DI ROCCO DE GILIO
Carlo Azeglio Ciampi, figura eminente del panorama istituzionale e civile italiano, nacque dall’unione tra Pietro Ciampi e Maria Masino, formandosi precocemente presso l’Istituto San Francesco Saverio retto dai Padri Gesuiti, ove per i preclari meriti scolastici beneficiò dell’abbreviazione del corso di studi. Ammesso alla prestigiosa Scuola Normale Superiore di Pisa, vi conseguì con lode la laurea in lettere nel 1941 discutendo una tesi in filologia classica, per poi essere chiamato alle armi quale sottotenente del corpo automobilistico. All’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943, fedele ai propri doveri morali, rifiutò fermamente l’adesione alla Repubblica Sociale Italiana, rifugiandosi in Abruzzo e partecipando attivamente alla Resistenza; in tale contesto, coordinò una perigliosa traversata del massiccio della Maiella per ricongiungersi alle forze alleate, recando con sé il manifesto del liberalsocialismo del Partito d’Azione. Congedatosi dai vincoli di affiliazione partitica nel 1947, ma serbando un’intrinseca vicinanza alle aree progressiste, Ciampi si unì in matrimonio con Franca Pilla e conseguì una seconda laurea in giurisprudenza presso l’Ateneo pisano, abbandonando l’originaria e amata professione di docente liceale per intraprendere, previo superamento di concorso pubblico, una quarantennale carriera in Banca d’Italia. Scalatone l’intero organigramma sino a rivestire la carica di Segretario Generale e poi di Direttore Generale, assunse nel 1979 le funzioni di Governatore e Presidente dell’Ufficio Italiano dei Cambi, succedendo a Paolo Baffi in un frangente di acuta crisi sistemica e offrendo immediate garanzie di coesione interna e continuità istituzionale. Sotto la sua autorevole guida, informata al principio cardine dell’integrazione monetaria europea quale vincolo esterno imprescindibile, l’Istituto realizzò nel 1981, di concerto con il Ministro Beniamino Andreatta, lo storico “divorzio” dal Ministero del Tesoro, sancendo l’indipendenza della politica monetaria e ponendo i tre pilastri della stabilità finanziaria nazionale. Pur affrontando severe fibrillazioni valutarie, tensioni politiche con l’esecutivo Craxi e l’offensiva speculativa del 1992 che costrinse la lira alla temporanea fuoriuscita dal Sistema Monetario Europeo (SME), l’azione di Ciampi si distinse per rigore e lungimiranza sovranazionale, venendo accreditata dal conferimento di lauree honoris causa e ponendo le basi per il futuro Sistema Europeo di Banche Centrali, sino alla conclusione del proprio mandato nel 1993, costantemente immune da addebiti o infondate illazioni circa presunte affiliazioni a sodalizi riservati.

Il mandato governativo di Carlo Azeglio Ciampi, inauguratosi nell’aprile del 1993 sotto l’egida del Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, ha rappresentato un tornante di eccezionale rilievo nella storia costituzionale e politica della Repubblica Italiana, configurandosi come il primo esecutivo di transizione guidato da un Presidente del Consiglio non appartenente al consesso parlamentare. Investito della responsabilità di traghettare le istituzioni democratiche oltre la profonda crisi di legittimità determinata dalle risultanze giudiziarie dell’inchiesta “Mani Pulite” e dal conseguente dissolvimento degli assetti partitici tradizionali, l’allora ex Governatore della Banca d’Italia presiedette un Consiglio dei Ministri sostenuto da una composita e trasversale maggioranza parlamentare, procedendo alla nomina dei componenti della compagine governativa in piena autonomia decisionale e senza previa consultazione delle segreterie politiche. Il percorso dell’esecutivo si dipanò in un contesto di acuta criticità interna, segnato dal tragico culmine della strategia stragista di stampo mafioso sfociata negli attentati di via dei Georgofili a Firenze, via Palestro a Milano e presso i complessi ecclesiali romani, nonché da una grave instabilità monetaria che ha portato all’uscita della lira dallo SME il 16 Settembre 1992. In tale drammatico scenario si inserì la controversa e autonoma determinazione del Ministro di Grazia e Giustizia Giovanni Conso, il quale omise di rinnovare i decreti di applicazione del regime detentivo speciale di cui all’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario nei confronti di centoquaranta sodali ad associazioni mafiose, decisione alla quale il Presidente Ciampi si dichiarò formalmente estraneo dinanzi agli organi inquirenti e alla Commissione parlamentare Antimafia. Sul piano delle politiche macroeconomiche e del lavoro, l’azione governativa si distinse per l’introduzione del metodo della concertazione