Kinds of Kindness – Dipende dalla Dipendenza da cui Dipendi

DI ALBERTO GROMETTO

Avete mai notato che c’è un che di morboso nel rapporto che lega un essere umano al suo cane

Il cane è disposto a fare qualsiasi cosa per il “suo” umano, anche a farsi maltrattare e offendere e insultare. Generalmente, nella stragrande maggioranza dei casi, il cane farà sempre ritorno dal suo umano e gli starà sempre accanto. L’umano che lo nutre, che gli dà un tetto sopra la testa, e che si prende (o dovrebbe prendersi) cura di lui. 

E anche qualora l’umano si prendesse effettivamente cura del suo cane senza ferirlo in alcun modo, rimane comunque il fatto che il cane deve seguire le regole del suo umano, fare quello che gli dice e come gli dice. Da questo non si può scappare. 

E non a caso l’umano in rapporto al suo cane è chiamato “il padrone”. Non “il coinquilino”, e nemmeno “il badante”. Ma “IL PADRONE”: un’espressione distinta che ha un peso e un significato ben precisi. E tutto torna se si pensa che solitamente si dice “Io HO un cane” e non “Io CONVIVO con un cane”. “HO” nel senso di “POSSIEDO”.

Ovviamente sto generalizzando, e non è detto che in tutti i casi le cose stiano così. Ad esempio io ho una sorellina quadrupede, un’adorabile cucciolotta di chihuahua di nome Stella, la quale, pur in tutta la sua dolcezza da cagnolina, presenta una fortissima personalità molto autoritaria al punto da comandare lei in casa e tenerci tutti quanti nel pugno della sua soffice zampetta. 

Ma solitamente, nell’immaginario collettivo, si sa, il cane deve ubbidire al suo umano. Che è il suo padrone e che lo possiede. E che magari è pure un bravo padrone che gli dà quello di cui ha bisogno per vivere. Ma che non glielo dà gratis. Glielo dà in cambio della sua cieca fedeltà assoluta, della sua totale lealtà, della sua completa ubbidienza. Glielo dà in cambio della sua vita.

Ora: questo è giusto nel legame tra un umano e un cane, o comunque lo percepiamo come giusto. Perché il cane è fatto così per sua stessa natura e indole, perché è nel suo DNA e nel suo carattere amare incondizionatamente il suo umano. Ma lo stesso vale nelle relazioni tra un umano e un altro umano? I rapporti umani dovrebbero davvero funzionare in questo modo? Oppure esiste invece qualcosa di profondamente sbagliato in un legame di dipendenza per cui da una parte c’è chi dice cosa vuole e dall’altra qualcuno che esegue anche se questo significa rinunciare a sé stessi e farsi del male? 

YORGOS LANTHIMOS, OH SOMMO MAESTRO: TU SEI UN GENIO ASSOLUTO, UN CANTORE DELL’UMANITÀ, UN NARRATORE CHE NON HA PAURA DI IMMERGERSI NEGLI ASPETTI PIÙ RECONDITI, OSCURI, CUPI, MALATI E DIREI NEFASTI PROPRI DELL’ANIMO UMANO!!!

Lo ha fatto di nuovo, sì, il Geniale LANTHIMOS lo ha fatto di nuovo: ha regalato al mondo l’ennesimo CAPOLAVORO, e io non ho paura di usare questa parola di dieci lettere. È quello che è questa sua ennesima, orrida, meravigliosa, assurda, fenomenale, micidiale, straordinaria, vomitevole, sublime perla: C-A-P-O-L-A-V-O-R-O!!!

Presentato alla 77esima edizione del Festival di Cannes, «KINDS OF KINDNESS» da una parte fa quello che Yorgos fa sempre, dall’altra però lo fa con un piglio completamente nuovo e assolutamente innovativo per quella che è stata la sua filmografia fino a questo momento. Da una parte indaga lati veramente morbosi e stomachevoli propri degli esseri umani e delle loro relazioni con la fredda precisione di un chirurgo determinato a giungere fino alle viscere della questione, d’altro canto però regala nuovi immaginari, nuovi personaggi e nuove storie talmente surreali, talmente visionarie, talmente originali e impensabili e impensate e… e “nuove”… da risultare totalmente imprevedibili e sorprendenti!

