DI SARA MORENA

Ormai siamo entrati nei pieni anni 2000 con lo Studio Ghibli, ed oggi siamo arrivati al settimo film del nuovo millennio, La collina dei papaveri, del 2011, seconda pellicola diretta da Gorō Miyazaki, uscito di seguito ad Arrietty – Il mondo segreto sotto il pavimento del 2010, in via esclusiva, dato che di norma lo Studio Ghibli pubblicava un film ogni due anni. La sua realizzazione ebbe diverse fasi, accompagnate sempre da momenti critici, come il terremoto dell’11 marzo 2011, a cui seguì il disastro nucleare, che costrinse molti membri dello staff ad alloggiare nell’asilo accanto allo Studio, dato che era impossibile per loro rincasare. Inizialmente il progetto per il nuovo film doveva essere un adattamento del romanzo Ronja. La figlia del brigante, di Astrid Lindgren, autrice di Pippi Calzelunghe. La scelta di affidare la regia a Gorō fu nuovamente piena di perplessità, soprattutto da parte di lui stesso, data la sua precedente esperienza con I racconti di Terramare, ma il produttore Suzuki riuscì ugualmente a persuaderlo, e ne venne fuori un risultato migliore, grazie anche alla disponibilità e allo spirito di collaborazione del padre Hayao. Questa volta padre e figlio riuscirono ad avere degli approcci migliori, seppure non senza alcuni disguidi che si ripercossero sempre nella trama del film.

La collina dei papaveri è basato sull’omonimo manga shōjo scritto da Tetsurō Sayama e disegnato da Chizuru Takahashi. L’opera cartacea era stata presa in considerazione anni prima da Miyazaki, quando stava leggendo Sussurri del cuore, ma l’idea di adattarla in un film animato fu accantonata perché non era considerata consona ai tempi. Anche di questo manga non si conosce l’ambientazione esatta, ma lo Studio Ghibli lo contestualizzò nella Yokohama del 1963, un anno prima delle Olimpiadi di Tokyo, che hanno segnato la ripresa del Giappone dalla Seconda Guerra Mondiale, cambiando quindi la datazione della storia dagli anni ’80 ai ’60. Nel fare questa scelta, l’obiettivo era quello di indurre gli spettatori a chiedersi in che modo siamo arrivati alla società odierna del XXI secolo. La crescita economica della seconda metà del XX secolo aveva fatto sì che la nostra vita fosse più agiata. Ma le crisi che seguirono avevano creato un senso di incertezza e di paura dell’avvenire; era quindi opportuno che gli spettatori trovassero un senso in tutti questi cambiamenti.

La storia parla di Umi, un’adolescente che gestisce una pensione abitata da altre persone, oltre alla famiglia, al posto della madre che è all’estero per lavoro. Mentre lei conduce la sua vita quotidiana da studentessa, conosce il compagno di scuola Shun grazie a sua sorella minore. Nel periodo in cui i due fanno conoscenza, la scuola è in fermento nel tentativo di salvare dalla demolizione il Quartier Latin, la sede dei club scolastici. Il vecchio edificio necessita di lasciare spazio all’innovazione, nel Giappone che si sta modernizzando, e la dirigenza scolastica è sul punto di prendere la decisione irrevocabile di abbatterlo. Ma gli studenti si battono con ardore per salvare la loro sede, dove hanno conservato per tanto tempo storia e tradizione.

In questo atteggiamento tenuto dagli studenti si riflette il legame dello Studio Ghibli, e di Miyazaki, con la tradizione. Il maestro si è sempre dimostrato, sia nel suo mestiere che nella sua filosofia di vita, scettico nei confronti delle innovazioni e dei progressi degli ultimi decenni. Egli vede in questo progresso una società sempre più materialista e priva di anima e difende i valori tradizionali attraverso i suoi personaggi. Con La collina dei papaveri la tradizione si esprime tramite il fervore della gioventù che non si piega agli adulti rassegnati alla necessità di andare avanti e di adattarsi ai nuovi tempi.

Mentre la scuola si mobilita per far rimanere in piedi il Quartier Latin, Umi e Shun entrano in confidenza, arrivando quasi a innamorarsi, fino a che il ragazzo non scopre un segreto del loro passato che li lega e che sembra rendere impossibile che i loro sentimenti trovino un compimento, una realizzazione. Di fronte a questo ostacolo, la loro unione riuscirà di farsi strada, ma assumerà anche un importante significato per Umi, che sente da anni la mancanza del padre marinaio, per il quale ogni giorno issa le bandiere, sperando che lui, vedendole, ritrovi la via di casa. Questi fatti che coinvolgono il padre riflettono le suddette difficoltà del rapporto di Gorō con il padre Hayao, nonostante la loro cordiale collaborazione nella produzione del film.

Ad ogni modo, La collina dei papaveri è un passo avanti per Gorō Miyazaki, che dimostra una maggiore esperienza e maturità, dando vita ad una trama più credibile e più intrigante, presentando una storia d’amore che provoca allo spettatore un nodo alla gola a causa dei problemi che i due protagonisti affrontano. Dapprima sembrano sopportarsi, poi, conoscendosi, imparano ad apprezzarsi e proprio lì vengono posti di fronte ad una difficoltà che sembra mettere un muro tra loro due, un muro impossibile da abbattere, ma che al concludersi degli eventi lascia uno spiraglio che si apre fino a diventare un varco che li riunisce.


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