RES PUBLICA, CAPITOLO 2: LUIGI EINAUDI

DI ROCCO DE GILIO

La parabola biografica e intellettuale di Luigi Numa Lorenzo Einaudi si staglia nel panorama della storia istituzionale e giuridica italiana come un paradigma di rigore morale e accademico, originandosi nel solco della provincia cuneese, e precisamente a Carrù, ove egli vide la luce presso l’attuale corso a lui intitolato, quale discendente di Lorenzo, incaricato della riscossione dei tributi e originario di San Damiano Macra, e di Placida Fracchia.

La formazione del giovane Einaudi, segnata dal precoce evento luttuoso della perdita paterna occorsa nell’anno 1888, subì un necessario spostamento logistico verso Dogliani, comune d’origine della madre, per poi incanalarsi in un percorso di studi d’eccellenza che, dopo una parentesi savonese, trovò il proprio fulcro presso il Convitto nazionale Umberto I di Torino e il Liceo classico Cavour, ove il futuro statista conseguì la licenza con il massimo delle valutazioni previste dall’ordinamento scolastico dell’epoca. Tale solida base umanistica costituì il presupposto per l’accesso all’ateneo torinese, dove la sua inclinazione per le scienze sociali e l’economia politica fu precocemente intercettata e coltivata all’interno del Laboratorio diretto da Salvatore Cognetti de Martiis, ambiente che funse da catalizzatore per la sua successiva dottrina economica liberale. Sul piano del diritto di famiglia e della vita privata, è di particolare rilievo la peculiare formalità che precedette l’unione matrimoniale con Ida Pellegrini; nel 1903, infatti, Einaudi osservò una condotta di estrema deferenza verso le gerarchie e i protocolli sociali del tempo, convocando ufficialmente il conte Giulio Pellegrini di Pescantina all’interno dell’istituzione scolastica per richiedere solennemente il consenso alle nozze con la figlia Ida, all’epoca sua allieva, unione che venne legalmente e religiosamente suggellata il 19 dicembre del medesimo anno. La residenza torinese della coppia non fu soltanto un nucleo domestico, bensì si configurò come un vero e proprio consesso intellettuale, un “salotto” che, secondo le cronache del tempo, ogni giovedì fungeva da centro di gravitazione per l’élite culturale piemontese, influenzando indirettamente il dibattito pubblico e legislativo del Paese attraverso il confronto tra i maggiori esponenti del pensiero dell’epoca. Dalla predetta unione coniugale derivò una discendenza composta da cinque figli, sebbene il destino familiare sia stato segnato dalla tragica e prematura scomparsa di Maria Teresa e Lorenzo in tenera età; i restanti tre figli, tuttavia, progettarono traiettorie professionali di assoluto rilievo per la storia civile italiana: Mario, che si distinse nelle discipline politologiche, Roberto, affermatosi nel settore dell’ingegneria e dell’imprenditoria industriale, e Giulio, la cui attività nel campo dell’editoria avrebbe segnato in modo indelebile la diffusione della cultura e del pensiero critico nell’Italia del secondo dopoguerra, consolidando così l’eredità di una stirpe che ha saputo coniugare l’impegno civile con l’eccellenza nelle rispettive sfere di competenza tecnica e intellettuale.

(Da sinistra a destra: Ida Pellegrini, Luigi Einaudi, il figlio Giulio in piedi e Alcide De Gasperi)

La discendenza di Luigi Einaudi e Ida Pellegrini si articola attraverso traiettorie biografiche di eccezionale rilievo, che hanno segnato in modo indelebile la storia culturale, accademica e industriale dell’Italia del Novecento, pur nel quadro di una composizione familiare segnata dal tragico istituto della mortalità infantile, che colpì Maria Teresa, deceduta a soli dodici mesi tra il 1909 e il 1910, e l’ultimo nato Lorenzo, mancato nel biennio 1917-1919. Il figlio primogenito sopravvissuto, Mario Einaudi, intraprese una brillante carriera nel campo delle scienze politologiche che lo condusse, in ragione dell’ostilità al regime fascista, verso un lungo esilio accademico negli Stati Uniti d’America; ivi si distinse come professore ordinario presso la Cornell University, divenendo un autorevole interprete del pensiero democratico europeo in terra americana e ponendo le basi per la futura Fondazione Luigi Einaudi di Torino, ente morale deputato alla conservazione del patrimonio librario e documentale del padre. Parallelamente, il secondogenito Roberto Einaudi scelse una formazione di natura tecnica, affermandosi come ingegnere e manager di alto profilo nel settore della siderurgia pesante, collaborando storicamente con il gruppo Falck e incarnando il modello della borghesia produttiva piemontese, capace di tradurre i princìpi dell’efficienza economica in prassi industriale durante gli anni della ricostruzione post-bellica. Di differente ma altrettanto incisiva caratura fu la figura di Giulio Einaudi, il quale, distaccandosi dalle discipline puramente tecniche o politologiche, fondò nel 1933 l’omonima casa editrice che divenne, sotto il simbolo dello struzzo, il principale laboratorio dell’intelligenza laica e progressista italiana; attraverso la sua attività editoriale, Giulio non solo garantì la diffusione di opere fondamentali per la coscienza civile nazionale, avvalendosi della collaborazione di intellettuali del calibro di Pavese e Ginzburg, ma trasformò l’impresa editoriale in un presidio di libertà e cultura, completando così il poliedrico lascito di una famiglia che ha saputo declinare il rigore e l’impegno paterno in ogni ambito della vita associata, dalla speculazione teorica alla produzione materiale, fino alla pedagogia sociale della stampa.

