DI ROCCO DE GILIO
Nato dall’unione tra il barone Guglielmo (1888-1963) e Rosalia Ussino (1880-1963), Oscar Luigi Scalfaro discendeva da una stirpe di antica origine calabrese, radicata nel territorio di Sambiase — odierna Lamezia Terme — ed insignita del titolo baronale sul cognome; tale prerogativa nobiliare era stata originariamente concessa con decreto n. 2135 del 2 giugno 1814 da Gioacchino Murat all’antenato catanzarese Raffaele Aloisio Scalfaro, comandante la Legione Provinciale di Calabria Ultra, il quale sarebbe successivamente incorso nella singolare circostanza storica di presiedere il consiglio di guerra che nel 1815 decretò la condanna alla pena capitale dello stesso Murat. Il nucleo familiare d’origine comprendeva altresì la sorella Concetta (1916-2000), coniugata con Gaudenzio Cattaneo (1915-1994), già primo cittadino del comune di Stresa, mentre il profilo biografico dei genitori — il padre nativo di Napoli, trasferitosi a Novara nel 1914 in qualità di impiegato delle Regie Poste, e la madre di origini piemontesi — indusse lo statista, in occasione di una visita ufficiale negli Stati Uniti d’America, a definirsi emblematicamente quale espressione e figlio dell’Unità d’Italia. Formatosi presso il Liceo Classico Carlo Alberto di Novara, egli manifestò sin dall’età di dodici anni una costante e mai dissimulata adesione confessionale iscrivendosi alla Gioventù Italiana di Azione Cattolica, recando pervicacemente all’occhiello della giacca il distintivo del sodalizio finanche nel corso delle prime dichiarazioni televisive rituali rese all’atto dell’elezione alla Suprema Magistratura dello Stato; tale precoce militanza si sviluppò in seno agli ambienti della FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana) durante il regime fascista, che all’epoca osteggiava tali aggregazioni, consentendogli di coltivare proficui contatti con i circoli dell’antifascismo nel periodo della Resistenza partigiana e di culminare il proprio percorso spirituale dapprima con la professione dei consigli evangelici, avvenuta il 16 settembre 1951 a Erba innanzi ai fondatori dell’Istituto Secolare dei Missionari della Regalità di Cristo, poi con l’attiva partecipazione al I Congresso Eucaristico Diocesano di Sansepolcro nel 1957 su invito di monsignor Domenico Bornigia, e infine con l’aggregazione al Terz’Ordine Francescano. Sul piano degli affetti privati, il 26 dicembre 1943 Scalfaro contrasse matrimonio a Novara con Marianna Inzitari (1924-1944), tragicamente colpita da esiziale embolia a breve distanza dal parto della primogenita Gianna Rosa, nata il 27 novembre 1944, la quale venne successivamente registrata all’anagrafe con il nome di Marianna in memoria della defunta madre.

Il percorso professionale e politico di Oscar Luigi Scalfaro si snoda attraverso le complesse trame della storia repubblicana italiana, trovando la sua genesi nei severi banchi dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ove conseguì la laurea in giurisprudenza il 2 giugno 1941. Il successivo richiamo alle armi presso il 38º Reggimento di Fanteria a Tortona e le funzioni svolte quale sottotenente di commissariato in Sicilia precedettero, in ragione della sua qualifica magistratuale, il definitivo congedo avvenuto nell’ottobre del 1942, momento che segnò il suo formale ingresso nei ruoli della magistratura ordinaria. All’indomani della Liberazione, mosso dall’esigenza ordinamentale di arginare i giudizi sommari e le derive vindice del dopoguerra, il giovane magistrato richiese l’assegnazione alle Corti straordinarie di Assise, istituite su impulso delle autorità alleate con una temporanea vigenza semestrale; in tale contesto, a far data dal 1º maggio 1945, egli esercitò le funzioni di consulente tecnico giuridico e, successivamente, di pubblico ministero presso il Tribunale d’emergenza di Novara, organo giurisdizionale speciale deputato alla cognizione dei crimini di collaborazionismo e di favoreggiamento del nemico invasore. Sebbene la storiografia e le indagini d’archivio abbiano