Verità supposte (Caparezza)

DI ELODIE VUILLERMIN

Posizionatosi alla posizione numero 28 nella classifica dei 100 dischi italiani più belli di sempre (secondo Rolling Stone Italia), questo album, pubblicato nel 2003, è uno dei migliori di Caparezza. In esso l’artista inizia a distinguersi dagli altri rapper emergenti e il suo stile dissacrante comincia a evolvere. Si afferma quella critica mista a ironia che andrà a contraddistinguere il Capa e renderlo famoso nel corso degli anni. Si fa beffe di tutto e tutti, dai politici ai pregiudizi, dalla tv alle canzonette commerciali.

Il secondo secondo me è un ottimo brano introduttivo, la porta d’ingresso in un nuovo mondo: quello dell’artista più consapevole. Il “secondo” a cui si fa riferimento è infatti il secondo album, che differisce dal primo perché non è più pubblicato con l’ingenuità del giovane sognatore: come musicista avverti pienamente il peso delle aspettative, di ciò che è già stato fatto. L’artista si scaglia contro i luoghi comuni: gli italiani mafiosi, i neri che sono ottimi sportivi, Devilman che rende violenti i ragazzini e così via. Svela le contraddizioni dietro ogni pregiudizio e afferma che anche dietro ciò che è più scontato si nasconde il suo contrario.

Con Nessuna razza, una sorta di manifesto di sé stesso, il Capa dichiara il suo netto rifiuto a schierarsi con qualsiasi gruppo. Se la prende con le “razze superbe”, quelle che causano discriminazioni: si credono superiori, ma in fin dei conti sono tutte uguali (“hanno tante voci e un suono unisono”). Non vuole conformarsi a una società che lo ha deluso, nella quale non prova più fiducia. Vuole restare un uomo libero e poter dire la propria opinione. Così fa e così continua a fare, per nostra fortuna. Il panorama musicale italiano ha bisogno di geni come lui.

La legge dell’ortica è una critica alle canzoni d’amore, elogiate rispetto a quelle di denuncia anche se spesso sono scritte in modo banale (“Se parlo di cazzate, tutti dicono “che bello”, se faccio polemica, sono carne da macello”). Preferisce essere pungente e provocatorio, osare anche a costo di attirarsi le ire altrui, irritare la gente come l’ortica fa con la pelle ma comunque restando autentico nel suo modo di fare, piuttosto che fare testi su argomenti troppo scontati, di cui si è parlato in tutte le salse (come appunto l’amore).

Sulle note di un tango parte Stango e sbronzo, un pezzo geniale per le sue premesse e nella scrittura del testo: nel pieno rispetto della frase in vino veritas, qui ci viene mostrata la realtà attraverso gli occhi di un ubriaco che ha subito l’ennesima delusione d’amore. Si criticano i politici, la televisione, i giovani d’oggi e la loro svogliatezza in termini lavorativi. Sono molto più ciechi i sobri di fronte a certi argomenti di quanto non lo sia l’ubriaco, che dimostra di possedere l’immunità all’“orco cattivo”,  la società infarcita di menzogne e contraddizioni (“Io non lo tocco il suo saio, sono un sorcio sordo al pifferaio”).

Limiti è un brano nostalgico, ricolmo di riferimenti agli anni ’70, l’infanzia di Caparezza. Non a caso il titolo è un richiamo a Paolo Limiti, conduttore di programmi televisivi sul ricordo. Si abbandona per un attimo il presente deludente e disilluso per tornare al passato, un’epoca di giochi e serenità, di pantaloni a zampa di elefante; gli anni dei Pooh e dei Peanuts, dell’Ovomaltina a colazione, dei Flintstones in TV; un’epoca che non si scorda ma non tornerà più (“Mai e poi mai riproverò questi brividi, mai e poi mai ritroverò cose simili”).

Segue Vengo dalla Luna, uno dei miei preferiti per i suoi scioglilingua e per le sonorità iniziali che ricordano quelle degli UFO. Narrato dal punto di vista di un alieno, che si sente fuori posto in una Terra che lo insulta e gli intima di tornare a casa sua, il brano è un’ovvia denuncia del razzismo, della discriminazione e della xenofobia. Il problema non sta nei diversi, ma nei pregiudizi, nella mentalità ristretta della gente (“Sei confinato, ma nel tuo stato mentale, io sono lunatico e pratico dove cazzo mi pare”).

Sempre sulla scia di chi viene frainteso e insultato sulla base di dicerie e pregiudizi infondati troviamo Dagli all’untore, citazione dei Promessi Sposi e di quelle persone innocenti che venivano accusate di diffondere la peste in città. Caparezza fa un parallelismo tra questi untori e quelli della società odierna: oggi a finire nel mirino delle accuse e della ghettizzazione sono quelli ritenuti, a torto, colpevoli di diffondere idee o fenomeni sociali dannosi. Tra questi “untori” della modernità ritroviamo anche lo stesso Caparezza, etichettato come un personaggio scomodo per le sue satire artistiche. Una canzone molto attuale, soprattutto dopo gli anni del Coronavirus.