Non una sola e unica storia a questo giro, come il Maestro è solito fare, ma tre diversi racconti che però, forse, in fin dei conti non sono poi la stessa narrazione? Chi può dirlo! Tre vicende una più grottesca dell’altra, un Carnevale dell’assurdo e del paradossale e del pazzesco che ti lascia a bocca spalancata, al punto che ogni dieci minuti devi chinarti per terra a cercare la mascella. Tre narrazioni che ti raccontano tutte la stessa cosa: la DIPENDENZA.

Questo è un film che parla di dipendenza, che si fonda sulla dipendenza, che esplora la dipendenza in ogni sua forma, aspetto, sfaccettatura. Anche nei suoi lati più obbrobriosi, schifosi, rivoltanti! Viene passato in rassegna ogni tipo di dipendenza possibile: emotiva, fisica, erotica, spirituale, morale, religiosa, intellettuale, sentimentale… Tutto per raccontarci innumerevoli tratti della dipendenza che esiste tra umani, ma senza mai spiegarceli, ché il Maestro odia le spiegazioni e ama invece il racconto!

E dunque cosa ci dice a proposito della dipendenza? Di questo rapporto per cui uno è tanto gentile da darti tutto ma pretendendo tutto in cambio? Di questa forma di gentilezza che poi gentile non lo è per niente? 

Che quando qualcuno ti dà tutto quello di cui hai bisogno ma pretende sempre qualcosa in cambio, nel momento in cui non lo accontenti e quello finisce di fare ciò che faceva per te… sei tu ad esser finito.

Che far sì che un altro prenda sempre tutte le scelte al posto tuo, ti renderà incapace di scegliere da solo. Non saprai proprio più come si fa, nel momento in cui dovrai farlo.

Che quando sei disposto a scendere a qualsiasi tipo di compromesso pur di poter stare accanto a qualcuno, alla fine finisci per star sotto quel qualcuno.

Che quando qualcuno che ti fa sempre stare bene all’improvviso ti fa stare male, quel Male finisci per accettarlo come fosse Bene. 

Che è meglio avere qualcosa (o meglio: qualcuno) così così, o anche un po’ schifoso, ma averlo sempre rispetto ad avere qualcosa (o meglio: qualcuno) di meraviglioso ma per poco.

Che per qualcuno vai bene così come sei, fino a quando però non smetti di essere come vuole che tu sia quel qualcuno. E allora sei da buttare.

Ci trasmette infine la più importante di tutte le lezioni sulla dipendenza. Ossia:

Sarà pure vero che ogni uomo è un’isola. Ma un’isola ha bisogno che il mare non la sommerga, che il vento non la tempesti, che il fuoco non la bruci. Ha bisogno di altro all’infuori di sé, per poter vivere. E così l’Umano: sono tutti pronti a gridare a gran voce come nessuno debba avere bisogno di nessuno a questo mondo, che si vive meglio soli che mal accompagnati, che ognuno di Noi debba essere indipendente l’uno dall’altro. Tutte balle, tutte bugie, tutte menzogne. Sono solo ipocrisie. Ognuno di Noi ha bisogno di Qualcuno. Badate bene: BISOGNO. E alla fine si finisce per aver bisogno del proprio bisogno. Per essere dipendente dalla tua dipendenza. Perché dipendenza significa questo: tenere le cose così come sono, senza lasciarle andare via. MAI!

Tutto questo però il Maestro Magistrale non ce lo spiega, ma ce lo mostra, ce lo narra, ce lo fa vedere. Come? Attraverso queste tre storie, che forse sono la stessa, e che sono un grottesco capolavoro nel capolavoro di visionaria assurdità e delirante follia. E così, per vedere tutto quello che io vi ho spiegato, che cosa ci mostra Lanthimos? Ci mostra il possibile e l’impossibile, ci mostra ogni cosa, ci mostra di tutto e di più.

Un marito abbandonato dalla moglie, che ogni tanto però si riaffaccia sulla sua vita solo per pochi istanti, il quale decide allora di drogare la coniuge soltanto per potersela trombare mentre lei è in stato comatoso.

Un uomo che per dieci anni programma e decide tutto quanto nella vita di un altro: a che ora deve svegliarsi la mattina, cosa mangiare, che libri leggere, chi sposare, quando scopare, quanti figli può avere, quali persone deve uccidere… e via dicendo. 

Una madre che spiega alla piccola figlioletta che lo sperma del suo papà è fatto d’acqua contaminata e che dunque deve stargli lontano, come predica la setta di cui lei fa parte.

