RATKO MLADIĆ OVVERO L’ADORAZIONE DI UN POPOLO PER IL MALE

DI ARMANDO GROMETTO

Ratko Mladić è mancato giovedì 27 Agosto nel carcere dell’Aia, dove scontava una condanna per genocidio e crimini contro l’Umanità. Comandante delle truppe serbe dell’autoproclamata Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, si distinse per l’efferatezza delle sue azioni giunte al culmine nel Luglio 1995. Approfittando dell’ignavia delle truppe olandesi dell’ONU uccise più di 8.000 bosniaci, donne, anziani e bambini, sepolti in fosse comuni, tanto che i resti di molti non sono ancora stati ritrovati. 

All’annuncio della sua morte in Serbia si sono alzati cori negli stadi a suo favore tanto che sarà tumulato come un eroe. Ma perché un popolo venera un criminale, soltanto dannoso per la popolazione? È una domanda difficile a cui rispondere, rientra in quei dubbi irrisolti che affondano nei meandri più riposti della mente umana. Tuttavia forse una spiegazione, anche se superficiale e parziale, deve essere cercata. Come i Russi per essere tali, secondo Dostoevskij, debbono essere infelici, così i Serbi portano agli altari i capi perdenti. Non si spiegherebbe altrimenti la celebrazione della sconfitta subita il 28 Giugno 1389 dal Principe Lazar a Kosovo Polje da parte dei Turchi. 

Un corto circuito mentale, ai nostri occhi assurdo, ma compatibile con le passioni e gli odi che albergano nei popoli che vivono al di là di Vienna. Non è razzismo, è un’analisi dell’irrazionale e del mistero che guida il fare di tanti bipedi. 

Armando Grometto

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