Passiamo ora a Fuori dal tunnel, il brano che ha effettivamente consacrato Caparezza ed elevato il suo nome da mito a supermito. Dal significato spesso frainteso, tanto che è usato come brano ballabile in discoteca (al pari di Vieni a ballare in Puglia), in realtà critica i modi di divertirsi dei giovani odierni, troppo noiosi e scontati: alcolici, discoteche, strip club e simili. L’artista lancia un dilemma degno dellAmleto: meglio lanciarsi in un divertimento così stereotipato da annoiarsi, o non uscire per annoiarsi comunque? Una forma di divertimento alternativo c’è e lui la individua nei nerd, con cui può parlare di argomenti diversi da belle donne, motori o calcio (che lo hanno ormai stufato). Oppure nel cinema, uno dei passatempi della sua nostalgica infanzia. O anche a casa, davanti a una pizza e a un po’ di buona musica. Perché ingegnarsi in passatempi più dannosi che divertenti, quando il bello puoi trovarlo con la giusta compagnia? Meglio i pochi ma buoni piuttosto che i troppi in un locale così affollato e urlante da sentirti soffocato.

Giuda me descrive i problemi del Sud Italia e ironizza sul governo di Berlusconi, con un titolo che racchiude uno degli ennesimi doppi sensi dell’artista: oltre a indicare i problemi “giù da me” (cioè nel Mezzogiorno), è un riferimento a Giuda, a voler simboleggiare un presunto tradimento di Caparezza nei confronti della sua terra. Nel paese dei balordi, altro gioiellino di questo album, prende la favola di Collodi e la ribalta come un calzino. Scaglia il nostro Pinocchio (qui chiamato Capocchio) in una realtà più cruda e decisamente meno utopica, con un padre ubriaco e violento, una madre fuggita di casa che fa la pole dancer in discoteca, un Lucignolo drogato e molto altro. Il poveretto è sì un burattino, nelle mani di un destino crudele, eppure sogna ancora di essere un bambino vero e di farsi accettare da qualcuno. La magia svanisce, ci sono solo crudeltà e disillusione. Una trovata geniale che unisce rap e hip-hop.

Passiamo a L’età dei figuranti, una feroce critica alla superficialità della televisione nei primi anni 2000, ricolma di programmi di pessimo gusto (tra talk show che innescano litigi e trasmissioni che dicono di basarsi sulla realtà ma dove tutti sono attori). I “figuranti” sono proprio quelli che appaiono sullo schermo per una celebrità effimera e pure immeritata. E chi permette tutto questo? Le emittenti più interessate agli ascolti che ad altro, che sacrificano programmi di cultura, buon senso e pudore a favore di programmi spazzatura. E purtroppo i figuranti ci sono ancora oggi, anzi si sono evoluti nel diffondere il marcio sugli schermi e nei cervelli degli spettatori.

Nuova canzone, nuova critica: ecco Follie preferenziali, che si scaglia contro ogni tipo di guerra, nello specifico quelle in Afghanistan e in Iraq dei primi anni 2000. Al pari de Il conflitto dell’album precedente, l’artista denuncia la follia di scagliarsi contro un nemico che prima di tutto è un uomo, proprio come noi, e mette in evidenza che anche le cosiddette “guerre di religione” in realtà sono mosse da tutt’altra ragione, il vile denaro (“Povero Dio tirato in ballo dagli uomini, ma che religioni, sono questioni da economi”).

Altro brano che ho adorato è Dualismi, strutturato come una seduta psichiatrica in cui il Capa dialoga tra il sé stesso uomo normale (Michele Salvemini) e la sua parte artistica (Caparezza). Il primo, una voce impaurita. Il secondo, un’anima scatenata, un grido violento che viene “dalla monnezza” (probabile riferimento alla sua esperienza come Mikimix). L’artista, il critico, il satirico, sta portando alla follia l’uomo comune e questo lo potrebbe distruggere. Eppure le due parti sono inscindibili, nessuna esiste senza l’altra. Jodellavitanonhocapitouncazzo, gioco di parole in cui è inserita la parola jodel (infatti questa è la sonorità che domina il brano), è una riflessione ironica di Caparezza sul proprio modo di essere: anticonformista e provocatorio. Il fatto che abbia pensieri così diversi dalla massa lo rende una persona strampalata, che in teoria non ha capito come funziona la vita. Ma lui l’ha capito eccome. Un ottimo brano sul rapporto con la fama, l’identità personale e la salute mentale.

Teoricamente, il nostro viaggio odierno nella testa del Capa finisce qui. Ma c’è una traccia bonus, La sindrome di Lorena, ispirata al caso Bobbitt del ’93, quando una donna tagliò il pene al marito che era accusato di maltrattamento nei suoi confronti. Caparezza si schiera dalla parte delle donne che subiscono violenze dagli uomini che amano e le invita a prendere in mano la situazione, a non restare nel ruolo di vittime (“Impugna la cesoia, taglia la testa al boia”).

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