche un tassello fondamentale. Questa consapevolezza riesce ad avere un peso, persino su di un corpo capace di sollevare fino a dieci volte la sua stessa massa. (Risate amare). In preda ad un vero e proprio dramma esistenziale si chiede se anche una piccola formica possa avere dei sogni, che vadano oltre il ruolo che la regina decide quando ancora è nient’altro che una larva. Operaio o soldato, senza nessun ruolo mediano. Ma Z non è un antropode come tutti gli altri, lui è un insetto “Rinascimentale”, come osa definirsi. Sempre in bilico fra la più alta autocommiserazione nel capirsi diverso (qui il doppiaggio di Woody fa la differenza), e l’altrettanta elevata autostima nei confronti del suo anticonformismo, trova un gancio nel cielo nella conversazione con un insetto davvero molto strano e dove se non al bancone di un bar? Qui sta il bivio in cui è chiamato a prendere forse la decisione più importante della sua vita: continuare con la sua sicura ma miserabile vita di formica operaia, oppure credere al fuco ubriacone e “pluridelirante” convinto dell’esistenza di questo mondo migliore e paradisiaco, dove ognuno può vivere esente da ruoli prestabiliti, e può essere esattamente ciò che vuole essere, fuori da ogni schema: Insettopia.

Ma che ricetta sarebbe se venisse a mancare l’amore? Ed infatti il nostro allegro scapestrato si innamora, e nemmeno di una qualsiasi: la futura regina. Niente di romantico aggiungerei, anzi l’ennesima mossa azzardata. Reduce dalla guerra a cui decide di partecipare per rivederla, e a cui riesce a sopravvivere uscendone ancor più incredibilmente illeso, la rapisce. Quale atto d’amore! Qui una battuta emblematica, che decido spontaneamente di spoilerarvi: è più scemo lo scemo, o la scema che si è fatta rapire dallo scemo? Anche questo dubbio filosofico, quasi amletico oserei dire, ci chiama a riflettere sulle nostre relazioni moderne, dove spesso ci ritroviamo a criticare di più proprio la persona che tra tutte amiamo in maniera più vera, senza accorgerci che disprezzando lei disprezziamo sempre un po’ anche noi stessi. Odi et amo a non finire, mentre i due si addentrano in un viaggio alla volta di un futuro migliore, seguendo il monolite all’orizzonte, senza svelarvi il finale di questa pellicola in cui sarete chiamati a chiedervi, fino all’ultimo frame, se sarà il super organismo a vincere il singolo, o viceversa, lasciandovi piacevolmente sorpresi per il gran finale, neanche a dirlo, decisamente cringe.


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