interconfederale, formalizzato nei protocolli del luglio 1993, il quale consentì la composizione di aspri conflitti occupazionali, quale quello concernente gli stabilimenti EniChem di Crotone, favorendo una rigorosa politica dei redditi finalizzata al contenimento dell’inflazione e alla stabilizzazione dei tassi d’interesse. Parallelamente, d’intesa con i vertici dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale, l’esecutivo avviò un imponente piano di dismissioni delle partecipazioni azionarie dello Stato nei settori bancario, assicurativo ed energetico, salvaguardando al contempo la riserva pubblica nei comparti ritenuti strategicamente rilevanti per l’interesse nazionale. La spinta riformatrice si estese alla riorganizzazione dei servizi di pubblica utilità, decretando la trasformazione dell’Amministrazione delle Poste in ente pubblico economico preliminare alla successiva societarizzazione, e all’assetto del Servizio Sanitario Nazionale, ove l’intervento normativo operato dal Ministro della Sanità Mariapia Garavaglia valse a preservare il modello universalistico e solidaristico contro spinte privatistiche latenti nella precedente legislazione. Nello scacchiere internazionale, l’azione di governo si caratterizzò per una ferma rivendicazione del ruolo geopolitico dell’Italia nell’ambito della catena di comando della NATO, in concomitanza con il sanguinoso scontro militare occorso in Somalia noto come la “battaglia del pastificio“, e culminò nella designazione della città di Napoli quale sede del vertice G7 del 1994, finalizzata a promuovere la centralità strategica del Mezzogiorno d’Italia e del bacino del Mediterraneo. Esaurito il proprio compito istituzionale con la compiuta determinazione dei collegi e delle circoscrizioni in attuazione delle nuove leggi elettorali maggioritarie, e a seguito di una mozione di sfiducia presentata nel dicembre del 1993, il Presidente Ciampi rassegnò le proprie dimissioni il 13 gennaio 1994. Respinte formalmente dal Capo dello Stato al solo fine di mantenere l’esecutivo nella pienezza dei poteri per il disbrigo degli affari correnti e la conduzione del Paese alle consultazioni elettorali del marzo successivo, le funzioni del governo Ciampi cessarono definitivamente l’11 maggio 1994 con il giuramento del nuovo esecutivo, consegnando alla storia del diritto pubblico un modello di altissima efficacia amministrativa e rigorosa neutralità istituzionale.

Carlo Azeglio Ciampi si colloca in una fase di cruciale transizione per la storia economica e politica della Repubblica Italiana, caratterizzata dall’adempimento dei rigorosi obblighi derivanti dall’ordinamento sovranazionale ed europeo. A seguito della consultazione elettorale del 1996 e della conseguente formazione del Governo Prodi I, l’illustre economista venne chiamato a ricoprire la carica di Ministro del Tesoro, dicastero che mantenne con continuità sino al maggio del 1999 anche sotto la presidenza del successivo Governo D’Alema I. In tale veste, l’azione ministeriale si conformò programmaticamente ai precetti del Trattato di Maastricht, articolandosi attraverso una rigorosa politica di risanamento dei conti pubblici, di contrazione del debito sovrano e di riallineamento della valuta nazionale all’interno dello SME. Tale complessa opera di consolidamento fiscale, attuata mediante l’adozione di riforme strutturali e l’avvio del processo di privatizzazione di primari enti partecipati dallo Stato, tra i quali Poste Italiane, permise all’Italia di beneficiare della deroga comunitaria e di accedere, sin dal 1998, al novero dei Paesi fondatori dell’Unione Economica e Monetaria, propiziando così il passaggio storico dalla lira alla moneta unica. Il prestigio internazionale maturato nell’esercizio delle funzioni di governo trovò ulteriore conferma nell’ottobre del 1998, allorché il Fondo Monetario Internazionale deliberò la nomina di Ciampi alla presidenza dell’Interim Committee, organo di vertice deputato al coordinamento delle politiche monetarie globali. Nonostante nell’autunno del medesimo anno la crisi del primo esecutivo dell’Ulivo avesse configurato la sua figura quale naturale destinataria del mandato per la formazione di un nuovo gabinetto — per il quale il Ministro aveva già predisposto i necessari atti preparatori e la compagine governativa —, i successivi mutamenti degli equilibri parlamentari e l’insorgenza di specifiche resistenze politiche determinarono l’affidamento dell’incarico di Presidente del Consiglio dei Ministri a Massimo D’Alema, confermando comunque l’altissimo rilievo istituzionale di Ciampi quale autorevole giurista dell’economia e servitore dello Stato.

