DI ROCCO DE GILIO
Enrico De Nicola, figura monumentale del Novecento italiano, vide la luce nel 1877 a Napoli, città che allora rappresentava il fulcro pulsante di una cultura giuridica e umanistica di respiro europeo, crescendo in un ambiente intriso di quel rigore intellettuale tipico dell’alta borghesia meridionale. La sua formazione, radicata nei solidi studi classici compiuti presso il prestigioso Liceo “Antonio Genovesi“, non fu un mero esercizio accademico, bensì la costruzione di un’armatura logica e morale che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita, permettendogli di approdare alla laurea in Giurisprudenza nel 1896, presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, con una precocità che già lasciava presagire l’eccezionalità del suo percorso. Una volta immessosi nel foro, egli si impose rapidamente come un avvocato penalista di straordinaria caratura, noto per una dialettica stringente che non era mai fine a sé stessa, ma sempre asservita a una dottrina profonda e a una ricerca quasi maniacale della verità processuale e del dettato normativo. Questa brillante attività forense, tuttavia, non esauriva la sua sete di partecipazione civile; De Nicola scelse infatti di prestare la sua penna e il suo acume critico al quotidiano Don Marzio, dove l’impegno pubblicistico divenne il terreno di sperimentazione per una riflessione più ampia sul rapporto tra cittadino e Stato. In quegli anni di fine secolo, egli delineò i tratti distintivi del suo profilo pubblico: un uomo d’ordine e di legge, capace di mediare con estrema eleganza tra l’astrattezza del rigore della norma e la vibrante, spesso caotica, complessità della prassi sociale napoletana e nazionale. La sua ascesa non fu dunque il risultato di un’ambizione politica smodata, bensì la naturale conseguenza di un’autorevolezza tecnica e morale che lo rendeva, agli occhi dei contemporanei, il custode ideale di una legalità che doveva sapersi fare istituzione. In questo connubio tra l’eredità della tradizione giuridica classica e le sfide di una modernità politica ancora incerta, De Nicola si preparava a diventare l’ago della bilancia di una nazione che, di lì a pochi decenni, avrebbe trovato in lui l’unico porto sicuro durante le tempeste costituzionali più violente della sua storia. Il suo approccio al diritto non fu mai sterile formalismo, ma una sorta di “religione civile” che vedeva nel codice non solo un limite all’azione, ma la condizione stessa della libertà, un principio che egli difese con una coerenza quasi ascetica, portandolo a rifiutare onori e cariche quando sentiva che la forma giuridica rischiava di essere sopraffatta dall’arbitrio o dalla contingenza politica.

L’ascesa politica di Enrico De Nicola si staglia nel panorama del primo Novecento italiano come un esempio di cristallina coerenza liberale, radicata in quella sensibilità giolittiana che tentava di coniugare l’ordine statutario con le spinte di una modernità sociale prepotente. Il suo esordio, avvenuto nel 1907 tra i banchi del Consiglio comunale di Napoli, rappresentò la genesi di un legame viscerale con il territorio campano, che lo portò appena due anni dopo, nel 1909, a varcare la soglia di Montecitorio come deputato eletto nel collegio di Afragola per la XXIII legislatura. La sua conferma elettorale nel 1913, in occasione della XXIV legislatura, consolidò un profilo parlamentare di altissimo rilievo, permettendogli di approcciare le prime responsabilità di governo con una competenza tecnica non comune: servì infatti come sottosegretario di Stato al Ministero delle Colonie durante il quarto gabinetto Giolitti, tra il 1913 e il 1914, e successivamente al Ministero del Tesoro nel governo Orlando del 1919, dimostrando una versatilità amministrativa che spaziava dalla gestione delle proiezioni esterne del Regno alla delicata amministrazione delle finanze postbelliche. Il dopoguerra lo vide protagonista di una fase di profonda trasformazione del sistema politico; alle elezioni del 1919, le prime con il sistema proporzionale, De Nicola fu capolista del Partito Democratico Costituzionale nel collegio di Napoli, confermando un prestigio personale che superava le mere appartenenze di fazione. Il 26 giugno 1920, la sua carriera raggiunse una vetta istituzionale con l’elezione alla Presidenza della Camera dei deputati, succedendo a Vittorio Emanuele Orlando. In questa veste, De Nicola non si limitò a una gestione notarile dell’aula, ma agì da vero riformatore: a lui si deve la modernizzazione dei regolamenti parlamentari, con l’introduzione delle commissioni permanenti — inizialmente fissate nel numero di nove — e la prima disciplina organica dei gruppi parlamentari, innovazioni fondamentali per dotare il Parlamento di strumenti operativi adeguati alla complessità della società di massa. La sua autorevolezza era tale che nel giugno 1921, nonostante la crisi profonda del sistema liberale, Giovanni Giolitti lo indicò come suo possibile successore alla guida del governo insieme a Ivanoe Bonomi; tuttavia, la nota ritrosia di De Nicola e il suo quasi religioso rispetto per la distinzione dei ruoli lo indussero a declinare l’offerta, preferendo restare il custode dell’assemblea piuttosto che il capo dell’esecutivo. In quel clima di crescente violenza civile, egli tentò l’impossibile opera di mediazione facendosi garante, il 3 agosto 1921, del cosiddetto “patto di pacificazione” tra socialisti e fascisti, siglato proprio nei locali della Presidenza della Camera; un tentativo nobile ma effimero che naufragò sotto i colpi delle intransigenze di fazione e dello squadrismo agrario. Anche durante la crisi del governo Bonomi nel febbraio 1922, il nome di De Nicola circolò con insistenza per la Presidenza del Consiglio, ma la sua indisponibilità aprì la strada alla debole soluzione guidata da Luigi Facta.

