DI ALBERTO GROMETTO
Vi è un tempo per la Vittoria e il Trionfo.
E vi è un tempo per la Sconfitta e la Disfatta.
Questo lo sanno tutti i guerrieri che combattono e lottano e guerreggiano.
Quello che però pochi sanno è che talvolta vi è un tempo in cui un vero guerriero, se tale, rimane un vincente per l’eternità e non conoscerà mai la sconfitta, anche quelle volte in cui perderà. Questo è il caso di NOVAK “NOLE” DJOKOVIC!
Potrei spendere ore e ore a farvi grandi discorsi sulla Nobiltà, il Coraggio, l’Eroismo, la Virtù e simili. Ma non oggi. Non con Nole. In questo caso racconterò una storia. Ed è la storia di Mia Madre. E di quello che Novak ha fatto per lei.

Mia Madre ha dovuto lottare in questa vita. La sfortuna si è abbattuta su di lei in più di un’occasione. E c’era anche chi la derideva dicendole fosse fortunata. Lottare contro il mondo e le avversità, quando ti dicono pure che sei fortunata, lo possono fare solo i guerrieri. I veri Leoni. Mia Madre è tra questi, e così anche Nole.
Non ci sono tanti Leoni al mondo, ma se ci si ispira a loro sono più che abbastanza.
Durante uno dei momenti più difficili di tutta la sua esistenza, ritrovandosi ad affrontare una sfida tra la Vita e la Morte, Mia Madre trovò la forza nell’esempio di Novak. V’era di mezzo un incidente, una caviglia cambiata per sempre e il rischio supremo. Eravamo lontani da casa, lontani dal nostro Paese. Ci si chiedeva se saremmo mai ritornati.
Poi, come a volte succede, v’è qualcuno il cui comportamento ti sprona alla lotta. A resistere. E cosi è stato per Mia Madre. Novak, col suo esempio, ha fatto il miracolo, e le ha dato la forza di combattere. Non dimenticherò mai le sue parole: «Se ce la fa lui, devo provare a farcela anch’io». Due giorni dopo niente più febbre, il pericolo setticemia era stato scongiurato, e pure il taglio della gamba oramai era un ipotesi da archiviare.
Non mi soffermerò sui mesi venuti dopo: i tre interventi, la sedia a rotelle, il girello ed infine la stampella… Vi dirò solo che quando a Novembre Nole Djokovic giocò a Torino, la nostra città, lei era lì, al Pala Alpitour, a fatica, armata della sua stampella. Era lì per vederlo vincere. Così sarà, con un po’ di fortuna, anche quest’anno.
Sicuramente non essere il vincitore di Wimbledon l’avrà fatto soffrire. È stato un dolore dei più amari e atroci possibili. Ma quello che vorrei dirgli io è che lui avrà anche perso quella finale, ma in realtà ha trionfato. Ha vinto qualcosa di infinitamente più grande e importante. Novak Djokovic ci ha insegnato come vivere. Come vivere da leoni.
Nella polvere, divenuti cibo razziato da chi li ha battuti, cibo dei loro nemici, dei loro avversari, degli avvoltoi che si nutrono dei leoni pensando di averli umiliati. Il Leone Novak trionfante, orgoglioso, fiero di sé, in quella polvere lo dovete ricordare. Perché quella è l’immagine del vero vincitore, di chi, pur partendo dal niente, ha alzato la testa, non ha avuto timore e ha combattuto ed è rimasto lì fino alla fine.
Nole, tu non sei solo il più grande tennista di tutti i tempi. Ma sei un esempio. Lo sei stato per Mia Madre. Vincere un torneo di tennis può essere bellissimo, ma è successo a tanti. Dare la forza a qualcuno di tornare a combattere quando tutto sembra perduto, spronare le persone ad essere migliori di quello che sono, beh, quella è una cosa che pochi, pochissimi, sono in grado di fare.
Potrai anche aver perso, ma hai portato Mia Mamma a casa.
Grazie di aver salvato quella Leonessa, Nole.
Ti ringrazio di essere l’Eroe che sei.
Banchettano gli avvoltoi sui cadaveri dei leoni. Banchettano e, giocondi, si saziano del sangue dei leoni. Ma gli avvoltoi rimangono solo degli avvoltoi. E i leoni restano leoni.


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