Un poliziotto la cui moglie è scomparsa e che supplica il suo migliore amico e la di lui consorte di rimanere tutta la notte a casa sua per vedersi, insieme, video porno amatoriali casalinghi in cui i quattro amici si fanno tra loro le cose più sozze a vicenda in camera da letto. 

Un uomo che non mangia da giorni fino a quando non se ne esce chiedendo alla cara metà di tagliarsi un dito, cucinarglielo e servirglielo con del radicchio o magari del porridge, a sua scelta. E lei lì, col coltello in mano, pronta ad accontentarlo. E indovinate un po’? Manco era saporito il dito della mogliettina!

E così cos’hanno in comune queste tre vicende? Oltre alla straordinaria e impareggiabile cura formale visivo-estetica nella messinscena e nella regia e nello stile e nell’aspetto narrativo, oltre alla comune tematica della dipendenza, abbiamo anche dei sogni allucinanti che compaiono in ogni storia, ma che in qualche modo sono più veri della verità che vediamo accadere (il sogno/visione dei cani spiega tutto il film secondo me, e non a caso ho iniziato parlando di cani).

Abbiamo un uomo che compare in ognuno dei tre titoli, ma da cui la narrazione non dipende in alcun modo. Le vicende raccontate sono in qualche misura costruite intorno alla sua figura, ma lui in realtà non è per nulla centrale: solo un mero pretesto narrativo, quello che nel settore cinematografico si chiama “MacGuffin”, e cioè un semplice espediente attorno al quale è costruita la trama ma che nei fatti non è determinante in sé e per sé in alcun modo. Ironico, di un’ironia lanthimosiana, il fatto che un film che parla di dipendenza non dipenda in nessuna maniera dal cosiddetto “uomo del titolo”.

E poi? Che altro hanno in comune queste tre vicende scritte da quella sfavillante e irripetibile coppia che è sempre stata Lanthimos e il suo storico collaboratore EFTHYMIS FILIPPOU, che firmano tale meraviglia di sceneggiatura? Un cast stellare talmente indovinato, talmente alto, talmente superiore che… che ho finito i termini per poterlo descrivere. Da un’EMMA STONE che t’ammalia e ti conquista ad una sola alzata di sopracciglio e che è oramai nei fatti la Musa di Yorgos, passando per una MARGARET QUALLEY che sa essere meravigliosamente inquietante come il cinema di Lanthimos, una HONG CHAU strappa applausi, un gigantesco e geniale fenomeno del diabolico quale WILLEM DAFOE e un JOE ALWYN strepitoso. Fino ad arrivare ad un JESSE PLEMONS che, in fatto di macabro e grottesco è sempre stato una divinità, ma che qui si supera firmando la performance della vita, non a caso premiato a Cannes per la Miglior Interpretazione Attoriale Maschile. Lui e la Stone sono due protagonisti di un talento e una bravura mostruosi.

Ma come fai, Yorgos? Come diavolo fai ogni, dannata volta a conquistarmi e lasciarmi senza fiato??? Hai fatto un capolavoro! E forse, alla fin fine, io so quale sia la mia dipendenza. Quella che ho nei riguardi del tuo Cinema. Ed è una dipendenza meravigliosa a cui non rinuncerei mai. Per nessuna ragione al mondo.

Dove mai potevamo andarlo a vedere se non lì, lì dove sempre andremo, lì dove abbiamo applaudito più e più volte al Genio di Yorgos Lanthimos, lì dove batte il nostro cuore ❤️, nel nostro cinema, IL REPOSI DI TORINO IN VIA XX SETTEMBRE 15: ANDATECI ANCHE VOI!!!

Ami quel Genio di Yorgos Lanthimos? Come si può non amare, del resto! Allora cliccate qua sopra!!!

Vuoi leggere su un altro film lanthimosiano in cui protagonista è Emma Stone? Allora pigia qua!!!

Ah, vuoi leggere di un altro film ancora di Yorgos in cui la Stone è protagonista? Allora premi proprio qui!!!

Mercuzio and Friends è un collettivo indipendente con sede a Torino.

Un gruppo di studiosi e appassionati di cinema, teatro, discipline artistiche e letterarie, intenzionati a creare uno spazio libero e stimolante per tutti i curiosi.

Scopri di più →

Carrello Close (×)

Il tuo carrello è vuoto
Sfoglia negozio
GO TO TOP