DI ARMANDO GROMETTO
Il film documentario NAZA, “danno collaterale” in ebraico, premiato a Venezia, è un colpo al cuore, un pugno diritto in volto. Non mi era mai capitato, dopo oltre 50 anni di frequentazione delle sale cinematografiche, di lasciare il luogo di proiezione del film nel silenzio più assoluto degli spettatori. Girato in bianco e nero, racconta, attraverso un serie d’interviste a militari, seminascosti e dietro il più ferreo anonimato, della reazione alla strage del 7 Ottobre.

I militari, quando programmavano le azioni, erano perfettamente consapevoli che le bombe avrebbero causato molti morti, uomini, donne e bambini, ma ciò ai comandanti non interessava nel modo più assoluto. Il cinismo, la malvagità, la ferrea organizzazione del male sono la nota trainante dei racconti dei soldati. Non si leva al Cielo alcun grido di speranza, l’intento dell’Israel Defense Forces (IDF), l’esercito israeliano, era solo quello di distruggere Gaza ed i suoi abitanti. A parti invertite potrebbe essere utilizzato il titolo del famoso libro di Hannah Arendt, ovvero La banalità del male.

La ferrea organizzazione delle stragi rimanda alla raffigurazione dei massacri nazisti, quasi il male subito debba essere riversato sul popolo palestinese innocente. Marx sosteneva che la Storia la prima volta si presenta come tragedia, la seconda come farsa. In questo caso da tragedia deriva un’altra tragedia, come se la memoria passata non sortisse effetto alcuno su chi lancia bombe o preme il grilletto verso civili innocenti.

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