L’itinerario intellettuale e politico di Luigi Einaudi si configura come una complessa evoluzione dottrinale che, partendo da una giovanile e decennale adesione al movimento socialista e alla collaborazione con la rivista Critica sociale di Filippo Turati, approda, con il volgere del nuovo secolo e il conseguimento della laurea in giurisprudenza nel 1895, a una rigorosa e inflessibile postura liberista, consolidata attraverso il conferimento di prestigiose cattedre accademiche presso gli atenei di Torino, Milano e il Politecnico. La sua ascesa nelle istituzioni del Regno trova un momento apicale il 6 ottobre 1919 con la nomina a senatore su proposta di Francesco Saverio Nitti, periodo in cui Einaudi, pur sottoscrivendo il manifesto del Gruppo Nazionale Liberale volto alla restaurazione di uno Stato forte contro le inefficienze burocratiche, manifesta già una visione europeista ante litteram attraverso le celebri Lettere di Junius. Sebbene una fase iniziale della politica economica fascista, guidata da Alberto De Stefani e improntata a privatizzazioni e tagli alla spesa pubblica, avesse incontrato il favore tecnico dello statista piemontese, il successivo scivolamento del regime verso il totalitarismo, culminato nel delitto Matteotti e nella riforma elettorale maggioritaria, determinò una netta e irrevocabile frattura politica. L’avvento della dittatura impose a Einaudi una progressiva estromissione dagli incarichi d’insegnamento presso la Bocconi e il Politecnico, portandolo tuttavia, su suggerimento di Benedetto Croce, a prestare il giuramento di fedeltà al fascismo nel 1931 al solo fine di preservare la continuità dell’insegnamento liberale presso la Facoltà di Giurisprudenza di Torino, evitando così l’occupazione della cattedra da parte di esponenti del regime. In seno al Senato, la sua opposizione si manifestò con atti di significativo rilievo giuridico e morale, quali il voto contrario alla lista unica del Gran Consiglio, la mancata partecipazione alla ratifica dei Patti Lateranensi e la ferma opposizione alle leggi razziali del 1938, condotte che ne prefigurarono il ruolo di custode della legalità statutaria. 

In seguito al crollo del regime e al drammatico interregno bellico che li costrinsero al rifugio in Svizzera, ove intensificò i rapporti con i federalisti di Ventotene, Einaudi assunse la guida della Banca d’Italia nel 1945, gestendo la transizione monetaria e partecipando attivamente alla Consulta Nazionale e all’Assemblea Costituente. Nonostante la sua dichiarata preferenza per l’istituto monarchico, espressa pubblicamente alla vigilia del referendum del 1946, la sua lealtà repubblicana si palesò nell’apporto fondamentale alla stesura della Carta Costituzionale e nella gestione dei dicasteri economici durante il IV Governo De Gasperi; in tale veste, la sua azione di governo, mirata alla contrazione della pressione fiscale e all’abbattimento delle barriere doganali, costituì il presupposto normativo e macroeconomico indispensabile per la genesi del successivo miracolo economico italiano, consolidando la sua figura non solo come tecnico della finanza, ma anche come architetto della ricostruzione democratica dello Stato.

L’elezione di Luigi Einaudi alla suprema magistratura dello Stato, avvenuta l’11 maggio 1948, rappresenta un momento di fondamentale consolidamento dell’architettura costituzionale repubblicana, scaturendo da una complessa dialettica parlamentare che vide il superamento della candidatura di Carlo Sforza, inizialmente proposta dal Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi. La figura di Sforza, pur sostenuta da una parte dello schieramento democratico-laico, incontrò una resistenza insormontabile non solo nelle opposizioni di sinistra, ma anche in seno alla stessa Democrazia Cristiana, segnatamente nella corrente facente capo a Giuseppe Dossetti, la cui opposizione interna determinò l’impossibilità di raggiungere il quorum necessario nei primi due scrutini. 