L’elezione al Quirinale di Carlo Azeglio Ciampi, avvenuta il 13 maggio 1999 al primo scrutinio e con un’ampia convergenza delle forze parlamentari, ha inaugurato un settennato caratterizzato da un profondo rigore costituzionale e da un’incessante opera di rinsaldamento del legame tra la cittadinanza e i simboli della Repubblica. Figura di spicco nel processo di integrazione monetaria europea, il Capo dello Stato ha costantemente orientato il proprio mandato alla valorizzazione dell’identità nazionale, promuovendo la riscoperta dell’inno e del tricolore e ripristinando la tradizionale sfilata delle forze armate in occasione della Festa della Repubblica. Nonostante l’elevato e costante indice di gradimento popolare, corroborato dalla naturalezza istituzionale della consorte, la signora Franca, il mandato presidenziale ha attraversato stagioni di complessa dialettica politico-costituzionale, in particolare durante i governi di centrodestra compresi tra il 2001 e il 2006. In tale contesto, si sono registrate significative asimmetrie di vedute in ordine alla politica estera, segnatamente riguardo al rifiuto presidenziale di un coinvolgimento militare nel conflitto iracheno al di fuori del quadro multilaterale delle Nazioni Unite, nonché frizioni con l’esecutivo in merito a riforme di natura ordinamentale e radiotelevisiva. Sul piano più squisitamente giuridico e delle prerogative costituzionali, l’iniziativa di Ciampi è risultata determinante per la definizione dei confini del potere di clemenza, avendo promosso il ricorso per conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte Costituzionale contro il rifiuto del Ministro della Giustizia di controfirmare un provvedimento di grazia; la storica sentenza numero 200 del 2006 ha sancito la natura monocratica e sostanzialmente presidenziale di tale potere, qualificando la controfirma ministeriale quale atto dovuto. Al termine del mandato, insignito di prestigiosi riconoscimenti internazionali per il suo europeismo convinto, Ciampi ha declinato l’invito a una rielezione, eccependo ragioni anagrafiche e di opportunità istituzionale, e riaffermando il principio per cui il rinnovo del mandato settennale non si confà alla fisionomia della forma repubblicana dello Stato.

In conformità al dettato costituzionale, l’onorevole Carlo Azeglio Ciampi rassegnò le proprie dimissioni dalla suprema carica di Presidente della Repubblica in data 15 maggio 2006, contestualmente al giuramento del suo successore, l’onorevole Giorgio Napolitano, dallo stesso Ciampi precedentemente insignito della prerogativa di senatore a vita. Assunta la medesima qualifica parlamentare di diritto, l’ex Capo dello Stato inaugurò la propria attività legislativa esprimendo voto favorevole alla fiducia nei confronti del secondo Governo Prodi, determinando una vivace e palese contestazione da parte della minoranza parlamentare afferente alla coalizione della Casa delle Libertà. Nel mese successivo, in coerenza con la pregressa dottrina istituzionale volta alla salvaguardia della Carta fondamentale, l’illustre giurista preannunciò il proprio orientamento contrario in ordine al quesito referendario di riforma costituzionale del 2006; siffatta determinazione incontrò il favore della dottrina costituzionalistica di area progressista e, per converso, le censure del comparto di centrodestra, configurandosi una sua successiva, sebbene non formale, prossimità al Partito Democratico, che lo annoverò quale membro onorario del proprio Coordinamento Nazionale. Investito della presidenza del comitato promotore per le celebrazioni del centocinquantenario dell’Unità d’Italia, l’alto magistrato rimise il mandato nell’aprile del 2010, adducendo ragioni connesse al deficit di cooperazione delle forze politiche e al progressivo decadimento dello stato di salute, segnato dall’insorgere del morbo di Parkinson, venendo sostituito dal professor Giuliano Amato. Gli anni successivi ne videro il graduale e definitivo ritiro alla dimensione privata a causa dell’aggravarsi delle menomazioni fisiche, le quali tuttavia non ne inficiarono la preclara lucidità intellettiva, come testimoniato dall’estremo omaggio reso, nel dicembre 2012, alla salma della senatrice a vita Rita Levi-Montalcini. Sotto il profilo giudiziario, nel maggio del 2013, la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo incluse il nominativo del Presidente emerito nel novero dei testi chiamati a deporre nell’alveo del procedimento penale relativo alla pretesa trattativa Stato-mafia. Divenuto il decano del Senato della Repubblica a seguito della scomparsa dell’onorevole Emilio Colombo, l’anziano statista fu attinto da severe complicanze cliniche, subendo dapprima un intervento di artroprotesi d’anca nell’agosto 2013 e, nell’estate del 2014, un grave episodio di embolia polmonare durante un soggiorno in località Siusi, superato con il successivo rientro nella Capitale. Il percorso terreno dell’illustre cittadino si è concluso in Roma il 16 settembre 2016, all’età di novantacinque anni, per il sopravvenire di una patologia polmonare acuta associata alle preesistenti complicazioni neurologiche. Confortato dalla benedizione apostolica impartita per il tramite di Sua Eccellenza (SE) Mons. Vincenzo Paglia, il rito esequiale si è svolto in forma strettamente privata presso la parrocchia di San Saturnino, in concomitanza con la proclamazione del lutto nazionale disposta dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, precedendo il definitivo trasferimento della salma per la tumulazione presso il cimitero della Misericordia di Livorno.
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