ampiamente smentito, qualificandola come priva di fondamento giuridico-fattuale, la tesi di una sua partecipazione attiva al celebre dibattimento penale contro l’ex prefetto Enrico Vezzalini e i suoi sodali — conclusosi con l’irrogazione e l’esecuzione della pena capitale —, l’attività inquirente di Scalfaro si concretizzò nondimeno nella richiesta della medesima sanzione estrema nei confronti di Salvatore Zurlo e Giovanni Pompa, in stretta e rigorosa applicazione del codice penale militare di guerra allora vigente. Tale rigorismo formale, dettato dall’assenza di margini edittali alternativi nella legislazione bellica del tempo, fu tuttavia temperato, nel caso dello Zurlo, dal decisivo accoglimento di un ricorso in Cassazione che lo stesso Scalfaro asserì di aver propiziato al fine di evitarne l’esecuzione. Il dramma umano connesso a quella stagione giudiziaria emerse altresì nelle dichiarazioni dei discendenti degli imputati, come la figlia del milite Domenico Ricci, nei cui confronti l’ex magistrato manifestò una composta e spirituale vicinanza pur ribadendo la complessità di una serena ricostruzione storica da parte dei congiunti delle vittime di quei gravissimi reati. Questa profonda e sofferta esperienza forense segnò indelebilmente la successiva transizione di Scalfaro alla sfera politica, avvenuta nel 1946 con l’elezione nelle file della Democrazia Cristiana all’Assemblea Costituente nel collegio di Torino, dove ottenne un larghissimo suffragio di preferenze pur avendo professato una originaria assenza di vocazione per la professione politica. In seno all’organo costituente, pur avendo espresso un voto favorevole al mantenimento dell’istituto monarchico nel referendum istituzionale per reverenza verso le tradizioni familiari filosabaude, egli si distinse come fermo assertore dei principi democratici, declinati in una rigida postura anticomunista e antifascista che lo condusse a militare attivamente nell’Azione Cattolica della diocesi novarese e nei Comitati Civici di Luigi Gedda in vista delle cruciali consultazioni del 1948. La sua fermezza parlamentare trovò una vivida espressione nel dicembre del 1952 allorquando, durante il convulso iter di approvazione della riforma elettorale maggioritaria, promosse una mozione per la seduta permanente della Camera dei deputati, scatenando un violento e storico alterco d’aula verbalizzato anche nelle cronache del tempo di Pietro Nenni. Collocatosi inizialmente nella destra conservatrice del partito e legato da un solido vincolo di stima ad Alcide De Gasperi, Scalfaro individuò nel magistero politico di Mario Scelba il proprio principale punto di riferimento, assumendo sotto il di lui dicastero la carica di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al Turismo e allo Spettacolo. Tale ufficio lo espose a severe censure e ironiche intemperanze da parte della stampa laica del tempo, la quale avversò aspramente l’esercizio dei poteri di revisione e di censura cinematografica da lui applicati a tutela della pubblica decenza. Cofondatore nel 1958 della corrente scelbiana del “Centrismo popolare“, Scalfaro contrastò fermamente nei primi anni sessanta la formula politica del centro-sinistra e l’ingresso del Partito Socialista Italiano nella compagine governativa, allineandosi alle posizioni di Giulio Andreotti e recedendo dall’intento di negare la fiducia al primo esecutivo guidato da Aldo Moro soltanto in ossequio ai pressanti inviti dell’Osservatore Romano volti a preservare l’unità politica dei cattolici. In virtù del principio della rappresentanza interna delle diverse anime democristiane, egli ascese infine alla titolarità del Ministero dei Trasporti nei governi Moro III e Leone II tra il 1966 e il 1968, consolidando quel profilo di statista e di fine giurista che lo avrebbe condotto, in piena coerenza con i suoi esordi ordinamentali, a farsi promotore del definitivo bando della pena di morte dall’ordinamento italiano, esteso durante il suo successivo mandato presidenziale anche alle leggi penali militari di guerra.