(Luigi Einaudi presta giuramento come Presidente della Repubblica)

Preso atto della situazione di stallo e della necessità di individuare una figura di alto profilo tecnico e morale che potesse catalizzare il consenso dei liberali e dei socialdemocratici, la dirigenza democristiana virò con determinazione sullo statista piemontese, il quale fu eletto al quarto scrutinio con 518 voti su 872, pari al 59,4% dell’assemblea elettorale. Nel suo solenne discorso di insediamento, Einaudi ebbe modo di chiarire la propria posizione istituzionale rispetto al recente passaggio dalla monarchia alla repubblica, precisando che, nonostante la personale preferenza espressa per l’istituto monarchico in sede di referendum, la perfetta legalità e la natura pacifica del trapasso istituzionale avevano consolidato in lui una convinzione democratica profonda, definita come “qualcosa di più di una mera adesione“. Tale premessa etico-giuridica costituì il fondamento del suo mandato, durante il quale egli si fece custode rigoroso della Carta Costituzionale, inaugurando con estrema autorevolezza il potere di rinvio delle leggi alle Camere previsto dall’articolo 74. Nel corso del suo settennato, Einaudi esercitò tale prerogativa in quattro occasioni significative: le prime due, occorse il 9 aprile 1949, furono motivate dalla violazione dell’articolo 81 per omessa indicazione della copertura finanziaria; la terza, datata 11 gennaio 1950, riguardò la disciplina dell’immissione in ruolo di magistrati incaricati, eccependo il mancato rispetto dell’obbligo del concorso pubblico sancito dall’articolo 106, sebbene in tale circostanza il Parlamento riapprovò il testo costringendo il Capo dello Stato alla promulgazione. Particolare rilevanza assunse il quarto rinvio del novembre 1953 relativo ai cosiddetti “diritti casuali” del personale ministeriale, laddove Einaudi esercitò un controllo non solo di stretta legittimità ma di opportunità costituzionale, inducendo il legislatore a una riforma organica della materia. Sul versante della formazione dei governi, dopo aver a lungo conferito l’incarico a De Gasperi in ossequio alla maggioranza parlamentare uscita dal voto elettorale, Einaudi manifestò la pienezza delle proprie prerogative presidenziali nel 1953, affidando la guida dell’esecutivo a Giuseppe Pella dopo il fallimento del tentativo di Attilio Piccioni; nacque così il primo “governo del Presidente“, una compagine priva di una maggioranza precostituita e basata su un programma tecnico-amministrativo che ottenne un consenso trasversale tra democristiani, monarchici e l’astensione socialista. L’incisività del suo operato si estese persino all’ambito delle relazioni concordatarie e del cerimoniale diplomatico, come dimostrato dalla solenne imposizione della berretta cardinalizia a Monsignor Francesco Borgongini Duca nel gennaio 1953, un antico privilegio dei capi di Stato cattolici poi superato dall’evoluzione dei tempi. 

(Luigi Einaudi si congeda in qualità di Presidente della Repubblica presso il suo successore Giovanni Gronchi entrato formalmente in carica)

Al termine del mandato nel 1955, nonostante un significativo supporto trasversale che lo vide protagonista dei primi scrutini delle nuove elezioni presidenziali, Einaudi concluse la sua esperienza quirinalizia lasciando il testimone a Giovanni Gronchi, non prima di aver consegnato alla storia delle istituzioni “Lo scrittoio del Presidente“, opera fondamentale in cui codificò la prassi e la dottrina di una Presidenza intesa come magistratura d’influenza e garanzia superiore.

In ossequio al dettato costituzionale e alla prassi istituzionale che regola la transizione dei vertici dello Stato, la conclusione del mandato presidenziale di Luigi Einaudi non segnò il termine della sua partecipazione alla vita pubblica, bensì l’attivazione immediata del suo status di Senatore di diritto e a vita, ai sensi dell’articolo 59, primo comma, della Costituzione della Repubblica Italiana, permettendogli di riassumere lo scranno senatoriale con la medesima autorevolezza accademica e rigore morale che avevano contraddistinto il suo settennato. Tale transizione, lungi dall’essere una mera formalità onorifica, rappresentò la continuità di un magistero civile che trovò la sua naturale prosecuzione nell’aula legislativa di Palazzo Madama, dove l’ex Capo dello Stato continuò a offrire il proprio contributo dottrinale fino al crepuscolo della sua esistenza, avvenuto a Roma il 30 ottobre 1961. La scomparsa di Einaudi, uomo di profonda e sentita fede cattolica, fede che ne aveva formato non solo la condotta privata ma anche l’etica del servizio pubblico improntata a una carità intellettuale scevra da dogmatismi, privò la nazione di uno dei suoi padri fondatori e massimi esegeti del pensiero liberale. Il rito esequiale e la successiva traslazione della salma rifletterono perfettamente la cifra stilistica dell’uomo, aliena da ogni sfarzo superfluo e profondamente legata alle radici del territorio piemontese: il feretro venne infatti tumulato nel cimitero di Dogliani il successivo 2 novembre, giorno dedicato alla commemorazione dei defunti nel calendario liturgico romano, sancendo il definitivo ritorno dello statista in quella terra delle Langhe che egli aveva eletto a rifugio dell’anima e a laboratorio di riflessione economica, lasciando un vuoto incolmabile nell’assetto giuridico-politico del Paese, ma consegnando alla storia un modello di integrità e di rigorosa osservanza dei doveri costituzionali che rimane, ancora oggi, una pietra miliare per la giurisprudenza costituzionale e per la memoria collettiva della Repubblica.

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