Il destino lo pose infine al centro del dramma istituzionale dell’ottobre 1922: dopo il conferimento dell’incarico a Benito Mussolini, De Nicola si trovò a presiedere l’aula il 31 ottobre, giorno del durissimo discorso “del bivacco“. In quel frangente storico tormentato, egli scelse la via della continuità legale nel tentativo di “costituzionalizzare” il fascismo, appoggiando come misura di emergenza la riforma elettorale nota come Legge Acerbo nel novembre 1923, convinto erroneamente che un ritorno alla stabilità parlamentare potesse assorbire l’urto della rivoluzione fascista. Mantenne la carica di Presidente della Camera con estremo rigore formale fino allo scioglimento della stessa nel gennaio 1924, momento che segnò l’inizio del suo progressivo e dignitoso distacco da un sistema che stava ormai scivolando inesorabilmente verso la dittatura.
La figura di Enrico De Nicola si staglia nel panorama storiografico e giuridico italiano come il nobile architrave su cui poggiò la transizione tra il tramonto della monarchia sabauda e l’alba della Repubblica, rappresentando una sintesi mirabile di rigore formale e dedizione allo Stato. L’ascesa di De Nicola al vertice delle istituzioni affonda le radici nella profonda crisi seguita all’armistizio di Cassibile, quando, in un’Italia divisa e ferita, la figura di Vittorio Emanuele III appariva ormai irrimediabilmente compromessa dal ventennio fascista.

Fu proprio De Nicola, in sintonia con intellettuali del calibro di Benedetto Croce e Carlo Sforza, a concepire la raffinata soluzione della Luogotenenza, una felice intuizione tecnica che permise di affidare i poteri al principe Umberto garantendo la continuità dello Stato senza l’immediatezza di un’abdicazione traumatica, come sancito nel drammatico colloquio di Ravello del febbraio 1944.
All’indomani del Referendum del 2 giugno 1946, l’Assemblea Costituente, ricercando un profilo di alta garanzia capace di mitigare il trauma del passaggio istituzionale, scelse il giurista napoletano come Capo provvisorio dello Stato; un’elezione frutto di una complessa trama diplomatica tessuta da Alcide De Gasperi per offrire alla nazione un volto rassicurante e di specchiata onestà. Nel suo messaggio di insediamento del 15 luglio 1946, De Nicola richiamò con forza la “infrangibile unione” come unica via per la ricostruzione, definendo la grandezza morale di un popolo attraverso la dignità nel sopportare le avversità. Durante il suo mandato, egli esercitò le funzioni presidenziali con un ossequio quasi sacrale alle norme, conferendo i primi incarichi governativi dell’era repubblicana e gestendo con estremo rigore morale anche le questioni più spinose, come il diniego alla grazia per i responsabili della strage di Villarbasse, che segnò l’ultima esecuzione della pena di morte per delitti comuni in Italia. Uno dei momenti più densi di significato fu la tormentata ratifica del Trattato di Pace del 1947: De Nicola, profondamente addolorato dalle dure condizioni imposte all’Italia, acconsentì alla firma solo dopo laboriose mediazioni che qualificarono il suo atto come “trasmissione” parlamentare, preservando così la sua coscienza di giurista e patriota.

Il culmine del suo magistero giunse il 27 dicembre 1947 con la promulgazione della Costituzione della Repubblica Italiana, atto che lo rese, dal 1° gennaio 1948, il primo Presidente della Repubblica secondo le disposizioni transitorie della Carta. La sua parabola si concluse nel maggio 1948 quando, nonostante un ampio sostegno trasversale, la dialettica parlamentare portò all’elezione di Luigi Einaudi, permettendo a De Nicola di congedarsi con la consueta nobiltà d’animo e di lasciare in eredità un esempio insuperato di integrità istituzionale.
Concluso il proprio mandato magistrale ai vertici dello Stato, Enrico De Nicola assunse di diritto la carica di senatore a vita il 12 maggio 1948, conformemente al dettato costituzionale, traslando il proprio prestigio dall’istituto presidenziale all’aula del Senato della Repubblica. Durante la I legislatura, il suo indiscusso autorevole profilo lo portò all’elezione alla Presidenza di Palazzo Madama il 28 aprile 1951, incarico che onorò con il consueto rigore procedurale fino al 24 giugno 1952; in tale data, egli rassegnò le dimissioni per un profondo travaglio istituzionale legato alla discussione della riforma elettorale, nota come “legge truffa“, preferendo il disimpegno alla presidenza di una seduta che incideva così drasticamente sugli equilibri proporzionali del Paese.

Il suo percorso nelle alte sfere del diritto trovò un nuovo, altissimo coronamento nel 1955 quando, nominato dal Presidente Giovanni Gronchi, fu chiamato a comporre il primo collegio della Corte Costituzionale. Sospeso temporaneamente dalle funzioni parlamentari, De Nicola ebbe l’onore di presiedere l’insediamento della Consulta il 23 gennaio 1956, divenendo così il primo Presidente della Corte Costituzionale e siglando l’avvio effettivo del sindacato di legittimità nel nostro ordinamento. Dopo aver guidato i primi storici passi dell’organo di garanzia, si dimise il 26 marzo 1957 per rientrare nei ranghi del Senato, ove continuò a offrire il proprio contributo di sapienza giuridica fino alla morte, avvenuta il 1º ottobre 1959 nella sua dimora di Torre del Greco. Con la sua scomparsa, celebrata con esequie solenni prima dell’inumazione nel Cimitero di Poggioreale, l’Italia perse il “gran signore del diritto“, colui che aveva saputo attraversare le istituzioni monarchiche, repubblicane, parlamentari e giudiziarie con una coerenza formale e una nobiltà d’animo che rimangono, ancora oggi, pilastri inamovibili della memoria repubblicana.


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