Oscar Luigi Scalfaro, delineatosi in seno alla Democrazia Cristiana a partire dal tramonto dell’era scelbiana, si è qualificato per una costante e rigorosa adesione alle prerogative costituzionali e alle istanze più conservative del cattolicesimo democratico. La fondazione della corrente “Forze libere” nell’aprile del 1969 e la successiva adesione al consesso dei cosiddetti “Cento” tramite il manifesto “Proposta” nel 1977 testimoniarono la strenua volontà di preservare l’identità dottrinale del partito, opponendosi fermamente sia alle prime aperture verso il Partito Comunista Italiano nell’alveo del compromesso storico, sia alle riforme di stampo laicista, come comprovato dal vigoroso impegno profuso in occasione del referendum abrogativo della legge Fortuna-Baslini sul divorzio nel 1974. Dopo aver esercitato le funzioni di Ministro dei Trasporti e dell’Aviazione Civile nonché della Pubblica Istruzione nei primi anni Settanta, e aver ricoperto per quasi otto anni la carica di Vicepresidente della Camera dei deputati, la sua autorevolezza istituzionale si consolidò definitivamente nell’agosto del 1983 con la nomina a Ministro dell’Interno nel primo esecutivo guidato da Bettino Craxi. La titolarità del Viminale, protrattasi sino al 1987 in una congiuntura storica drammaticamente segnata dall’eversione terroristica, dall’efferatezza mafiosa e da complesse vicende afferenti alla gestione dei fondi riservati dei servizi di sicurezza, ne consacrò il profilo di uomo di Stato, designato finanche dallo stesso Presidente Cossiga per un mandato esplorativo, poi rimesso, volto alla formazione del governo. Successivamente investito dell’ufficio di Presidente della Commissione d’inchiesta sulla ricostruzione post-sismica in Irpinia, Scalfaro fu eletto alla presidenza della Camera dei deputati il 24 aprile 1992, all’esordio della XI legislatura. Tale altissimo magistero parlamentare, pur nella sua brevità, costituì il naturale presupposto giuridico e politico per la sua ascesa alla Suprema Magistratura dello Stato: all’indomani delle repentine dimissioni del Presidente Cossiga e nel tragico scenario nazionale scosso dall’attentato di Capaci, il Parlamento in seduta comune, superando le iniziali opzioni di candidatura e convergendo su una figura di indubbia garanzia costituzionale, lo elesse Presidente della Repubblica Italiana, realizzando così una sintesi istituzionale volta alla salvaguardia e alla continuità delle funzioni apicali dell’ordinamento democratico.

Il mandato presidenziale di Oscar Luigi Scalfaro si inserisce in uno dei passaggi più complessi e delicati della storia repubblicana italiana, segnato dal crollo dei tradizionali equilibri politici e dall’emergere di profonde tensioni istituzionali. Eletto al soglio del Quirinale il 25 maggio 1992, nel pieno della transizione verso la cosiddetta Seconda Repubblica, il Capo dello Stato esercitò le proprie prerogative costituzionali con rigorosa fermezza, sin da subito manifestando una spiccata autonomia nell’esercizio del potere di nomina del Presidente del Consiglio e orientando la scelta verso figure capaci di favorire un necessario rinnovamento generazionale della classe dirigente. L’alto magistero di Scalfaro si distinse per una strenua difesa dei principî di legittimità costituzionale, la cui espressione più tangibile si realizzò nel rifiuto di apporre la firma al controverso decreto-legge Conso, volto a depenalizzare il finanziamento illecito ai partiti: una determinazione, quest’ultima, che per la prima volta nella prassi della Repubblica vide il Presidente opporsi formalmente a un atto governativo ritenuto viziato da profili di incostituzionalità.
Tale orientamento guidò il Quirinale anche nella gestione delle successive crisi di governo, conducendo all’inaugurazione della stagione dei governi tecnici, dapprima con l’affidamento dell’incarico a Carlo Azeglio Ciampi e, in seguito allo scioglimento delle Camere e al mutamento del quadro elettorale nella XII legislatura, con la nomina di Lamberto Dini. Proprio in questa fase, il rigoroso ancoraggio di Scalfaro al dettame costituzionale emerse nel rifiuto di accogliere la richiesta di scioglimento anticipato avanzata dal premier uscente Silvio Berlusconi, una scelta motivata dal rispetto della sovranità parlamentare e dall’assenza di vincoli di mandato per i membri delle Camere. Il settennato fu peraltro lambito dalle forti turbolenze connesse al cosiddetto scandalo dei fondi riservati del Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Democratica (SISDE), di fronte al quale il Capo dello Stato reagì con un fermo e storico appello televisivo alla nazione per denunciare quello che qualificò come un tentativo di destabilizzazione istituzionale, una tesi in seguito avvalorata dagli esiti giudiziari che confermarono l’assoluta regolarità del suo operato istituzionale. L’azione presidenziale si dispiegò con analogo rigore anche nei rapporti con la compagine governativa, come dimostrato dalle riserve espresse sull’opportunità di alcune nomine ministeriali e dal sostegno a riforme di garanzia democratica, tra cui la disciplina della parità di accesso ai mezzi di informazione. Infine, la deferenza verso una lettura restrittiva e prudenziale della Carta Costituzionale indusse Scalfaro a non avvalersi del potere di nomina dei senatori a vita, ritenendo che il limite numerico previsto dall’articolo 59 fosse da intendersi come assoluto per l’organo e non derogabile dal singolo titolare della carica, concludendo così il proprio mandato, il 15 maggio 1999, nel solco di una costante e formale fedeltà all’ordinamento giuridico dello Stato.

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